Covid-19: dal cambio epocale alla rivoluzione delle relazioni.

Tutta la nostra quotidianità è stata pervasa dai dolorosi cambiamenti delle nostre abitudini di vita. Siamo agli inizi di un mondo nuovo ma, si chiede Agostino Picicco, sarà un mondo migliore?

La temuta seconda ondata è arrivata, confermando che la pandemia non ha rappresentato solo una parentesi nella nostra vita e in quella del mondo: si è trattato di una svolta epocale che ha cambiato la nostra umanità. 

L’assenza di vita sociale nelle nostre città rese deserte da lockdown e coprifuoco

Tutta la nostra quotidianità è stata pervasa dai cambiamenti che si preannunciano di larga scala e di ampio periodo: dalla gestione dei rapporti personali a quelli comunitari, dal lavoro agile alla didattica a distanza, dallo svolgimento degli eventi on line alle modalità di saluto più usuali. 

Quando si farà la storia dell’umanità degli ultimi secoli, nelle sue varie rivoluzioni ed evoluzioni, questi nostri tempi, di cui siamo pionieri e testimoni involontari, verranno citati ampiamente nei libri di storia. Tra le varie rivoluzioni che hanno cambiato e accelerato i processi di civiltà (con inevitabili errori, s’intende), insieme alla scoperta della stampa, alla rivoluzione francese, a quella industriale, agli eventi bellici, all’atomica, al boom economico, all’avvento della televisione, alle rivoluzioni tecnologiche, si parlerà del Covid-19.

Come tutte le svolte impreviste, anche il Covid ha avviato processi innovativi e il mutare di abitudini consolidate e di esperienze. Insomma all’inizio le novità ci complicano la vita e, nelle persone più sensibili, creano la nostalgia del passato, del “si faceva sempre così”. E’ il prezzo da pagare alle crisi che aprono a una transizione.

Le persone più anziani e fragili tengono vivi i loro rapporti affettivi a distanza

Del resto non è indolore la rimodulazione operativa e organizzativa di vita, di abitudini quotidiane, di lavoro, di attività sociali, di superamento della crisi economica: una nuova vita imposta e impostata in modo imprevisto e improvviso. In tal senso rappresenta una sfida e una novità per tutti. E’ venuta meno la programmazione: non si può organizzare o prevedere nulla. Le agende e i calendari si confrontano con la precarietà e l’incertezza. Mentre prima il carico di lavoro si distribuiva nella giornata in fasce orarie precise, con il lavoro agile e la didattica a distanza la routine è saltata e si è creata una sovrapposizione complessa da gestire. 

E intanto il tempo se ne va.

E’ triste vedere sconvolte ritualità, feste, sagre legate alle stagioni, ricorrenze, compleanni a cifra tonda che torneranno … tra dieci anni (e non sarà la stessa cosa, non ci saranno tutti coloro che vorremmo). Senza contare il saluto che non è stato possibile dare a chi non è più.

Mi pare un nuovo esperimento collettivo che ci condiziona con la paura della malattia e l’incertezza di quelli che erano i pilastri della vita personale, sociale, professionale, affettiva.

Su tante cose non si tornerà più al pre-Covid perché si è scoperto, inaspettatamente, un miglioramento delle condizioni di vita (poi c’è sempre un rovescio della medaglia), tante le apprezzeremo di più proprio ora.

Cambiano le nostre abitudini e operatività del lavoro

Peraltro i limiti emersi sono tanti, in barba alle consolatorie dichiarazioni trionfalistiche. Si considerino, ad esempio, le difficoltà di lavoro da remoto perché non sono sempre disponibili i consueti archivi o applicativi dell’ufficio, manca la connessione veloce, periferiche mobili e software dedicati. Si è acuita la disuguaglianza tra chi possiede infrastrutture informatiche all’avanguardia e chi no. E’ emerso che siamo indietro in termini di accesso alle nuove tecnologie e sui livelli di competenza. L’on line per qualcuno è una interessante novità, per altri una forzatura che si sarebbe evitata, per altri ancora  l’estensione di una situazione già consolidata. Manca la cultura e l’esperienza di realizzare a distanza molte attività per raggiungere più persone (formazione, concerti, conferenze), riducendo costi e tempi di spostamento. Diventa più evidente il contrasto tra lo spazio della propria stanza, la dimensione globale della connessione, la percezione della presenza di persone di tutto il mondo on line con che si salutano, si presentano, interagiscano, non sempre in modo ordinato.

Se è vero che “resistere è creare” ci si è adattati bene, acquisendo conoscenze e abilità che non si avevano, o si avevano solo in parte dal punto di vista tecnologico, che vanno sempre implementate per seguire l’innovazione continua che rende velocemente obsolete le conoscenze.

Oggi sta squillando un campanello d’allarme che ci avvisa che le cose stanno cambiando.

Del resto i fenomeni pandemici hanno sempre comportato svolte e rivoluzioni negli stili di vita. Solo per fare qualche esempio storico, la peste di Giustiniano (541-542) aveva visto la fine dell’Impero Romano e dato inizio al Medioevo, la peste nera del 1348-1350 aveva aperto all’Evo Moderno. Dopo la peste, da quella descritta di Tucidide a quella dei racconti di Boccaccio o Manzoni, nulla è stato più come prima.

Anche i gesti di tenerezza sono sopesso diventati un lusso

Se tante cose cambieranno, spero non venga meno l’aspetto del contatto personale che rappresenta il senso di umanità e rende tangibile stima, affetto, amicizia, cordialità, simpatia. Se c’è una cosa che questa pandemia ci ha insegnato è l’importanza del contatto fisico, di un abbraccio, di una stretta di mano, di una carezza. Cose che fino a marzo scorso davamo per scontate e oggi ci sembrano un miraggio. Al momento occorre fare ancora qualche sacrificio, accontentarci degli sguardi, dei cenni, dei saluti a distanza e dei sorrisi con gli occhi, dimostrare paradossalmente l’amore ai nostri cari standogli lontani. Ma anche qui ci aiuta la comunicazione: partendo dall’esperienza consolidata del passato: possiamo ancora esprimere i nostri sentimenti attraverso un pensiero, un biglietto o un oggetto che rimarrà nel tempo. In questi mesi ci siamo resi conto che la tecnologia è utile, ci permette di rimanere in contatto. Ma non basta. Abbiamo bisogno di stringere coloro ai quali vogliamo bene.

Nell’ultima pagina de La peste, non a caso uno dei libri più letti nei mesi scorsi, Camus scrive: “Quello che s’impara in mezzo ai flagelli è che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare”. 

Siamo agli inizi di un mondo nuovo. Ma sarà un mondo migliore?