“I’m only human, after all”: Internet e la caduta delle Celebrities

Da buon figlio degli anni 80’ sono stato testimone e fan di quello che è probabilmente il periodo culmine del culto delle Celebrities, uomini e donne che grazie a un particolare talento in un’arte, in primo luogo la Musica, ma anche il Cinema, arti popolari per eccellenza, venivano innalzati dai Media al rango di semi-divinità e come tali adorati dalle masse popolari.

Se ci fermiamo ad analizzare il meccanismo in maniera razionale, vediamo come condizione di partenza per il verificarsi di questo fenomeno, la presenza di una soggetto con grande talento e forte personalità creativa, stato di per sé differenziante dalla massa. Il secondo ingrediente era costituito dal soffio divino dato dai Media, strumento in grado di poter operare la mutazione del soggetto umano in semi-divinità.

La semi-divinità era da un lato specchio catalizzatore di emozioni umane, e dall’altro lato, allo stesso tempo, agente dispersore di tutte le debolezze umane, che nell’immaginario delle masse, non potevano toccare la semi-divinità ed erano da essi vinte per conto di tutti noi.

Ed è così che, attraverso il medium semi-divinità, amore, tristezza, potere, gloria ed eros raggiungevano una dimensione esponenziale condivisa. Mentre vecchiaia, malattia, morte e ogni vulnerabilità umana venivano sconfitte dalla semi-divinità per conto del pubblico, in una sorta di catarsi collettiva.

Un meccanismo di immedesimazione, per quanto riguarda il provare emozioni, e di esorcizzazione, per quanto riguarda le debolezze umane.

I Riti celebrativi (notare l’assonanza con la parola celebrities, non a caso richiamante in maniera diretta la celebrazione religiosa) di tale culto hanno raggiunto il loro picco proprio negli anni 80’ con i grandi raduni, non a caso divenuti fenomeni mediatici, come ad esempio il concerto “Wembley ‘86” dei Queen e i concerti di Vasco in Italia, e con i video-clip, che con la comparsa dei primi effetti speciali credibili e di MTV, hanno costituito la dimensione dove poter mostrare alle masse i poteri sovraumani delle celebrities, alimentandone il culto.

Alla base vi era ovviamente un tacito accordo con il pubblico basato sulle emozioni a discapito della razionalità: le masse hanno bisogno di credere in qualcosa, di illudersi che qualcuno possa sfuggire alle leggi della natura per battere le debolezze connesse in maniera indistricabile alla condizione umana. E così, pur sapendo che alla base di questo grande gioco, culto pagano o fenomeno sociologico, a seconda di come lo vogliamo leggere, vi era una finzione, questa veniva dimenticata in nome delle emozioni e del meccanismo catartico sopra descritto.

L’archetipo di Icaro bussa con prepotenza alle porte della memoria: l’uomo che vuole liberarsi dalle limitazioni della sua condizione umana e che per questo, quando si era illuso di esserci riuscito, precipita al suolo svelando tutta la sua debolezza.

Ed è così che Freddie Mercury (è un caso che Mercurio sia il messaggero degli dei) è stato il primo caso clamoroso di celebrity morta della sua umanità negata. Erano appena iniziati gli anni 90’, dove la disillusione ha cominciato a fare piazza pulita del mito, prendendone lo spazio e diventando addirittura essa stessa mito negativo che esaltava le condizioni di debolezza e morte, attraverso, ad esempio, il nichilismo del movimento grunge e il mito sadomasochista di Kurt Kobain.

Non è stata dunque subito la Rete a incrinare il meccanismo talento-media alla base della creazione delle celebrities, ma in primis l’avanzare naturale degli anni che ha pesato sui corpi umani delle semi-divinità, mostrandone di colpo i segni degli eccessi passati. Come se le leggi della natura alla fine presentassero sempre il conto.

Altro aspetto da considerare, è stato l’inevitabile cambio di etat d’esprit: l’ottimismo e la spensieratezza si sono trasformati in nichilismo e vuoto di emozioni, in linea con un Capitalismo vincitore che, avendo perso il suo oppositore storico (il Comunismo), ha potuto abdicare alla propria superiorità morale, dando sfogo al suo lato oscuro.

Un fisico probabilmente richiamerebbe il terzo principio della dinamica “Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”: il riflusso degli anni 80’ che si è mangiato le celebrities è iniziato con l’assuefazione e il mutamento di clima politico degli anni 90’ ed è proseguito grazie a un secondo fattore: la rivoluzione tecnologica di Internet.

Nel processo di democratizzazione generale le Celebrities, nell’era dominata dai Media “top down”, erano funzionali al racconto capitalista, come simboli di meritocrazia: grazie al talento, si potevano raggiungere fama e ricchezza, dimostrando e celebrando la mobilità sociale proprie della dimensione democratica.
Era però un’operazione implicitamente eterodiretta, di selezione di personaggi di talento dalle masse da parte del potere, e riproposizione alle masse stesse attraverso i media dei personaggi da celebrizzare.

Internet ha reso inutile questo meccanismo di selezione. Ha iniziato erodendo le fondamenta economiche di questo sistema, cambiando l’industria dell’intrattenimento dapprima con il peer-to-peer e i download illegali, e in seguito, con lo streaming. 

Il vero fattore rivoluzionario è stato dare la possibilità a tutti di emergere diffondendo senza intermediazione i propri contenuti, permettendo la creazione di un nuovo tipo di celebrities anti-celebrities, che fanno della propria umanità qualunquista un punto di forza. Ciò ha reso grottesche le celebrities stile anni 80’, mostrandole in tutta la loro finzione ed esagerazione.

I Media tradizionali hanno risposto a questa nuova realtà rendendo il processo della creazione di celebrità trasparente, sono così nati i talent show che hanno avuto l’effetto paradossale di annullare il talento mentre dichiarano di cercarlo (ma questo è probabilmente materiale per un altro articolo). Altra risposta sono stati i reality show stile “Isola dei Famosi” (nella versione originale “Celebrity Survivors”) che strizzano l’occhio all’umiliazione delle pseudo-celebrities da parte delle masse.

Questi tentativi di reazione stanno funzionando in ragione di una potenza di fuoco e di una capacità di produzione di contenuti ancora superiore da parte dei media tradizionali, o sarebbe meglio dire, di pochi fra essi. Ma se guardiamo l’evoluzione del sistema con un’ottica di medio-lungo periodo, sono totalmente fallimentari sul piano culturale.

La tendenza inevitabile è un’aggregazione dei media tradizionali in pochi e grandi soggetti (e qui si potrebbe aprire un discorso sull’impatto sulla democrazia di tali aggregazioni) a fronte di una marea umana di soggetti che si esprimono ed emergono attraverso Internet.
L’umanità al centro, con tutte le sue debolezze, non a caso la hit mainstream del momento ammette “I’m only human, after all”, come un estremo epitaffio sulla tomba degli idoli anni 80’ che hanno toccato la divinità e sono caduti (non da ultimo George Michael). E alzi la mano chi si ricorda il nome dell’interprete.

Simone Guzzardi
Nato a Milano nel 1982, ha compiuto studi nell’ambito della comunicazione e non ha più smesso di occuparsene.
In oltre dieci anni di esperienza presso alcune delle principali agenzie presenti in Italia, ha avuto modo di operare per importanti aziende italiane e internazionali attive in particolare nei settori finanziario, bancario, assicurativo, ITC, food&beverage e manifatturiero.
A febbraio 2017 ha fondato, insieme a The Van, l’agenzia di comunicazione istituzionale L45, della quale è anche Amministratore Delegato.
Docente in Master Post Universitari e redattore per magazine online.
È appassionato di musica e vespista irriducibile in ogni stagione.