“Café Society”: l’omaggio di Woody Allen agli anni ‘30

Scelto come titolo di apertura del 69esimo Festival di Cannes, “Café Society” è il quarantasettesimo film di Woody Allen e il primo a essere girato in digitale dal prolifero regista newyorkese.
La storia, scritta dallo stesso Allen, è ambientata nei favolosi anni ‘30: il giovane newyorkese Bobby (Jesse Eisenberg) proveniente da una famiglia ebraica si reca a Hollywood in cerca di fortuna. Qui incontra lo zio, un potentissimo agente cinematografico, che sembra aprirgli le porte verso il successo. 1916-cafe_society_4Nella sua agenzia Bobby conosce la bella segretaria Vonnie (Kristen Stewart), già impegnata, di cui si innamora. È l’inizio di una serie di complicazioni che faranno scegliere a Bobby di tornare a New York e di intraprendere una brillante carriera all’interno di un nightclub frequentato dall’alta società.
“Café Society” è l’ennesimo omaggio di Allen (dopo “Radio Days”, “La rosa purpurea del Cairo”, “Accordi e disaccordi”, e “La maledizione dello scorpione di giada”) al mondo traboccante di glamour degli anni ’30, che lo segnò da bambino. L’epoca d’oro del cinema e del jazz rivive in questa pellicola anche grazie all’ottima fotografia di Vittorio Storaro (le due inquadrature in cui viene immortalata Manhattan sono da antologia) e una messa in scena impeccabile capace di riprodurre le magiche atmosfere che si respiravano a Los Angeles e a New York in quel periodo.1916-cafe_society_cover
Un film piacevole ed esteticamente molto ben confezionato, narrato dalla voce fuori campo dello stesso cineasta ottantenne che non smette di osservare la vita con brillante ironia e di divertirsi a creare storie e personaggi fortemente influenzati dal caso.
Tutta la vicenda, come spesso accade nella filmografia alleniana, si sviluppa attorno a delle dicotomie: sogno e realtà, amore romantico e amore per interesse, fede e ateismo, vita e morte. Se Hollywood rappresenta la Mecca delle speranze e dei sogni di un giovane ventenne, New York simboleggia la realtà più vivida e cruda dell’età adulta. Una contrapposizione ben evidenziata anche dalla fotografia: calda grazie ai colori giallo-ocra per esaltare la luminosità quasi onirica di Hollywood, fredda e più fosca invece per la più terrena Grande Mela. Due poli di un parallelismo, tra vita sognata e vita vissuta, che si sublima nel suggestivo finale.
1916-cafe_society_locandinaAttraverso il passaggio all’età adulta del protagonista che non può più permettersi di sognare, Allen identifica la fine di un’epoca d’oro, sia per il cinema che per la musica e la società in generale, in cui si manifestano le prime avvisaglie delle inquietudini e della cupezza che da lì a poco contraddistingueranno gli anni della Grande Depressione, e di riflesso anche la Settima Arte degli anni seguenti segnata dall’affermazione del filone noir.
“Café Society” è un esercizio di stile da parte di Woody Allen quasi perfetto, capace di regalare ancora una volta una storia romantica punteggiata da momenti di pura poesia, grazie anche a una scenografia ammaliante che riesce nell’intento di riprodurre lo splendore dell’epoca narrata. L’unico punto debole della pellicola risiede nella sceneggiatura, troppo lineare e a tratti un po’ superficiale, che, se fosse stata all’altezza delle componenti tecniche del film, avrebbe potuto contribuire a regalarci uno dei migliori lavori di Allen degli ultimi anni.