“Lucky” di John Carroll Lynch

Presentato lo scorso anno al Festival di Locarno, “Lucky” segna il debutto dietro alla macchina da presa di John Carroll Lynch.

Il film segue da vicino la vita di Lucky (Harry Dean Stanton), un ateo novantenne che vive in un paese in una zona remota e desertica degli Stati Uniti. Lucky sembra immune da qualsiasi malanno o acciacco fisico: fuma, beve e cammina instancabilmente in mezzo ai cactus e sotto il sole torrido del deserto. Indifferente di cosa pensano o fanno gli altri abitanti della cittadina, passa le serate in un bar in compagnia dei suoi amici, tra cui Howard (interpretato dal grande regista David Lynch), proprietario di una vecchia testuggine da poco fuggita nel deserto.

La vita solitaria e monotona di Lucky prosegue tranquilla finché una mattina non cade improvvisamente in casa. Un episodio che segna uno spartiacque nella sua serena esistenza. Lucky scopre così da un lato l’angoscia per l’avvicinarsi della morte, dall’altro l’acuirsi di un senso di vuoto e solitudine da colmare in qualche modo. La caduta, fisica e non di Lucky, coincide insomma con l’inizio di un percorso spirituale per scoprire, prima che sia forse troppo tardi, se stesso. 

Un “viaggio” che condurrà il protagonista, grazie anche all’interazione con i suoi amici e con gli altri abitanti del paese, a uno stadio superiore di conoscenza e a un momento d’illuminazione simboleggiato dalla scena finale: Lucky, dopo aver contemplato un maestoso cactus secolare, ci guarda dritto negli occhi sorridendoci, per riprendere poi la sua strada, mentre ricompare la tartaruga “errante” di Howard.

La forza di questa pellicola è riposta sulla grande e ultima prova d’attore di Harry Dean Stanton, venuto a mancare il 15 settembre 2017 a riprese ultimate. Uno sforzo fisico non indifferente per un attore novantenne, che rende il personaggio di Lucky ancora più realistico e autobiografico. Numerose sono infatti le scene ispirate alla vera vita di Stanton, tra cui il saluto “Non sei niente!” con cui Lucky saluta il proprietario del Joe’s Diner.

Il regista mette in scena un film semplice, senza grosse pretese, che parla però, con acutezza, onestà e qualche pizzico di ironia, di questioni esistenziali fondamentali che riguardano ogni essere vivente, siano essi umani, animali o vegetali: il senso della vita, la solitudine, l’illusione di autosufficienza e la morte. 

Mancando qualsiasi riferimento religioso o spirituale in senso stretto, il film sembra suggerire che l’importante sia sopravvivere ed essere resilienti come la tartaruga centenaria o il cactus secolare del deserto, mentre camminiamo lungo il sentiero del nostro destino, senza mai dimenticare di sorridere, prendere la vita con filosofia e di stringere relazioni sociali, perché nessun essere vivente, purtroppo, può sfuggire alla morte o alla vecchiaia.