Una testimonianza sul rapporto tra don Vittorio Pastori e don Tonino Bello a 25 anni dalla morte di don Vittorione

Due giganti della carità della seconda metà del secolo scorso. Si sono conosciuti, si sono stimati, si sono voluti bene.

Hanno condiviso la stessa passione evangelica, l’amore verso Gesù Cristo e la chiesa, il desiderio dell’aiuto immediato agli ultimi, l’afflato missionario, la carità come dono di sè.

Don Vittorione con Don Tonino Bello

Don Tonino Bello era vescovo, don Vittorio Pastori era prete, uno originario del profondo Sud, l’altro del Nord, entrambi molto empatici e trascinatori con uno stesso obiettivo, una dedizione personale e concreta verso il prossimo, quello che il Signore ci mette sul percorso: per don Tonino i suoi diocesani di Molfetta per i quali “presiedere alla carità” (insieme all’attività per Pax Christi che interseca la via della pace, la tutela dei diritti umani, l’impegno contro ogni violenza, la promozione della giustizia), per don Vittorio le popolazioni dell’Uganda martoriate dalla carestia, dalla siccità, dalle violenze tribali.

Negli anni dell’episcopato molfettese don Tonino aveva “inventato” una nuova modalità di vivere gli incontri di Avvento e di Quaresima per i giovani delle diocesi: in tali serate di preghiera, canto e riflessione, svolte a turno nelle varie cattedrali delle città, il vescovo invitava per una testimonianza personaggi di quegli anni dal grande spessore umano, spirituale, sociale ed ecclesiale come, ad esempio, mons. Hesayne vescovo di Viedma in Argentina, fratel Carlo Carretto, don Luigi Ciotti del Gruppo Abele, mons. Antonio Riboldi vescovo di Acerra. 

Don Vittorio Pastori durante la concelebrazione di una messa con Don Tonino Bello

E, durante la Quaresima del 1984, quando era vescovo da un paio d’anni, invitò in cattedrale a Molfetta don Vittorio (dai più conosciuto come don Vittorione per i suoi duecento chili, e noto ai tempi per le comparsate in televisione e per gli aiuti umanitari in Uganda). Costui fece un discorso di fuoco sulla situazione africana, tanto trascinante da far desiderare di seguirlo subito. Don Tonino nel ringraziarlo pubblicamente disse – con un guizzo proprio della sua avvincente oratoria – che aveva letto da qualche parte che in cielo era conservata una copia del vangelo contenente accanto ad ogni brano la foto di una vicenda della terra. E sicuramente accanto al versetto “Chi avrà dato da bere anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli …” ci sarà la foto di don Vittorione e dei suoi bimbi africani.

Fuori dalla cattedrale vidi nel parcheggio dell’episcopio l’auto che lo aveva condotto a Molfetta. Uno degli organizzatori mi aveva fatto notare la fatica che don Vittorione faceva ad entrare e uscire da quell’auto adattata per lui. Il vescovo gli aveva dato una stanza al piano terra per evitargli di fare le scale (l’episcopio allora non aveva ancora l’ascensore).

Un gesto di attenzione e di gratitudine per averlo avuto a Molfetta e per il tanto bene che aveva seminato nelle menti e nei cuori dei tanti ragazzi e giovani che lo avevano ascoltato e che sicuramente non lo hanno più dimenticato, ma soprattutto non hanno dimenticato il suo messaggio evangelico di bontà, di missione, di vita per gli altri.

Qualche anno dopo, nel 1990 fu don Vittorio a invitare il vescovo Bello a presiedere il tradizionale convegno di Africa Mission che si svolse a Piacenza. Per don Tonino fu l’occasione di poter dire pubblicamente davanti al movimento di don Vittorio la stima e l’apprezzamento per la sua opera: “Don Vittorio è un uomo che suscita forti emozioni, che decantano nelle nostre coscienze e creano una sorta di ‘tritolo spirituale’ e il desiderio di mettersi, come lui, dalla parte dei più deboli” disse, avendo in mente il forte intervento di don Vittorio a Molfetta. 

Inoltre don Tonino a Piacenza, quasi in difesa alle critiche rivolte a Vittorione di portare viveri e aiuti ai poveri africani senza “insegnare loro a pescare il pesce”, commentò la parabola del buon samaritano, declinando un concetto a lui caro circa il samaritano dell’ora prima (che se fosse giunto un’ora prima forse avrebbe evitato l’aggressione al viandante), quasi a dire che l’opera di don Vittorio era importante per l’aiuto immediato che offriva nell’emergenza africana, senza nulla togliere all’importanza della rimozione delle cause della miseria. A Piacenza parlò anche delle differenze tra il Nord e il Sud della terra, dell’impegno verso i problemi delle popolazioni povere che superano quelli delle strutture ecclesiastiche, della necessità di fare scelte radicali di chiesa estroversa: “Bisogna chiedere a Dio la grazia di sapersi sempre indignare, la grazia dell’insonnia quando un fratello sta morendo di fame”.

Nell’incontro piacentino non si percepì solo il riconoscimento e l’affetto verso don Vittorio, tanto da indicarlo alla sua gente come modello di carità concreta, ma resta il forte monito di don Tonino: “Preghiamo il Signore che il nome dei poveri non sia scritto sulla sabbia, ma sulla roccia perchè non venga mai meno il nostro impegno”.