“La riva invisibile del mare”: un libro inchiesta sul fenomeno migratorio

Le migrazioni di massa rappresentano il più grande fenomeno contemporaneo, che tocca molto da vicino anche noi italiani. Solo nell’ultimo weekend si è registrato il record di 12.600 migranti e rifugiati sbarcati nei porti del Sud Italia (fonte: Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). I dati ufficiali aggiornati del ministero dell’Interno parlano di 83.360 persone approdate sulle coste italiane nel 2017, il 18,71% in più rispetto al 2016.

Negli ultimi giorni, a fronte dell’aumento esponenziale degli sbarchi, il governo italiano ha scelto la linea dura con i partner europei per ottenere un aiuto concreto nella gestione di questa crisi umanitaria, minacciando un blocco dei porti italiani per le navi straniere che sbarcano i migranti salvati in mare.

Per comprendere meglio questo “esodo biblico” – decine di migliaia di donne, bambini e uomini in fuga dall’Africa e dal Medio Oriente – è uscito da poco in libreria “La riva invisibile del mare” di Salvatore Dimaggio (160 pagine, 16 euro), pubblicato dalle Edizioni San Paolo. Un libro che vuole gettare un po’ di luce su un fenomeno di cui molti pensano di sapere, a torto, tutto, mentre in realtà non conoscono nemmeno la distinzione lessicale tra “profugo”, “rifugiato”, “richiedente asilo” e “clandestino”.

La prefazione del volume è stata curata dall’on. Lia Quartapelle, capogruppo PD per la Commissione Esteri e Affari Comunitari della Camera dei Deputati, mentre la postfazione è stata scritta dal prof. Piero Dominici, docente universitario e formatore professionista.

Presentazione del libro “La riva invisibile del mare”. Nella foto l’autore Salvatore Dimaggio (a destra) con il giornalista e scrittore Luciano Scalettari (al centro) e l’attrice Ilaria Egitto (a sinistra)

Salvatore Dimaggio – tarantino, classe ‘77, laurea in giurisprudenza, diviso tra la vita da consulente aziendale, la scrittura sul sito Africart e l’impegno nei confronti dell’Africa – ha presentato la sua opera d’esordio lo scorso 23 giugno nella Libreria San Paolo di Milano. L’autore ha dialogato con Luciano Scalettari, giornalista e scrittore, mentre l’attrice e doppiatrice Ilaria Egitto ha animato l’evento leggendo alcune pagine del libro. All’incontro, che ha visto una buona affluenza di pubblico, ha preso parte anche l’Associazione Regionale Pugliesi di Milano.

Abbiamo incontrato l’autore che ha rilasciato per Farecultura Magazine questa intervista esclusiva.

Il tuo libro ha una struttura particolare, a metà strada tra il saggio divulgativo e un romanzo con più storie. Ci puoi spiegare come è nata questa idea?

Il libro, nella sua semplicità di lettura, ha una struttura piuttosto elaborata. La parte saggistica ed i racconti si alternano in modo da spiegare non solo tramite l’argomentazione, ma anche attraverso la narrazione. Sono due binari diversi e complementari. La semplicità era un dovere nei confronti del lettore, perché la genesi del libro riposa proprio nella constatazione che del più grande fenomeno della nostra epoca, tutti debbono avere una conoscenza che ovviamente non può passare dall’isteria delle notizie sparate a ritmo sempre più sostenuto dai media, pressati dai tempi dei social.

La tua opera d’esordio è piena di storie forti che non possono lasciare indifferente il lettore…

Alcuni racconti sono molto crudi. Anche questa è una forma di rispetto verso il lettore, ma allo stesso tempo ha reso più difficile l’affrontare questi passaggi. Quando scrivi, parti dal nulla… iniziare con un soggetto o con un verbo, connotare fortemente un personaggio, o sorprendere il lettore con un’azione che apparentemente non c’entra niente. Da quel nulla deve venire fuori una storia, e nel mio caso, una storia che costringa il lettore a scontrarsi con un’aberrazione, un rovesciamento dei valori comunemente accettati, etc. Per dare vita a questi personaggi, devi “sentirli”, sviluppare un’empatia con loro e con le loro motivazioni forti… alla volte persino ragionare a lungo su un background che non c’è, ma che ti aiuta a farli venir fuori. E’ proprio questa necessaria empatia a rendere più doloroso scrivere, quando si affronta la violenza e la brutalità, e quando si è consapevoli che ciò che stai “mettendo in scena sulla carta” avviene o è avvenuto davvero.

 

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