Fragilità sociali e ludopatie. Quali possibili snodi culturali?

Eleonora, quarantatre anni. Un figlio di otto concepito da una relazione affettiva terminata. Attestato di segretaria d’azienda. Un contratto a termine cessato da oltre due anni e una infruttuosa ricerca di ricollocamento lavorativo. Convive, suo malgrado, con i genitori anziani. Accompagna il figlio a scuola, fatica a rincasare e si infila ogni mattina nella solita tabaccheria. Sceglie accuratamente la solita slot e riparte con le giocate …perché, né è convinta, è esattamente quella macchina che prima o poi ricompenserà i suoi sforzi in termini di tempo e denaro.

Rachele, ultraottantenne. Vedova. Un figlio deceduto per un incidente stradale e un figlio di quarantadue, oligofrenico dalla nascita, con cui convive in una casa popolare. La sua pensione di reversibilità, l’indennità di accompagnamento del figlio e un indennizzo ingente percepito per il decesso del primogenito. Seguita da sempre dai servizi sociali territoriali. Agli operatori confessa di non aver denaro sufficiente per l’ acquisto di farmaci, chiede assistenza economica; nel corso dei colloqui non riesce a tematizzare come i soldi vadano spesi …Non può nominare che esce e si infila in quella sala da gioco che è sorta proprio sotto casa sua, il quartiere delle case popolari dove abitano le persone come lei …quelle persone in difficoltà che sono sempre in attesa di chissà quale svolta, che hanno bisogno di riporre fiducia in un possibile cambiamento o semplicemente di ingannare il tempo lento della giornata.

Storie di vita che i servizi territoriali che si occupano della cura delle fragilità sociali incrociano in misura crescente.
Narrazioni che interrogano chi a diverso titolo lavora per il benessere della persona o a servizio della comunità locale: amministratori locali, operatori socio-sanitari, dirigenti scolastici e insegnanti, medici, referenti dell’associazionismo e del volontariato, polizia locale, addetti a servizi di front office …

13:16 - LudopatiaFenomeno sociale che solo nell’anno 2013 con l’ approvazione della Legge n. 8 (“ Norme per la prevenzione e il trattamento del gioco d’azzardo patologico”) ha trovato un riconoscimento giuridico quale patologia rientrante nella categoria diagnostica delle cosiddette “dipendenze comportamentali”, piu’ precisamente nella classificazione dei disturbi del controllo degli impulsi.
Con tale riconoscimento normativo termini quali gioco d’azzardo patologico, azzardopatia, ludopatia, gamblig si sono prepotentemente affacciati sulle testate giornalistiche, sui media, sui social …quasi a rivendicare la propria esistenza e la propria insistenza su un’ infinità di dimensioni del vivere …La dimensione lavorativa, familiare, sociale, educativa, economica, con tutte le ricadute del caso.

Fenomeno sociale che conduce con sé una serie di interrogativi culturali.
Quali criticità sociali sono sottese alle diverse espressioni in cui la ludopatia si manifesta?
Sono le fragilità sociali a determinare il rifugio nel gioco patologico o viceversa i comportamenti compulsivi innescano il crollo di equilibri minimi di benessere (casa, lavoro, famiglia)?
Quale influenza esercitano i riferimenti valoriali della cultura che respiriamo, indirizzata in misura sempre piu’ crescente al successo economico ed alla realizzazione personale come obiettivo principale dell’esistenza?
Quale responsabilità a carico delle istituzioni pubbliche che per dettato normativo dovrebbero rappresentare la comunità locale, promuoverne lo sviluppo e curarne gli interessi anche in termini di benessere collettivo e salvaguardia della salute pubblica?
In quale modo il governo potrebbe conciliare le politiche economiche legate all’incremento delle risorse statali con le politiche socio- sanitarie volte alla tutela della salute pubblica?

Lungi dal rischio di semplificare una realtà complessa e di recente riconoscimento, ancor prima di ipotizzare piani di prevenzione e contrasto al gioco d’azzardo patologico e stanziare finanziamenti ad hoc, la problematica necessita di essere indagata, dibattuta e governata a livello di Stato centrale.

Le prime sperimentazioni di interventi socio-sanitari di supporto al trattamento della compulsione al gioco attivate a seguito dello stanziamento ai distretti di finanziamenti regionali hanno permesso di evidenziare una mancanza di richiesta agli sportelli dedicati a fronte della stigmatizzazione insita nella specificità dell’intervento. Esperienze di presa in carico via web della dipendenza da gioco mediante codice identificativo del richiedente curate da equipe professionali ad oggi necessitano di essere validate.

I piani di contrasto ad oggi sperimentati hanno permesso di verificare come le misure socio-sanitarie attivate in un logica meramente riparativa del danno non consentono di affrontare compiutamente la complessità del fenomeno in assenza di una piu’ ampia azione governativa che metta a sistema e regoli con attenta regia le politiche economiche e quelle socio-sanitarie del nostro Paese. Volontà politica e dialogo istituzionale che ad oggi appaiono priorità assolute per una proficua presa in carico della problematica emergente.

Rachele Mele
Laureata in Scienze del Servizio Sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è impegnata nel settore socio-sanitario prestando la propria attività nell’ambito del Servizio Sociale Professionale, porta di primo accesso dei cittadini al welfare locale.
Appassionata di cultura e natura, presta attività volontaria presso realtà locali di terzo settore nell’ambito della stesura di progettazioni socio-educative.