“Il bene mio”, un film di Pippo Mezzapesa

Esce nelle sale il 4 ottobre il film “Il bene Mio” di Pippo Mezzapesa con Sergio Rubini, Sonya Mellah, Dino Abbrescia, Francesco De Vito, Michele Sinisi, Caterina Valente e Teresa Saponangelo.

Riconosciuto quale film di interesse culturale con contributo economico del MIBACT – DG CINEMA  l’opera, prodotta da Cesare Fragnelli e da Altre Storie con RAI Cinema,  è stata presentata come “Evento Speciale Fuori Concorso alla 15^ Edizione delle Giornate degli Autori.

 La storia è quella di Elia, ultimo abitante di Provvidenza, paese distrutto da un terremoto, che rifiuta di adeguarsi al resto della comunità e che, trasferendosi a “Nuova Provvidenza”, ha preferito dimenticare. Per Elia, invece, il suo paese vive ancora e, grazie all’aiuto del suo vecchio amico Gesualdo, cerca di tenerne vivo il ricordo. Quando il Sindaco gli intima di abbandonare Provvidenza, Elia sembrerebbe quasi convincersi a lasciare tutto, se non cominciasse, d’un tratto, ad avvertire una strana presenza. In realtà, a nascondersi tra le macerie della scuola, dove durante il terremoto perse la vita sua moglie, è Noor. Lei è una giovane donna in fuga e sarà questo incontro, insieme al desiderio di continuare a custodire la memoria di Provvidenza, a mettere Elia di fronte a un’inesorabile scelta.

Mi hanno sempre affascinato i paesi fantasma, borghi che, in seguito a eventi naturali o per effetto di un graduale spopolamento, sono stati abbandonati a un destino di lento e inesorabile deperimento. Luoghi avvolti dal silenzio, gonfi d’assenza, divorati dall’incuria e dalla vegetazione, i cui unici sospiri appartengono al vento. È in queste strade che ho cercato le ragioni per cui un uomo decide di non andar via. Nel vuoto di case senza più anima, è nata la storia di Provvidenza e del suo ultimo abitante: Elia, un uomo che resiste. La sua è una lotta personale contro la rimozione del ricordo e l’inesorabile smembramento di una comunità che vorrebbe spegnere quell’ultima luce di Provvidenza; un bagliore che, notte dopo notte, risveglia incubi, riapre ferite. Elia argina l’oblio, si prende cura di quello che inevitabilmente il tempo e l’abbandono distruggono e lo fa con risolutezza e amore. Lo stesso amore che l’ha portato a rimanere a Provvidenza anche dopo il terremoto che l’ha frustata.

Elia è lì, che non riesce a superare il trauma del lutto, ma che allo stesso tempo ingaggia la sua personale lotta, determinato a non scendere mai dalla cresta di quel colle. Elia resiste, contro tutto e contro tutti, con le sue ossessioni e i confini invalicabili, in nome di un amore che dà senso alla sua esistenza. Eppure è un essere umano e gli esseri umani cambiano e si evolvono, sempre grazie agli altri. La sua personale rivoluzione passa infatti attraverso l’inatteso incontro con una donna che condivide, per motivi e in modi differenti, la sua sofferenza. Noor è l’esigenza primaria di sopravvivenza, è il movimento, il futuro in compimento che si contrappone a lui e al suo stare fermo in un presente senza scampo. Quella di Elia è una storia drammaticamente paradossale, che ha inizio nell’istante stesso in cui rimane l’ultimo abitante di Provvidenza, in cui è di fronte ad un bivio, che sradica la sua fermezza: scendere o rimanere.

Drammatici sono il terremoto e il lutto, paradossale ed estrema è la reazione eremitica. Strambi sono i personaggi che ascendono e scandiscono la narrazione del film, eppure profonda è la ferita che lacera il loro animo. Una vicenda in cui tutti hanno le proprie ragioni, in cui tutti sono tasselli di una comunità perduta che cerca come può di esorcizzare il dolore.

Pippo Mezzapesa

Il film ha i toni di una poesia semplice, ma estremamente evocativa. Un film che si fa portavoce di novità, di disperazione e allo stesso tempo di felicità e speranza. Dal primo istante è stato un film da farsi, per la sua forma diversa, poetica, saggia, commovente. È meraviglioso l’insieme di amore, solitudine e felicità che dona. Ma è anche un film sull’incapacità di accettare il dolore. Il rifiuto della tragica arbitrarietà del terremoto che ha distrutto il paese e ucciso i propri cari. Quindi il conflitto tra la vita, che ricomincia a valle nella nuova città, e la morte, che respira nell’arroccamento del protagonista nel passato, nella sua difesa del ricordo, della memoria. Crediamo, in Altre Storie, che il cinema esista anche per rincorrere i talenti e Pippo lo è. Il regista vuole apparire, con il suo secondo film, in un posto cupo, terremotato, per riportarci alla luce e all’amore. Il garbo e la leggerezza con cui si affrontano cose terribili del racconto è probabilmente il motivo più forte che ci ha convinto a produrre Il bene mio: un film universale nelle forme, nell’esperienza e nel racconto. È così che, da subito, ha preso forma un racconto capace di parlare una lingua universale, un racconto che si e ci colloca in una dimensione della realtà, ma che ci permette anche di astrarci dalle situazioni più ordinarie. Una storia che separa la vita dalla morte come un acrobata sulla fune, dove il reale si fa irreale, dove il fantastico diventa quotidiano e i morti convivono con i vivi. Proprio in quest’ottica di racconto universale capace di incontrare un concreto interesse a livello internazionale abbiamo scelto di produrre il film di Pippo Mezzapesa.

Cesare Fragnelli

 

Fonte: Agenzia Made in Com