La fuga dei talenti

E’ notorio il fenomeno degli studenti che si allontanano dalla propria terra, dalle città del Sud in particolare, per studiare. Mediamente la statistica indica che pochi poi tornano a casa. Pur considerando che alcune fucine di cervelli sono presenti anche da noi sotto forma di istituzioni culturali e formative valide e prestigiose, qualcuno ha parlato di “fuga di cervelli”. E’ vero, quindi, che stiamo perdendo menti e ingegni che, una volta forgiati, sarebbero state utili nella loro terra?
La “fuga di cervelli” non riguarda solo i ricercatori che fuggono dall’Italia per impossibilità di lavorare in un ambiente con poche risorse e legato a giri baronali più che meritocratici, ma anche gli studenti. L’anno scorso le statistiche hanno precisato che sono circa 42 mila le matricole che fanno le valigie in Puglia: 12 mila dal Foggiano, 11 mila dal Salento, 7 mila rispettivamente dal Barese e dal Tarantino, 5 mila dal Brindisino. Tra le città prese d’assalto da questo esercito di giovani ci sono Milano, Bologna, Urbino, Roma.
E’ un dato di fatto che a Milano la comunità pugliese è di gran lunga la più numerosa rispetto alle altre presenze regionali. Il fenomeno migratorio continua, anzi si accentua. Spesso non si tratta solo di studenti che emigrano per studiare: la disoccupazione è infatti uno dei principali motivi per cui un giovane, che piaccia o no, si sposta dalla sua città di nascita. Per inciso è il caso di rilevare che il fenomeno della disoccupazione al Sud stride con la lamentata mancanza di manodopera in determinati settori economici del Nord. Forse questo è dovuto al fatto che certi settori produttivi non riescono ad attecchire al Sud a motivo della carenza di infrastrutture e per la diffusione di organizzazioni criminali che sopravvivono sull’estorsione (fenomeno più noto come raket). Tutto ciò ha provocato il sorgere di un’economia assistita, sì di terziario, ma non di terziario avanzato.
Di solito è il miraggio del cosiddetto “posto fisso” che porta ad emigrare. Questo vuol dire che rispetto agli emigranti degli anni Cinquanta, che si spostavano con l’idea di mettere su un’attività in proprio, c’è meno inventiva e voglia di rischiare in prima persona. Con le attuali condizioni economiche e sociali non si può più pretendere il lavoro sotto casa e fisso per tutta la vita. Ciò era possibile in passato ed è stato presentato come una specie di diritto. Ora è possibile in minima parte a causa delle mutate condizioni del mondo del lavoro. Una volta il valore del lavoro era dato dalla terra, poi dal capitale, oggi il valore è dato dalla conoscenza. Ecco allora la necessità di avere diritto a tutte quelle conoscenze e all’apprendimento delle nuove tecnologie che diventano sempre più necessarie.
In via preventiva i giovanissimi preferiscono studiare fuori al fine di garantirsi un futuro “sicuro”. E uscire dall’ambiente di origine può essere anche positivo, se porta ad essere meno “provinciali”. In questo senso Milano è considerata un paradiso con le sue dieci università (Politecnico, Bocconi, Cattolica, Statale, Iulm, Bicocca, San Raffaele, Teologia, Brera e Conservatorio) rappresentando la più grande città universitaria d’Italia e un patrimonio culturale di valore unico: da qui la definizione di “città dei talenti”. Da un lato il problema è quello di formare risorse umane di eccellenza, dall’altro è quello di valorizzare “in loco” queste eccellenze, al servizio della propria zona e non solo del mercato esterno. Qualche studioso ha parlato di “sindrome della tela di Penelope dei cervelli”: di giorno si formano e di notte fuggono a causa di carenza di strategie e di scarsità di progetti, della mancanza di strette relazioni tra formazione, ricerca e mondo del lavoro e delle imprese.
Questo riguarda i tanti universitari fuori sede che nel breve periodo si trovano senza punti di riferimento culturali che si traducano in luoghi di incontro e in quelle amicizie che rendono ricca una città. Infatti la grande città è più facilmente soggetta al rischio di omologazione, alla scarsa immediatezza di rapporti, appare aperta ma piena di enigmi e di contraddizioni. Chiara è l’immagine della metropolitana, ad esempio, che diventa metafora di corse e fughe, più che di incontro. Tutto ciò provoca aridità, spinge a tuffarsi nel mondo degli affari, dimenticando i propri ideali, e quindi la necessità di ritornare da dove si è partiti. Una città con vocazione universitaria e scientifica non è come le altre e non può limitarsi a gestire in dimensione neutra la presenza di giovani sul suo territorio.
Potranno tornare un giorno a casa, rendendo il loro esodo solo temporaneo e diventando imprenditori di se stessi anche nella propria terra, arricchendola con la formazione e i talenti maturati altrove e portando fermenti nuovi appresi fuori? In concreto, le nostre città possono diventare il richiamo per un rientro favorito dalla bellezza del luogo, dal ricordo degli affetti, dalle opportune condizioni di lavoro? La risposta forse, come diceva la celebre canzone, è racchiusa nel vento. In un vento di pensiero e di dinamismo, di condizioni particolari (mi riferisco a una convinta politica economica) e di volontà personale che solo il singolo può valutare per prendere una decisione.

(Nella foto in evidenza: il Politecnico di Milano)