“Dunkirk”: Cristopher Nolan riscrivere il genere bellico-storico

A tre anni dal poco convincente “Interstellar”, il cineasta britannico Cristopher Nolan torna con “Dunkirk” dietro alla macchina da presa per portare sul grande schermo una delle pagine di storia più importanti della Seconda guerra mondiale: l’epica evacuazione delle truppe alleate – britanniche e francesi – dalla città portuale di Dunkerque.
Tra il 24 maggio e il 4 giugno 1940, a seguito dello sfondamento tedesco del fronte francese, 400 mila soldati del Regno Unito, Belgio e della Francia furono protagonisti della grande operazione di reimbarco chiamata “Dynamo”, portata a termine grazie all’utilizzo di numerose imbarcazioni civili inglesi. Una vicenda che permise al Regno Unito di salvare il proprio esercito e di continuare la resistenza a oltranza contro l’espansione nazista, segnando una pagina memorabile nella storia nazionale britannica.
È la prima volta che il geniale cineasta si cimenta con un fatto storico e lo fa a modo suo, riscrivendo completamente il genere del “war movie” e creando un’opera con la quale i futuri registi del genere bellico e storico si dovranno per forza di cose confrontare.
Nolan, che firma ancora una volta la sceneggiatura, decide di raccontare questo importante episodio storico da tre punti di vista diversi: terra, mare e aria. Inoltre, le vicende dei personaggi seguiti da vicino, accadono in tre archi temporali diversi: una settimana (i soldati in attesa di tornare a casa), un giorno (la durata della traversata dell’imbarcazione civile Moonstone) e un’ora (la missione di volo del pilota di uno Spitfire).
Al centro del film, straordinario dal punto di vista della fotografia (è consigliata la visione in Imax per gustare le scene girate in 70 mm), si trova lo scorrere del Tempo. Una vera e propria ossessione per Nolan che, sul Tempo, ha costruito numerosi suoi capolavori come “Memento” e “Inception”. Il suo fluire inesorabile, verso la salvezza o la morte, è chiaramente scandito dal suono di un ticchettio di sottofondo.
Nolan è stato molto abile nel montaggio, incastrando tra loro i tre piani narrativi e temporali come delle tessere di un puzzle e creando un ritmo veloce, tipico dei film thriller, in cui suspense e tensione la fanno da padrona.

Dunkirk, il regista Cristopher Nolan al lavoro

I dialoghi sono quasi del tutto assenti in “Dunkirk”, ma il film è notevole sul piano emotivo grazie all’attenzione per i dettagli: paura, frustrazione e solitudine vengono comunicate agli spettatori tramite i volti dei protagonisti. Il pubblico si sente completamente immerso nei tre scenari bellici – terra, cielo e mare – grazie anche all’eccellente bravura tecnica con cui sono state girate le varie sequenze d’azione (straordinarie quelle aeree).
Il cast, composto sia da attori noti (Tom Hardy, Kenneth Branagh, Mark Rylance e Cillian Murphy) sia da giovani esordienti (da Fionn Whitehead a Harry Styles, cantante del gruppo degli One Direction), è completamente calato nella parte, anche se qui erano richieste capacità espressive più che bravura nella recitazione.
Nolan, al suo decimo lungometraggio, è riuscito a firmare un grande film, raccontando la (dis)umanità della guerra senza adoperare né la retorica (molto ricorrente nel genere storico-bellico), né i dialoghi, né il sangue. Qualcuno potrà interpretarlo come un film patriottico, pro Brexit, leggendo magari tra le righe il messaggio che “la Gran Bretagna ce l’ha fatta sempre da sola”, ma a nostro avviso è fuorviante trovare una chiave di lettura politica in un capolavoro del genere.