Stragi di Parigi: nuovi scenari di guerra, cambia il paradigma

Il binomio uomo-guerra è inscindibile. Il sogno di un mondo senza guerre è, realisticamente, ancora molto lontano. Eppure, sembra che i nostri governanti, forse per esorcizzare la ben triste realtà, facciano di tutto per eludere i veri termini del problema.
E così, di fronte ad una evidenza qual è il conflitto con i fondamentalisti islamici, ci si trincera dietro prese di posizioni per lo più ideologiche.
Dopo i noti fatti di Parigi, però, qualcosa è cambiato. Il cambiamento è riassunto in una affermazione del Presidente Hollande, che così recita: “siamo in guerra”.
Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dire chiaramente quello che tutti gli altri, fedeli al politically correct, non si permettevano di dire.
Dopo la decisa presa di posizione del Presidente francese, molti altri leader europei si sono sentiti in dovere di tirare fuori la testa da sotto la sabbia e hanno apertamente riconosciuto che si, siamo in guerra.
Alla luce di quanto avvenuto nella capitale francese, risulta ormai evidente che la concezione stessa della guerra convenzionale è ben che superata.
Adesso si parla di guerra non convenzionale, e già si delineano nuovi scenari nei quali le battaglie non si combattono più in luoghi precisi, con l’ausilio di strumentazioni sempre più sofisticate e mezzi militari più o meno tecnologicamente avanzati.
Ciò che è appena accaduto a Parigi ci dice che siamo ad un’altra delle svolte epocali che hanno contraddistinto l’evoluzione del conflitto bellico nel corso della storia.
Non ci sono più solo luoghi fisici destinati e riservati alle battaglie. Queste si combattono in ogni dove, in ogni luogo della vita quotidiana di ogni angolo della terra. Non ci sono preavvisi, non si consegnano agli ambasciatori formali dichiarazioni di guerra. Accade tutto in un momento e nei posti in cui non ci si aspetta, in teatro, al ristorante, nella redazione di un giornale.
Siamo ad uno stadio talmente avanzato del nuovo corso che non sono più neanche i cosiddetti obiettivi sensibili ad essere colpiti dal nemico, ma i luoghi dove si vive ogni momento delle normale, pacifica e civile vita quotidiana. Il nemico non indossa più una divisa di un altro colore, come cantava De Andrè ne “La guerra di Piero”, ma i nostri stessi abiti ed è indistinguibile dall’amico. Sono cambiati i termini del conflitto. E’ cambiato il modo di fare la guerra. E’ cambiato il paradigma stesso della guerra.
Per colpire, il nemico non usa sofisticati e costosissimi satelliti militari, ma organizza, pianifica e dirige le azioni di guerra utilizzando le stesse inoffensive consolle della play station con le quali giocano i nostri figli.
E non colpisce più soldati armati, equipaggiati e consapevoli, con i quali si confronta su un campo di battaglia, ma inermi cittadini comuni, disarmati e intenti a fare e a pensare ben altro che ad affrontare un’azione di guerra.
Cosa fare allora? Ancor prima di intervenire militarmente, rimodulando l’operatività che adesso deve tenere conto della vastità del teatro delle operazioni, e colpendo le fonti di approvvigionamento di risorse economiche e militari del nemico, bisogna aver il coraggio di chiamare le cose con il loro vero nome per collocarle nella giusta prospettiva.
Chi attacca la nostra cultura, le nostre città, le nostre genti e uccide senza pietà persone disarmate, per lo più giovani, è un nemico. Un nemico che va chiamato col suo vero nome, e contro il quale bisogna combattere ma con armi nuove, armi “non convenzionali”.
In questa nuova strategia bellica, fatta oltre che di azioni militari condotte fuori dai confini nazionali anche di decisi interventi sul nostro stesso territorio nei quali si inserisce come tema preponderante la sicurezza dei cittadini, bisogna ripensare il concetto stesso della guerra e i termini che ne delimitano la sua stessa definizione (se di limiti si può ancora parlare).
In questo senso la Francia, colpita per prima al cuore da questo nuovo corso, sembra avere avuto il coraggio di spazzare via il velo di ipocrisia che impediva di vedere il problema in tutta la sua interezza. Quando Hollande dice “Siamo in guerra” e decreta lo stato di emergenza nazionale mobilitando tutte le forze armate e di polizia e, soprattuto, archiviando le divisioni ideologiche che impediscono di fare chiarezza sull’attuale situazione venutasi a creare, vuol dire che lì, in Francia, si è presa coscienza di questo cambiamento e, fermo restando la sacralità dei principi democratici che non si barattano in cambio di sicurezza con nessuno, si sta già cominciando a combattere non solo militarmente ma anche e soprattutto culturalmente per vincere la sfida lanciata dal nemico.