Quando gli squilli sul cellulare comunicavano un’emozione

  1. Prima della diffusione di whatsapp e delle chat gli squilli sul cellulare avevano una loro filosofia pratica.
    Mi spiego: in tempi in cui per la giovane età non si disponeva di molti soldi e le tariffe delle compagnie telefoniche erano elevate, fare uno squillo – per cui il numero restava memorizzato sul display del cellulare senza comportare esborso economico – era un modo simpatico per dire ad una persona cara “ti sto pensando”.

E restava quella dolce emozione legata all’attesa del desiderato squillo di ricambio.
Era un modo di comunicare legato alle modalità del telefono fisso, quando non si doveva neppure comporre il prefisso se si trattava di utente all’interno dello stesso distretto. Normalmente rispondeva il padre o la madre della destinataria della comunicazione che chiedeva chi si desiderasse e perché. Capitava che costei potesse negarsi, ma normalmente l’educazione, magari l’affetto e sicuramente l’opportunità facevano sì che al telefono si rispondesse sempre, anche per non dare troppe spiegazioni ai genitori sui motivi del rifiuto della chiamata. E’ vero che ci si poteva negare, ma poi le domande piovevano a catinelle, quindi…, a meno che non ci fossero motivi particolari, conveniva sempre rispondere al telefono fisso, non con grande calore se il corteggiatore non era gradito. Se invece la conversazione avveniva e prendeva anche una piega piacevole, qualcuno di casa compariva sulla soglia, con buona pace della privacy, e iniziava a far segno di mettere giù altrimenti “salivano gli scatti”.
Insomma col telefono di casa la “rottura” era in ogni caso assicurata.
Gli sms hanno dato nuova linfa alla comunicazione “di corteggiamento” (e non solo). Gli squilli sono andati in pensione e si è rinnovato il modo di relazionarsi o di approcciare, con maggior immediatezza e maggior discrezione, grazie ai brevi e diretti scritti legati a situazioni contingenti ma anche utili per dare un segnale di presenza e di affetto.
La connessione a internet e l’avvento di whatsapp in particolare hanno dato maggior efficacia a questo tipo di comunicazione. Sempre connessi, si risponde agli amici e si interviene nelle piccole realtà virtuali che vanno sotto il nome di gruppi.
Tutto in tempo reale, senza sentire il peso della distanza, ma senza l’emozione di quell’attesa che faceva pregustare un contatto, un segno di cordialità, un cenno di disponibilità.
In teoria il tutto e subito ci ha tolto l’ansia dell’attesa creandoci però la pretesa di una risposta immediata che talvolta non arriva. La famosa doppia spunta azzurra, che segnala la lettura del messaggio inviato, dà atto della lettura effettuata e crea l’aspettativa di immediata risposta, senza pensare minimamente che uno possa aver letto ma vuole pensare e gustare una risposta, abbia letto ma è in riunione e non può mettersi spudoratamente a scrivere la risposta, abbia letto ma non abbia voglia di rispondere perché i rapporti sono tesi e lo scrivente dovrebbe saperlo (a volte l’intelligenza non va di pari passo con la velocità dello strumento), abbia letto ma ha la delicatezza di non schermare l’avvenuta lettura (oggi si può fare) perché è trasparente e non ha nulla da nascondere. E se si deve attendere un riscontro, si attenda serenamente, sempre memori del fatto che anche la non risposta equivale a una risposta.
Non è errato esercitare la pazienza e dimostrare più considerazione verso il prossimo: nella vita non esistono solo le risposte ai whatsapp dei seccatori e degli ansiosi, ma esiste anche un modo di utilizzare i nuovi strumenti della tecnologia comunicativa per dare ancora spazio alle emozioni e sempre maggior valore al tempo nel rispetto di tutti.