Milano: un magistero vivace e incisivo. I primi scritti dell’Arcivescovo Mons. Delpini

In occasione della nomina ad arcivescovo di Milano nel luglio 2017, gli scritti di mons. Mario Delpini, originati da pubblicazioni di rubriche brevi sui periodici diocesani, sono stati subito raccolti dalle case editrici.

In particolare, oltre alla lettera pastorale per il 2017/18 Vieni ti mostrerò la sposa dell’Agnello (Centro Ambrosiano 2017), mi riferisco a E la farfalla volò (Ancora 2017), Vocabolario della vita quotidiana (Centro Ambrosiano 2017), Reverendo che maniere! Piccolo galateo pastorale (Edizioni San Paolo) e Con il dovuto rispetto. Frammenti di saggezza all’ombra del campanile (Edizioni San Paolo).

In questi scritti i contenuti sono alleggeriti dall’ausilio di favolette ed aneddoti. Colpisce lo stile – chiaro, sobrio, arguto, ironico – ed emerge un’ottima conoscenza dell’ambiente ecclesiale con le sue criticità e le sue risorse, vivacizzate dalla simpatica caratterizzazione delle persone che si incontrano nelle parrocchie, laici e preti, inquadrate nella loro psicologia e nella concretezza del quotidiano. Così nascono quadretti spassosi che hanno per protagonisti la Pina, la Gina, la Giovanna, il don Luigi, nomi concreti, le cui vicende, i tic, le manie, le smanie, vengono illustrate nella cornice di una benevola e comprensiva saggezza.

Un po’ come il compianto rettore dell’Università Cattolica, Ezio Franceschini, che utilizzava le sue competenze scientifiche per elaborare testi divulgativi scevri da erudizione e accademia.
Il messaggio, anzi l’esortazione dell’arcivescovo, in ambito parrocchiale e non solo, è quella di non essere banali, non essere vittime del disfattismo, della rassegnazione, dell’avversione ai cambiamenti in base al principio del “si è fatto sempre così” e “ricorro all’amico monsignore in Curia per farmi sentire”.

Mons. Delpini comprende le stanchezze del ministero presbiterale, esasperate dalla scrivania ingombra di tante comunicazioni e circolari, ma anche quelle di laici (e preti) che si appropriano dei ruoli e non sanno rinunciarvi. Il senso del servizio si appanna, si chiede ma non si sanno ascoltare le risposte.

Mons. Delpini esorta ad un cristianesimo incisivo, il prete non è “un impiegato del museo”, il suo compito è quello di servire la comunità con una certezza: che nelle difficoltà “con il Signore non si è mai soli”. Occorre maturare la consapevolezza che ogni giorno prepara per ciascuno di noi doni segreti. La salvezza si coltiva con fiduciosa fatica come una speranza e bisogna vivere nell’amore di Dio, consapevoli che “chi cerca veramente Dio, cerca Dio solo e non più se stesso”. Occorre imparare l’arte dell’essenziale e trovare il tempo per pensare, evitare i cedimenti alla volgarità, rendersi operanti in tutti i contesti a noi affidati “perché il mondo va male per la viltà dei buoni”.

Con queste coordinate i preti avranno a cuore più la collaborazione che il loro punto di vista. Sicuramente i problemi non mancano ma così vengono meno tutte le pretese e le dietrologie relative alle nomine e ai comportamenti dei superiori. Insomma viene superata quella che un tempo era chiamata “la pastorale del capretto”, come è stato definito – sulla scia della parabola del figliol prodigo – il desiderio di gratifiche. A volte si hanno legittime aspirazioni, e quando “il prediletto” del vescovo o del parroco ha sempre la prima fila, o è sempre protagonista …qualcosa si rompe (molto bello a tal proposito il romanzo francese pubblicato in questi mesi da Jean Mercier Il signor parroco ha dato di matto, circa un nuovo modo di vivere la comunità ecclesiale nei piccoli comportamenti quotidiani, con esasperazioni, gioie e riconciliazioni).

Il suggerimento di mons. Delpini è “offrire con discrezione e prudenza il proprio consiglio e poi liberare il cuore da ogni invidia e continuare il proprio servizio lavorando in pace”,

superando la nostalgia di gratificazioni personali e occasioni di esibizionismo: “Chi vuol essere di qualche utilità lasci a casa suscettibilità e pretese”.
Egli esorta i laici al dialogo in casa, al dono di sé, ad accogliere il dono di Dio, a superare la logica della pigrizia in favore della logica della condivisione. E soprattutto a sperare: “Ad ogni problema c’è una soluzione”.

E si può davvero credere a un vescovo capace di sorprendere con una visita inaspettata fuori dal protocollo, che scrive di suo pugno l’indirizzo su una busta e che sorride di sé come quando mi era capitato di dirgli che stavo leggendo tutti i suoi libri e mi aveva risposto che non ne aveva scritti tanti… quasi a smarcarsi da una complimento e a inquadrare nell’umiltà questo aspetto “editoriale” del ministero che pure gli compete.