STUDI SULLA PREGHIERA DI INTERCESSIONE – Parte II

La scorsa puntata si è introdotto l’argomento della preghiera di intercessione. Oggi analizzeremo i primi studi scientifici svolti per verificare l’efficacia delle orazioni, ovvero se i benefici per cui spesso si prega, in particolare la guarigione dalla malattia, si realizzino.


I primi studi

Il primo rilevamento, che sa molto più di satira che di scienza medica, si deve al vittoriano Francis Galton, cugino di Charles Darwin, che nella seconda metà del XIX secolo valutò la speranza di vita dei membri della Famiglia Reale confrontandola con la media della popolazione inglese. Ai suoi componenti ogni domenica venivano per l’appunto dedicate migliaia di preghiere di intercessione nelle messe. Il tutto è riportato in Statistical Inquiries into the Efficacy of Prayer del 1872. Mi sorprendo che Galton non abbia trovato – stando alle sue conclusioni – una differenza significativa tra i due campioni. A causa di innumerevoli fattori socioeconomici i regnanti avrebbero sì dovuto vivere molto più a lungo dell’insieme degli inglesi, la cui demografia era peraltro gravata da una elevata mortalità neonatale. Osservò inoltre, anche qui confermando le critiche da egli stesso avanzate alla superstizione del volgo, che la crescita degli alberi piantati in terre sopra cui aveva pregato affinché essi crescessero più velocemente degli altri non differiva da quelli crescenti in terre non consacrate.
Seppur rudimentalmente, Galton manifestava una certa attenzione all’aspetto metodologico dei suoi studi. La randomizzazione, ovvero la scelta casuale, degli appezzamenti terrieri avrebbe dovuto eliminare il bias (errore di selezione del campione che inficia il risultato dello studio) legato alle caratteristiche locali di fertilità, illuminazione, temperatura e così via.

Gli studi recenti I: cosa non si fa per pubblicare!

Non si può dire che Galton abbia ispirato un filone di ricerca clinica volto alla determinazione dell’effetto della preghiera, quanto piuttosto la satira diretta alla regina nonché la cultura punk.
Esistono invece autentiche prove sperimentali riguardo la preghiera di intercessione, realizzate in strutture sanitarie d’avanguardia, ad opera di professionisti della ricerca clinica.
Un’autorevole metanalisi pubblicata nel 2000 in Annals of Internal Medicine, intitolata The Efficacy of ‘Distant Healing’. A Systematic Review of Randomized Trials, riteneva gli studi considerati inconcludenti riguardo l’efficacia delle orazioni sulla guarigione a distanza [3].
Tuttavia alcuni lavori ne hanno evidenziato un effetto significativo. Ad esempio Byrd, col lavoro da lui diretto Positive therapeutic effects of intercessory prayer in a coronary care unit population pubblicato sul Southern Medical Journal nel 1988, riportava una differenza nell’outcome dei pazienti per cui si pregava [4] . Centonovantadue convalescenti nell’unità di terapia intensiva coronarica del San Francisco General Hospital venivano inclusi nel gruppo case, oggetto della preghiera di intercessione rivolta al Dio ‘giudaico-cristiano’ (così era definito), mentre duecentouno pazienti erano reclutati nel gruppo di controllo, per cui appunto non si pregava. I pazienti del gruppo di controllo richiedevano assistenza ventilatoria, antibiotici e diuretici più frequentemente di quanto non avvenisse per il case, in maniera statisticamente significativa.
Tale studio è stato da più parti attaccato sotto il profilo metodologico, e pare che il campione selezionato non fosse rappresentativo della popolazione generale, ma vi fosse invece un bias critico legato alle convinzioni personali e alle credenze dei soggetti. Insomma lo studio, per quanto sostenesse Byrd, non era in doppio cieco. Se io dico ad un credente che pregherò per lui egli andrà probabilmente meglio, la sua ripresa sarà coadiuvata da una spinta psicologica importante, perciò è necessario in queste valutazioni che né i pazienti né i medici sappiano chi appartiene del gruppo case e chi al controllo (placebo). In A randomized double-blind study of the effect of distant healing in a population with advanced AIDS. Report of a small case study, pubblicato su The Western Journal of Medicine nel 1998, si riportava una degenza inferiore per i pazienti per cui si pregava (senza tuttavia che variassero i parametri clinici ed, in particolare, immunitari) [5]; mentre in Does prayer influences the success of the in vitro fertilization-embryo transfer? Report of a masked, randomized trial, pubblicato sul Journal of Reproductive Medicine nel 2001, le donne infertili sottoposte alle tecniche di riproduzione assistita, beneficiavano della preghiera, aumentando addirittura del doppio il rate di gravidanza [6].
Gli studi, a quanto sostengono gli autori, sono stati effettuati in doppio cieco e sono stati congruamente disegnati per eliminare errori di selezione e procedurali. Il secondo in particolare fu realizzato da un gruppo della prestigiosa Columbia University di New York, ma coloro che lo svolsero non seppero fornire le adeguate spiegazioni, necessarie alla comunità scientifica, riguardo la conduzione delle osservazioni. Succede che, quando nel panorama biomedico e scientifico in genere, vengono presentati dati eccezionali, vi si concentra un forte interesse, e si indaga sulla metodologia; altri gruppi poi lo riproducono. È questo un valido meccanismo di controllo, che impedisce ai disonesti od agli incompetenti di procrastinare la conduzione di lavori scientificamente inconsistenti, inutili o magari dannosi. Nel caso specifico il configurarsi di una manipolazione dei risultati e l’assenza di un contradditorio credibile alle accuse di frode portarono Rogerio Lobo, medico coinvolto nello studio che sostenne nella pratica di essere stato ingannato dagli altri autori, sia la Columbia University, a ritrattare. Capita ogni tanto che alcuni ricercatori, anche nella clinica, non riescano a spiegare dal punto di vista metodologico alcuni straordinari risultati, lontani da quelli ottenuti dai più autorevoli colleghi del mondo. Non raramente in questi pochi casi avviene una manipolazione volontaria degli esiti delle osservazioni, cioè l’autore mente per ottenere fama e contributi. Di solito il  furbetto, o lo stolto, si inventano qualcosa scaricando la colpa degli errori in questione a qualche giovane sbadato, cui avevano affidato compiti di grande responsabilità. Se egli non ritratta esiti di un trial palesemente truccati ci fa una figuraccia e viene messo alla gogna da parte della comunità biomedica internazionale per aver barato, evidentemente a danno (comunque non a vantaggio) dei pazienti.
Non si può fare a meno di cogliere l’ironia delle, pur non valide, conclusioni degli ultimi due lavori; che i ricercatori abbiano voluto dimostrare che il Dio giudaico-cristiano sia favorevole alla fecondazione assistita in vitro? Che abbiano voluto obliare definitivamente quella teoria psudoveterotestamentaria che vede l’AIDS come una punizione divina per omosessualità e lussuria? Oppure che Dio stesso, mettendo nei guai i ‘ricercatori’, abbia voluto miracolare alcuni ma non altri pazienti, in modo tale da dimostrare la bontà della fertilizzazione in vitro o l’innocenza degli affetti da AIDS?