Infortuni sul lavoro e malattie professionali, un costo sociale e morale ancora troppo alto. Che fare?

L’Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro? In linea di principio sicuramente si, ma solo in linea di principio. Dal punto di vista pratico, purtroppo, le cose si presentano in maniera ben diversa. E non mi riferisco alla cronica mancanza di lavoro che, crisi o non crisi, sembra avvolgere il nostro paese fin dai tempi dell’Unità d’Italia, ma ad un problema che investe chi il lavoro ce l’ha: la sicurezza. 

Già, perché c’è un fenomeno che, nonostante tutti gli interventi predisposti al suo abbattimento, continua ad essere presente in maniera massiccia nel mondo del lavoro: le morti sul lavoro. Un fenomeno che indigna, scandalizza, smuove le coscienze nei casi più eclatanti, ma che imperterrito permane senza che alcun provvedimento sembra poterlo combattere. Ogni giorno è un vero e proprio bollettino di guerra.

In realtà i provvedimenti a tutela della salute e la sicurezza sui posti di lavoro si susseguono e, a ben guardare il panorama giuridico italiano, possiamo senz’altro affermare che la legislazione nel settore è molto ben strutturata ma, ahimè, altrettanto poco efficace. La motivazione che la rende tale è da ricercare forse nell’eccesso di normative che spesso finiscono per essere degli strumenti di tutela del lavoratore solo sulla carta. 

E proprio la carta è il problema. Gli uffici di una qualsiasi azienda, piccola, media o grande che sia, sono oberati di scartoffie che riportano, fase per fase, tutti i comportamenti e le procedure alle quali bisogna affidarsi per tutelare la salute e l’incolumità del lavoratore. Centinaia di pagine di manuali chiamati con acronimi a volte impronunciabili fanno bella vista negli scaffali di tutte le ditte, a disposizione degli ispettori per eventuali controlli sulla conformità degli stessi. E lì rimangono, sempre repentinamente aggiornati, a prendere polvere. 

Esercitazione di sicurezza in uno stabilimento chimico

Nei fatti, però, i dati pubblicati dall’Inail sugli infortuni mortali e le malattie professionali relative al primo semestre del 2018 evidenziano una situazione di stallo rispetto lo stesso periodo dell’anno precedente con 469 morti sul lavoro contro i 473 del 2017 (-0,8%). Sul fronte delle malattie professionali la situazione è addirittura in peggioramento. Le denunce di malattie professionali protocollate dall’Inail sono risultate nel primo semestre di quest’anno 32.221 contro le 31.432 dello steso periodo dello scorso anno, con un incremento di 789 casi in più pari ad un +2,5%. Di queste, 18.340 casi riguardano patologie del sistema osteo-muscolare, 3.652 quelle del sistema nervoso e 2.383 quelle legate all’orecchio. Sono 1.396 le patologie del sistema respiratorio denunciate e 1.209 i tumori.

E’ quindi chiaro che a fronte della produzione di una marea di carta non c’è, di contro, un miglioramento delle condizioni di lavoro. Come in ogni settore della vita del nostro paese, a farla da padrone è la burocrazia. La documentazione è a posto? Allora tutto va bene. Poi, però, la gente si ammala o, peggio ancora, muore mentre sta lavorando. 

E i controlli? Ci sono, ma sono pochi e forse anche poco efficaci. Come in qualsiasi settore d’altronde, e il Ponte Morandi lo ha dimostrato evidenziando quella che ritengo sia solo la punta di un iceberg. 

Le conseguenze di infortuni sul lavoro e malattie professionali hanno un costo altissimo per lo Stato

La carenza, se non addirittura l’assenza, di controlli efficaci genera malattie e morti sul lavoro. Il taglio selvaggio che le aziende operano nel settore sicurezza, reso economicamente conveniente da un favorevole calcolo delle probabilità su eventuali penali derivanti da controlli degli organi ispettivi, ribalta la spesa per la sicurezza sulla collettività con aggravio del costo a carico dello Stato. 

Cosa fare allora? Investire in un sistema di controllo che preveda strutture in grado di effettuare controlli sui posti di lavoro mirati ad accertare le reali condizioni nelle quali si svolge l’attività lavorativa e rendere così efficaci le leggi esistenti e, soprattutto, che funzioni da deterrente per chiunque pensi di fare ricavi sulla pelle dei lavoratori risparmiando sulla sicurezza. 

Un investimento che, con l’abbattimento dei costi sociali derivanti da malattie professionali e morti sul lavoro, avrebbe sicuramente un ritorno anche economico ma che, fondamentalmente, assicurerebbe migliori e più sicure condizioni sui posti di lavoro. 

E anche, che renderebbe fattuale il principio costituzionale che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e non sulla carta e la burocrazia.