I biglietti da visita

Ormai non si usano più.
Erano il segno di uno status e indicavano un ruolo. Più il titolo era importante, più i biglietti erano eleganti, in cartoncino pregiato, con stemmi in rilievo e colori sgargianti, conservati in appositi astucci di argento e custoditi gelosamente a seconda dell’importanza della carica indicata. Ma erano legati ai tempi del “cartaceo” e della corrispondenza postale. Rappresentavano la volontà di stabilire un contatto e di concedere informazioni riservate quali indirizzo e numero di telefono, un tempo “rivelati” con parsimonia. Chi li distribuiva era normalmente una persona autorevole. Già il fatto di possederli era un segno di distinzione. Di solito si stampavano in occasione della laurea per fregiarsi del titolo di dottore appena acquisito. Un modo per darsi importanza (come quello, per stare in tema, di incorniciare ed esporre nello studio il diploma) e per iniziare ad avere qualche onore e ruolo sociale dopo i duri studi.
Tra i biglietti ricevuti o scambiati in occasioni ufficiali, quelli potenzialmente “utili” e quelli delle persone più “importanti” (magari recanti il numero di cellulare aggiunto a mano, vezzo che si usava quando non esisteva WhatSapp e i numeri di cellulare erano centellinati) venivano tenuti in evidenza. Gli altri erano messi un po’ alla rinfusa. Un problema rintracciarli quando se ne aveva bisogno.
Oggi è arcaico scambiarsi biglietti da visita anche tra professionisti. “Ci becchiamo su Facebook o su Linkedin o su Instagram”, si dice, e fa tanto chic. Il modo di rintracciarsi ormai è pubblico e palese.
Non c’è la riservatezza della consegna di un dato personale. Semplicemente si interroga la rete e si trovano tutti i dati di contatto su una persona (oltre ai dati essenziali e professionali, anche quelli personali, sentimentali, ecc, per avere un quadro globale del soggetto con cui si interloquisce). E poi si può interagire via mail, via Messanger, su Intagram, su WhatSapp, ecc. per stabilire un contatto, magari poco ufficiale ma sicuramente proficuo.
Qualcuno utilizza anche le bacheche dei social, tanto ormai la privacy non esiste, o non si ha più nulla da tenere celato.
E’ il tempo del digitale e dei miracoli dell’immaterialità: il messaggio arriva sempre.
E allora il povero biglietto – un tempo cerimoniosamente allegato ad un libro, o ad una lettera, con il titolo cancellato da un tratto di stilografica in segno di umiltà – … finisce per fare solo da segnalibro.