Pensieri rivoluzionari tra il salotto e il terrazzo di casa.

Osservo con distacco, quasi fosse un estraneo, uno che credo di aver incontrato dall’altra parte dello specchio ogni mattina nell’atto di radersi. E’ questa la stagione del suo passaggio di paesano dove l’obbligo quotidiano di trascorrere parte del tempo vigile strangolato da una cravatta si è circoscritto a poche occasioni che cerca sempre più spesso di evitare.

Giuseppe Selvaggi

Ribellione a un mondo borghese, proprio non gli sembra il caso, si ribellerebbe a se stesso, ha trascorso molti decenni vestito come un manichino della Rinascente, schiena dritta, linguaggio forbito senza mai ricorrere alle facili battute da caserma per apparire “moderno” e al passo con le mode colloquiali, consapevole che eventuali cenni di rughe non si sarebbero cancellate con parolacce rafforzative di pensieri deboli. Nicolás Gómez Dávila sostiene che “il vero rivoluzionario si ribella per abolire la società che odia, il rivoluzionario di oggi insorge per ereditarne una che invidia.” Ribellione, perbenismo, indifferenza si è fatto convinto che in fondo più che vivere non fa nessuno e ognuno con una maschera per nascondere un’altra maschera vivendo nel terrore di specchiarsi per paura di scoprirsi estraneo. Le metropoli, incroci di solitudini, nei palazzi dove la ricchezza è fatta di cifre, regno degli strozzini  abili contorsionisti tra codici e codicilli contatori di fogli su cui è scritto un numero che sommato ad altri numeri pare serva a misurare una ricchezza che non appartiene che a pochissimi. Sente voci di bambini che strillano, guarda fuori dalla finestra è solo immaginazione, ha bisogno di aria, esce vuole camminare. Un passo dietro l’altro incrocia lo sguardo sfuggente di vecchi che piangono nei giardinetti nascondendo il viso per non farsi riconoscere dai vicini. Aveva creduto di poter cambiare il mondo anche senza urlare e sporcarsi le mani di sangue, è riuscito solo a sopravvivere.  Ribellarsi è stata la molla di molti scrittori e poeti, in tanti credono di essere investiti di una superiore missione, pochi vanno oltre le enunciazioni e si consolano con una bibita gasata. Quante sfingi, enigmi, tortuosità, abbassare la voce cosa diranno mai i vicini? Codardi, spiano la vita altrui da dietro le persiane, non ne hanno una propria. A Dio chi ci crede? Discorsi vuoti, se non si crede è meglio che non se ne parli più, è inutile spendere del tempo per provare a dimostrare che qualcosa che si pensa non esistere non esista davvero perché convincersi di qualcosa di cui si dice di essere convinti. Gli uomini spesso si dichiarano stanchi di vivere e come atto di ribellione continuano a vivere, in fondo è il dubbio che rende timorosa l’idea della morte. Umanità sballottata tra flussi e riflussi, navigatori che hanno perso la rotta, anime che salpano andando incontro a prevedibili naufragi. Vale la pena? Abbiamo poi il tempo in un soggiorno così breve di provare a distruggere e ricostruire? La vita non fa prigionieri, vinci o perdi e se resti fermo è come se non fossi mai venuto al mondo. Correre, fermarsi, riflettere sulla sorte di chi si è ribellato e si è alla fine accorto che il suo è stato un tentativo simile a quello di un bambino che non si rassegna all’idea di non riuscire a svuotare il mare con il suo secchiello. Quante energie e delusioni, alla fine non potendo cambiare il mondo resta l’ultima speranza di impossessarsi del telecomando per poter almeno cambiare i canali televisivi in fondo cercare scientemente programmi demenziali è di per se ribelle e rivoluzionario