San Giuliano Milanese: Luisa Carminati di Cascina Carlotta e le sue ‘Storie’ allo SpazioCultura

Avrebbe avuto 90 anni, il 24 settembre di quest’anno, Luisa Carminati da Brembio (Lodi), di famiglia contadina. Per renderle omaggio e far conoscere questo grande amore per la nostra terra e per l’attività agricola l’Associazione Amici di Carlotta, guidata da Elisabetta Viganò, con il patrocinio del Comune di San Giuliano Milanese, ha organizzato domenica pomeriggio 19 novembre alle ore 16 un incontro con la lettura di fiabe, video, ricordi e testimonianze di una cultura che ci appartiene e di una donna che ha dedicato la sua esistenza alla vita nei campi.
Il rapporto con la terra, la agri-coltura cara al Virgilio delle Georgiche, dominerà tutta la sua esistenza, che si spense presto nel 1986, a 58 anni. Ma Luisa seguiva anche il suo demone, una visione spirituale che nelle attività dei campi trovava la più alta espressione. Fin da ragazza aveva dimostrato amore per il canto, il disegno e la recita come rappresentazione di stati d’animo e di esistenze che si rapportano con i cicli naturali della vegetazione, il rapporto con gli animali da allevamento e da cortile, gli ortaggi, i lenti gesti di riconciliazione con la terra che ci nutre.
Sceglie di studiare al magistrale di Lodi e si dedica all’insegnamento. Intanto, ancora diciannovenne, conosce l’agricoltore Giovanni Viganò, lo sposa e si trasferisce a San Giuliano Milanese nella azienda agricola di Cascina Carlotta. La famiglia si allarga. Nascono Cornelia, Rinaldo ed Elisabetta. Luisa lascia la scuola e si dedica completamente alla famiglia e alla casa, mantenendo l’impegno nelle attività agricole: curare l’orto, aiutare nella fienagione e nella mungitura. Questa scansione del tempo e del lavoro viene messa in crisi dalle scelte urbanistiche amministrative che con un piano s/regolatore nel 1979 prevede il cambio di destinazione dei terreni della cascina in zona artigianale con l’edificazione di capannoni. La reazione di Luisa e degli ambientalisti della zona fu pronta, si eressero barricate come ai tempi delle 5 Giornate di Milano, si scrissero articoli sulla stampa, intervennero la radio e la tv per denunciare un obbobrio sociale e culturale che avrebbe segnato con il cemento la campagna ridente del Sud Milano, lungo la florida Valle del Lambro.
La lotta riuscì a ridurre la zona strappata alla terra per le attività commerciali-artigianali e a consentire la continuazione, per quanto ridotta, dell’attività agricola.
Luisa aveva compreso che con la cementificazione delle aree agricole rischiava di scomparire anche la memoria tramandata da secoli oralmente. Decide allora di muoversi in due direzioni: raccogliere gli oggetti di uso comune utilizzati nell’attività agricola e per gli usi quotidiani, e mettere per iscritto le fiabe e i racconti che la madre Erminia Lazzari aveva appresso nel corso della sua esistenza.
Costituisce nel 1979 il primo nucleo del “Museo della civiltà contadina”, arricchito man mano anche grazie a molte donazioni. Gli oggetti, più di un migliaio, vengono appesi alle pareti delle stanze, che raggiungono il numero di 13, suddivisi per argomenti: l’abitazione, la camera, i giochi e le tradizioni, la fienagione e la produzione casearia, le coltivazioni di frumento, granoturco, riso, i tessuti (lino, lana, seta), i mestieri (falegname, ciabattino, maniscalco, spazzacamino, ecc.), l’allevamento del maiale, la pesca, il vino… insomma una panoramica completa della vita campestre. La collezione comprende anche foto e documenti originali e una vastissima raccolta di santini (immagini sacre).
‘Questo patrimonio ora rischia di essere compromesso – denuncia Elisabetta, la figlia, che ha promosso l’Associazione Amici di Carlotta – perché gli spazi espositivi non sono più disponibili in Cascina’ e lancia un appello perché il Comune, l’Ente Parco Sud e la Regione si adoperino per mantenere vivo lo spirito dei luoghi che permane negli oggetti e nelle fiabe, poesie e filastrocche che Luisa ha trascritto, nonché nei quadri della vita contadina quotidiana nei campi che ha disegnato come sequenze di un unico film che ‘non può finire così’ solleva il suo grido di dolore Elisabetta.