Milano: il Boss e la E Street Band (ri)conquistano San Siro

“Dreams are alive tonite”. Questa la scritta creata dalla coreografia dei 60mila fan di San Siro per accogliere Bruce Springsteen domenica 3 luglio per la prima delle due date milanesi del “The River Tour”. Il Boss ha letteralmente trascinato lo stadio verso una festa lunga quasi quattro ore, eseguendo con la sua band una vasta scaletta di oltre 30 pezzi storici.
Battendo il caldo e con alle spalle quasi 67 primavere, il “ragazzo” del New Jersey ha regalato ai presenti uno show memorabile, in cui si sono alternati momenti di puro divertimento a canzoni più impegnate e soul. Il tour, organizzato per celebrare i successi targati Springsteen ed E Street Band e soprattutto il celeberrimo doppio album “The River” del 1981, era nato alla fine dello scorso anno prima come progetto riguardante solo gli Stati Uniti, per essere poi esteso anche al Vecchio Continente.
Durante lo show, aperto con “Land of Hope and Dreams” e “The Ties that Bind”, sono stati eseguiti i più grandi successi del Boss, attingendo soprattutto dagli LP “The River” e “Born in the U.S.A.”.
La poetica di Springsteen è sempre rimasta la stessa nel corso dei decenni: raccontare storie di gente comune per far emergere l’eroismo nascosto del vivere la vita di tutti i giorni. Spesso i protagonisti delle sue canzoni sono dei “perdenti” che però sanno superare le difficoltà con dignità per non sprofondare nel baratro della solitudine.
Acuto osservatore della società americana, con la sua musica il Boss ha sempre cercato di criticare l’illusorio sogno americano parlando delle condizioni reali di vita e lavorative della gente comune. Emblema di tutto ciò è l’inno “Born in the U.S.A.” che lungi da essere una celebrazione nazionalista racconta invece la tragica vicenda di un reduce del Vietnam, una critica diretta all’establishment del suo Paese per quell’intervento bellico dalle drammatiche e durevoli conseguenze umane.
L’esecuzione da pelle d’oca di “The River” rimane forse il momento più toccante della serata, con lo stadio illuminato dalle luci di migliaia di telefonini. Non meno suggestive anche le canzoni “Hungry Heart”, sulle cui note il Boss ha fatto un grande bagno di folla scendendo giù dal palco, e una prolungata “Dancing in the Dark” che ha permesso ad alcuni fortunati fan di unirsi alla band.
Ed è questo uno dei maggiori talenti di Springsteen: rompere la barriera tra la band e il pubblico per creare uno spirito fraterno di festa e gioia grazie alla musica rock. Non servono effetti speciali, laser e scenografie fantascientifiche per trasmettere emozioni a tre generazioni di fan; basta sudare e cantare sotto le stelle a cuore aperto fino allo sfinimento, come avvenuto in chiusura con una lunghissima performance di “Shout” portata avanti fino allo stremo delle forze.
Grintoso, carismatico e dalla tenuta fisica da maratoneta, il Boss si è sempre contraddistinto per essere uno dei performer più stacanovisti di tutti i tempi. Non è stato da meno neanche questa volta, quando, passata la mezzanotte e simulando la conclusione del concerto, è tornato da solo sul palco per regalare una versione acustica di “Thunder Road”. Una scelta molto coraggiosa dopo un lunghissimo live.
Quattro ore di emozioni senza soluzione di continuità, in cui Springsteen e i suoi musicisti hanno donato anima e corpo al pubblico senza mai concedersi una pausa. Lo storico soprannome di “The Boss” calza a pennello: è Springsteen a dettare la scaletta e i tempi, a cantare fino allo sfinimento senza guardare l’orologio, a suonare chitarra e armonica, a ballare e incoraggiare la band, a scherzare e divertirsi con il pubblico per celebrare la vita con la musica.
Tutte qualità della rockstar-tipo, che fanno tornare in mente le parole di Jon Landau, vero scopritore del talento di Springsteen e suo manager storico, quando a inizio carriera scrisse sulla pagine della rivista “Rolling Stone”: “Stasera ho visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen”.