Locarno (Svizzera): “Aurelio Amendola. Visti da vicino”, mostra fotografica al Museo Casa Rusca.

72/21 - Amendola - foto sale © Museo Casa Rusca (Ph. Cosimo Filippini)

Appuntamento dedicato alla fotografia d’arte quello con Aurelio Amendola, protagonista della nuova mostra al Museo Casa Rusca di Locarno, che accoglierà il pubblico dal 28 marzo fino al 19 settembre 2021.

Aurelio Amendola (Pistoia, 1938), fotografo di statura internazionale e membro dell’Accademia delle Arti del Disegno, ha legato il suo nome all’arte. Nel corso della sua lunga carriera, il suo obiettivo ha ritratto i più importanti esponenti delle avanguardie del Novecento tra cui De Chirico, Lichtenstein, Pomodoro e Warhol. Una passione, quella per l’arte del XX secolo, che acquista anche un valore umano per le frequentazioni personali del fotografo con alcuni artisti. Rapporti di amicizia che hanno dato vita ad importanti lavori monografici dedicati a scultori e pittori moderni tra cui Marini, Burri, Manzù, Fabbri, Ceroli, Vangi e Kounellis.

L’altro polo di interesse di Amendola è la scultura, ambito nel quale ha sviluppato una grande sensibilità documentando, tra l’altro, alcune note sculture del Rinascimento italiano. Celebri gli scatti delle opere di Jacopo Della Quercia, Canova e Donatello, e anche di singoli capolavori come il pulpito di Giovanni Pisano e il Fregio robbiano dell’Ospedale del Ceppo a Pistoia, Santa Maria della Spina e il Battistero a Pisa, la Basilica di San Pietro in Vaticano. Più di tutti, si è dedicato alla fotografia delle opere di Michelangelo, per cui ha ottenuto numerosi riconoscimenti (nel 2007 è stato il primo fotografo ad essere presente all’Hermitage di San Pietroburgo con una mostra dedicata alle creazioni del Maestro rinascimentale).

Aurelio Amendola. Visti da vicino

Aurelio Amendola, ovvero l’arte che fotografa l’arte e la fotografia che diventa arte. La sua fotografia infatti non si riduce a mera riproduzione, ma è simile alla pratica scultorea, un atto poetico, allo stesso tempo materiale e spirituale, meditativo e seduttivo.

Tra i fotografi più acuti e ricercati del nostro tempo, genio poliedrico, irriverente e solare, che incanta e ti conduce con sé tra rievocazioni di antichi maestri e importanti artisti contemporanei, con il suo stile rigoroso e raffinato, frutto di esperienza, fantasia e capacità tecnica.

La mostra vuole rendere omaggio a un uomo che ha dedicato la sua vita alla rappresentazione del mondo dell’arte. Attraverso una selezione di 79 fotografie, il visitatore avrà l’occasione di apprezzare una tra le più interessanti e significative testimonianze fotografiche mai realizzate sui lavori dei maggiori talenti artistici italiani e internazionali, immortalati con un click della sua inseparabile Hasselblad, sempre rigorosamente in analogico.

Il fil rouge dell’esposizione è l’atelier, luogo privato e inaccessibile, dove l’artista prefigura il suo lavoro in un contesto che ne rispecchia le personalità e l’estro, dove l’opera d’arte viene concepita, realizzata e infine contemplata, ma anche spazio di vita e di autorappresentazione dell’artista stesso.

La forza dello sguardo di Amendola sta nell’essere riuscito a penetrare la dimensione interiore dell’artista al lavoro, a fermare il momento assoluto e potente della creazione. Solo lui è riuscito in tale impresa (a parte Ugo Mulas con la celebre sequenza del taglio di Lucio Fontana) grazie alla complicità e intimità creata con gli artisti. È questa l’unicità di Amendola: una combinazione di prodigioso talento professionale unito ad una rara sensibilità umana.

Amendola con i suoi occhi ferma nel tempo qualcosa di unico: l’enigma insolubile della creazione. Quello che conta davvero per il fotografo è raccontare il mondo di un artista in un’istantanea e coinvolgere emotivamente l’osservatore che percepisce di essere di fronte a quei momenti sublimi che accompagnano l’atto creativo.

Possiamo così addentrarci furtivamente e in punta di piedi nell’ampio studio di uno tra i più celebri esponenti della Pop Art, Roy Lichtenstein, intento a ultimare una tela di grande formato oppure osservare Marino Marini scolpire all’aperto a Forte dei Marmi. Stupirci di fronte ad un Giorgio de Chirico elegantissimo in giacca e cravatta che studia il suo quadro illuminato dai raggi del sole provenienti da un lucernaio nel suo studio a Roma all’inizio degli anni Settanta. Invidiare Emilio Vedova, il pittore espressionista che lavora nel suo atelier veneziano usando non i pennelli ma le mani e pare quasi confondersi, coperto di colore com’è, con l’opera che realizza. Restare affascinati da come il gesto istintivo di Julian Schnabel – pittore e regista statunitense alle prese con vele nautiche ricoperte di colore su cui campeggiano dei piatti rotti – faccia da contraltare all’indagine sul colore e alla precisione dell’esecuzione di Piero Dorazio. Interrogarci insieme a Hermann Nitsch – uno dei massimi esponenti dell’Azionismo viennese – sulla fascinazione per l’opera d’arte totale mentre l’artista, con indosso il consueto camice intriso da precisi significati sacerdotali, è intento a camminare sulle sue tele mastodontiche. Fra i più spettacolari artisti ripresi in azione non poteva mancare la sequenza dell’amico fraterno Alberto Burri con in mano un bruciatore nel momento in cui crea una delle sue celebri “combustioni” in plastica mentre il volto scompare tra le fiamme. In questo vasto ciclo di opere trovano un posto speciale i ritratti di Andy Warhol realizzati nel 1977 e nel 1986, poco prima della sua morte prematura. In queste immagini Amendola, uno dei pochissimi fotografi ammessi a ritrarre Warhol nella Factory, ci svela un artista che, consapevole di essere un’icona del suo tempo, si mette in posa immobile come una statua o un oggetto di uso quotidiano alla stregua di una delle sue lattine di zuppa Campbell’s o di un Brillo Box. Tuttavia le due serie non potrebbero essere più differenti. Le fotografie del 1977 sono calcolatissime, vi è un senso della “composizione” dove ritroviamo un Warhol distante e costruito rappresentato tra delle sedie vuote per raccontare proprio quel senso di solitudine che Amendola aveva percepito in lui. Sono più umani, invece, gli scatti del 1986, quando Warhol stava già malissimo. L’artista è un uomo maturo, dal fisico provato, il viso scavato, meno interessato alla propria immagine: la giacca nera e gli stivaletti lucidi hanno fatto posto ad una tenuta banale, propria – si potrebbe dire – dell’americano medio: i jeans, un giubbetto e una camicia a quadri.

Uno degli aspetti più originali della capacità fotografica di Amendola riguarda il suo lavoro sulla scultura, in particolare la sua interpretazione di Michelangelo Buonarroti. Amendola è l’unico fotografo al mondo che ha avuto il privilegio di ritrarre la totalità delle opere di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, realizzando cinque libri a lui dedicati, regalando così all’umanità delle inquadrature meravigliose. Il pubblico potrà ammirare, ad esempio, gli scatti esclusivi delle tre Pietà di Michelangelo: la Rondanini custodita al Castello Sforzesco a Milano, la Pietà di Santa Maria del Fiore a Firenze e la celebre Pietà vaticana conservata nella Basilica di San Pietro, coglierne tutte le sfaccettature e apprezzarne ogni singolo dettaglio.

I capolavori di Michelangelo filtrati dall’obiettivo di Amendola rivelano ogni aspetto della loro grandezza. Marmi che danno vita a forme sinuose delle quali il fotografo esalta la potenza plastica, la superba esecuzione, l’impulso vitale dei corpi, riuscendo quasi a restituire quel “contatto epidermico” che solo Michelangelo può avere avuto con la materia da cui sono scaturite le sue figure. Il tutto senza alcun artificio, nell’elegante semplicità delle immagini in bianco e nero, dove interagiscono perfettamente la mano di Michelangelo e il profondo sentimento della luce di Amendola.

Ed è attraverso un sapiente gioco di luci, angolazioni e riprese ravvicinate che il fotografo si addentra nelle opere, scoprendovi continuamente infinite chiavi di lettura, per riconsegnarci – da una prospettiva nuova – un repertorio iconografico entrato a tutti gli effetti nell’immaginario collettivo.

Nelle fotografie di Amendola possiamo ammirare le opere del massimo scultore e pittore rinascimentale svelato e non prevaricato; interpretato ma non travisato; nuovo e pure riconoscibile. Il risultato è una lettura intensamente partecipe, al punto da attualizzare le figure classiche del Maestro, offrendone in modo straordinariamente efficace una leggibilità inedita.

Anche per questo il percorso espositivo delle ultime due sale del Museo risulta particolarmente affascinante: un’autentica esperienza emozionale che consente al visitatore di penetrare con lo sguardo e con la mente l’opera michelangiolesca ed assaporare fino in fondo le principali sculture del grande maestro del Rinascimento.

Le immagini di Amendola rappresentano l’essenza stessa della fotografia, che è semplicemente la facoltà di poter guardare al mondo o alle cose attraverso altri occhi. Occhi capaci, in questo caso, di regalare il senso di una rivelazione, di raccontare l’impercettibile e di scrutare l’anima. Come ebbe a dire Alan Jones “Con il suo occhio penetrante, l’apparato fotografico, e il soggetto sotto il suo sguardo, che si tratti di pietra o di un essere vivente, egli compie una triangolazione filosofica: l’arte come scelta e punto di osservazione, l’arte come direzione dello sguardo, l’arte come strumento per rendere visibile l’invisibile.”

La mostra è accompagnata da un catalogo corredato dalle riproduzioni di tutte le opere esposte, unitamente a contributi critici di Walter Guadagnini e Antonio Paolucci.

Aurelio Amendola nasce nel 1938 a Pistoia, dove vive e lavora. Nel corso della sua lunga carriera di fotografo si dedica soprattutto all’arte contemporanea, immortalando i più rinomati artisti italiani e internazionali del Novecento. A partire dagli anni Settanta egli crea una vera e propria galleria di ritratti di celebri maestri come Giorgio de Chirico, Arnaldo Pomodoro, Renato Guttuso, Mario Schifano, Roy Lichtenstein e Andy Warhol, per citarne solo alcuni. Questa collezione, che quotidianamente si rinnova aggiornandosi sui nomi e sulle tendenze più all’avanguardia, acquista un particolare valore culturale e umano grazie alla lunga frequentazione personale del fotografo con gli artisti. Alla sua opera si devono infatti numerose monografie dedicate ai maggiori scultori e pittori moderni come Marino Marini, Giacomo Manzù, Luciano Fabro e Jannis Kounellis. Il fotografo si concentra inoltre su Alberto Burri, al quale dedica diverse mostre: nel 2006 al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia a Madrid, nel 2007 a Parma presso la Fondazione Magnani Rocca e nel 2008 alla Triennale di Milano. Nel 2011 partecipa alla mostra United Artists of Italy. Photographic portraits presso la Estorick Gallery of Modern Italian Art di Londra e dona undici foto-ritratto al Comune di Pistoia conservate nella collezione permanente di Palazzo Fabroni. Nel 2012 inaugura a Milano alla Galleria Marconi la serie Happenings che, ulteriormente arricchita da nuove immagini di artisti, verrà riproposta poi a Bologna alla Galleria De’ Foscherari e successivamente a Palazzo Panichi a Pietrasanta. Nel 2014 la Triennale di Milano organizza la mostra In Atelier. Aurelio Amendola: fotografie 1970-2014 che presenta uno ampio e sfaccettato campionario di artisti ritratti dal fotografo toscano nel momento in cui concepiscono le opere nelle loro “officine”. Seguono diverse esposizioni in Italia dedicate ad altrettante figure di spicco del panorama artistico del XX secolo di cui Amendola è stato narratore e testimone.

Amendola è anche noto per le fotografie delle sculture del Rinascimento italiano: ha documentato l’opera di Jacopo Della Quercia, Canova, Bernini, Donatello e Michelangelo, e illustrato singoli capolavori e monumenti quali il pulpito della chiesa di Sant’Andrea di Giovanni Pisano e il Fregio Robbiano dell’Ospedale del Ceppo a Pistoia, la chiesa di Santa Maria della Spina e il Battistero di San Giovanni a Pisa, la Basilica di San Pietro in Vaticano. Le sue riprese delle sculture di Michelangelo sono esposte nel 2007 al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo. Amendola è il primo artista a proporre una mostra fotografica nelle sale della celebre istituzione. Nel 2008 la Fondazione Gam di Torino acquista alcune sue fotografie per poi esporle in una mostra collettiva al Castello di Rivoli. Nello stesso anno il gruppo editoriale UTET Grandi Opere – FMR pubblica il libro Michelangelo: La Dotta Mano con immagini di Amendola. Il libro è realizzato in 99 copie con una copertina in marmo e velluto. In seguito verrà donato alla città di Bologna e al Museo del Prado di Madrid e a molte altre istituzioni in America, in Asia e a privati. Nel 2014 in occasione del 450o anniversario della morte di Michelangelo, Amendola espone 23 gigantografie dell’opera dello scultore presso le Cappelle Medicee a Firenze. Interprete per eccellenza dell’opera del grande maestro del Rinascimento, seguono negli anni successivi diverse mostre incentrate sulla sua figura.

Da quasi 50 anni il fotografo espone sia in Italia, sia all’estero, arrivando anche in Uruguay, in Canada, in Brasile e a Singapore.

Nel 1994 il suo volume Un occhio su Michelangelo – dedicato alla Cappella Medicea di San Lorenzo a Firenze – vince il “Premio Oscar Goldoni” per il miglior libro fotografico dell’anno. Quattro anni dopo riceve il premio alla carriera “Cino da Pistoia”. La città di Pistoia gli assegna nel 2012 anche il premio “Il Micco”, il più alto riconoscimento a personalità pistoiesi. Nel 2014 l’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro gli conferisce il Diploma Accademico Honoris Causa in arti visive e il titolo di Accademico d’Italia, per l’eccellenza della sua attività artistica e professionale. Nel 2016 la città di Gaeta gli ha assegnato il premio “Una vita per l’Arte” attribuito annualmente a personaggi che hanno dedicato la propria vita all’Arte.

Fonte: Ufficio Stampa Museo Casa Rusca – Sabina Bardelle von Boletzky