Cristiano Lobbia, esempio di onestà e coraggio. Un eroe dimenticato

L’Italia è costantemente percorsa da una serie di scandali di corruzione che coinvolgono anche parlamentari. Si pensava che la fine della Prima Repubblica, azzerata dall’inchiesta Mani Pulite, potesse porre fine a questo deprecabile tipo di malaffare, ma così non è stato. Il fenomeno continua anche nella Seconda Repubblica e, anzi, sembra con maggiore vigore. Un malcostume che in molti credono di recente costituzione, ma che in realtà è sempre stato presente fin dalla nascita dello Stato Italiano. E a combatterlo una larga schiera di personaggi di comprovata onestà, animati da spirito di servizio e coraggiosamente votati al sacrificio della carriera, del benessere, della tranquillità, della propria sicurezza e di quella della della propria famiglia e, spesso, della propria vita. La storia d’Italia è piena di esempi di caduti sul fronte della lotta al malaffare. Molti sono i nomi di questi eroi che ricordiamo perfettamente, assunti ad emblemi di legalità e di coraggio, ma altrettanto lunga è la lista di quegli eroi i cui nomi sono finiti nel dimenticatoio. Tra questi, uno degli uomini che, già dalla nascita dello Stato Italiano, pagò caramente il suo coraggio denunciando la corruzione all’interno del neonato Parlamento. Stiamo parlando di Cristiano Lobbia, classe 1826, nato ad Asiago, ingegnere, garibaldino, bersagliere, eroe di guerra pluridecorato e deputato del Regno.
Lobbia studiò all’Università di Padova, ma interruppe gli studi per partecipare alle manifestazioni antiaustriache del 1848. Tornato ad Asiago assunse il comando in seconda di un corpo franco che fu detto dei crociati dei Sette Comuni con il quale ebbe ad affrontare per la prima volta gli Austriaci presso il valico di Vizze nell’aprile del 1848. Unitosi poi al corpo dei tiragliatori romani partecipò alla difesa di Vicenza e dopo la caduta della città decise di unirsi ai difensori di Venezia ma venne intercettato e arrestato a San Benedetto Po. Dopo alcuni mesi di detenzione nella fortezza di Mantova fece ritorno a Padova per riprendere gli studi e, laureatosi in ingegneria, iniziò l’attività lavorativa. Informato di un suo imminente arresto, nel 1856 fuggi a Genova, e da qui a Malta, dove cercò di organizzare senza successo uno sbarco in Sicilia. Sbarco che successivamente effettuò con uno sparuto gruppo di esuli siciliani a Pozzallo di Ragusa nell’estate del 1860. Rinfoltite le file con 300 volontari reclutati in loco, marciò per unirsi al grosso delle truppe garibaldine partecipando allo scontro di Meri e alla battaglia di Milazzo. Per questi suoi importanti contributi Garibaldi lo promosse al grado di capitano e fu tra i primi ad entrare in Messina. Nel novembre dello steso anno fu destinato al ministero della Guerra al servizio del luogotenente Massimo Pio Giuseppe Cordero di Montezemolo.
Nel 1866, in qualità di vice comandante del Corpo dei Bersaglieri, in vista dell’imminente guerra con l’Austria, chiese al suo comandante Alessandro Ferrero delle Marmore di essere aggregato ai volontari garibaldini ed entrò a far parte dello stato maggiore di Garibaldi, partecipando allo scontro di Contino e alla battaglia di Bezzecca.
Dopo la guerra, nel 1867, venne eletto deputato in Parlamento, e qui iniziò ben altre battaglie.
Dalle colonne del Gazzettino Rosa fu lanciata l’accusa di corruzione di una sessantina di parlamentari, e dello stesso Re, per l’approvazione della convenzione della coltivazione del tabacco e della manifattura dei prodotti da fumo.
Lobbia, nonostante il tentativo dei poteri forti economici e politici di insabbiamento dello “scandalo del monopolio dei tabacchi”, denunciò il caso in Parlamento assicurando di essere in possesso di prove documentate dei casi di corruzione.
Da quel momento divenne l’obiettivo di una molteplicità di attacchi, personali, giudiziari, e persino fisici. Fu processato con l’accusa di avere costruito prove false e si buscò una condanna a un anno di carcere militare, poi ridotto a metà in appello, ma senza essere arrestato. Ripetutamente calunniato, per mettere a tacere un accusatore scomodo fu aggredito e accoltellato, scampando alla morte solo grazie alla sua pronta reazione difensiva esercitata sparando all’aggressore.
Il fatto suscitò molto clamore e il popolo scese in piazza in diverse città.
Nel 1870, dimessosi dall’esercito, partecipò con i volontari garibaldini alla difesa della Repubblica francese, guadagnandosi l’elogio di Garibaldi e i gradi di colonnello e poi di generale, che si aggiunsero alle numerose onorificenze e alle medaglie al valor militare conquistate in una vita avventurosa e dedita alla edificazione di quell’Italia che forse sperava migliore di quello che poi divenne.
Ripresa l’attività professionale di ingegnere, collaborò con Garibaldi al progetto di risistemazione del bacino del Tevere, ma il 2 aprile 1876, già gravemente malato, si spense a Venezia all’età di soli 49 anni, portando con se l’amarezza per un’unica battaglia persa: quella contro la corruzione.
Un fulgido esempio di onestà che l’Italia non dovrebbe dimenticare.