C’è ancora la Piazza?

Nulla sembra cambiato, ma tutto è diverso.

C’è ancora quello spazio dove la gente si incontrava, discuteva, litigava. Quando torno alla mia “Itaca”, la piazza è li apparentemente immutata. Cambia a seconda delle stagioni, delle ore e dei suoi frequentatori. Diversa ogni volta agli occhi di chi per “cambio di residenza” la guarda avendo perso  memoria dei sui ritmi vitali. La piazza del mio paese è grande e vasta, per la verità una strada l’attraversa e taglia in due.

Quella strada statale con un poco di ordinaria fantasia sembra somigliare a un fiume in piena; macchine , motori e monopattini in un continuo fluire ne rendono avventuroso l’attraversamento. In quelle piazze  ancora oggi gli anziani quando qualche giovanottello misericordioso lascia loro libere le panchine siedono a raccontarsi una vita, i bambini scorazzano e giocano felici ignorando l’immancabile cartello “vietato calpestare le aiuole” o “il decoro dei giardini è affidato all’educazione dei cittadini”, mamme distratte e incuranti lasciano fare e se qualcuno “fastidioso” eccepisce qualcosa immancabilmente viene fuori il classico : “sono pambbbbini” e poi scocciate “nan si stot criatir pur  ti, nan t arrcourd” (non sei stato bambino anche tu, non ti ricordi), a questo punto che dire … Quando ero ragazzo due signori in bicicletta e in divisa curavano che nessuno compisse atti di vandalismo e richiamava noi ragazzi al rispetto delle regole, li temevamo, erano la “legge” , oggi prenderebbero solo pernacchie.  Da ragazzi ascoltavamo in religioso silenzio i discorsi dei vecchi, senza interromperli, i grandi dibattevano con i più giovani, fuori dai caffè ci si confrontava sulla superiorità calcistica, sulle storie dei padri e dei figli, sulle guerre dei nonni e le bravate dei nipoti. Poi, certo, ognuno passava la maggior parte del tempo con i suoi coetanei, ma i vasi erano ancora comunicanti. I nonni, che erano la saggezza e la memoria della comunità raccontavano per la centesima volte le loro antiche vicende, i nipoti ascoltavano, sbadigliavano, imparavano, e poi tra padri e figli si litigava di brutto su questioni politiche, sui principi, sulle scelte fondamentali. Con il tempo, crescendo e con una distorta idea di democrazia e libertà i giovani cominciarono ad ascoltare meno, dovevano dimostrare al vecchio di saperne di più, di volare più in alto, e si incrociavano i fioretti e le clave, la piazza diventava un campo di battaglia dove bisognava farsi onore. Le generazioni si mescolavano, parlavano con argomenti diversi la stessa lingua, si urtavano e si condizionavano a vicenda.

Tutti avevano qualcosa da insegnare e ognuno era convinto di non avere nulla da imparare. Oggi le piazze sono popolate da altri, genti nuove che occupano gli spazi che abbiamo lasciato, spesso disertate perché altri sono i luoghi di incontro sempre più spesso virtuali. La frattura tra generazioni sembra insanabile, i ventenni hanno la loro musica, i loro libri, le loro ossessioni, le loro fobie, i loro discorsi; i trentenni ne hanno completamente altri, i quarantenni altri ancora, e ognuno sembra voler vivere in una dimensione che comunica attraverso meccanismi escludenti. Un amico, che ha una cattedra in una prestigiosa università estera, passando da Milano mi è venuto a trovare. Mi ha raccontato che gli era venuta voglia di soggiornare qualche giorno nel nostro paese d’origine, la sera ha fatto un giro in piazza convinto di incontrare qualche amico; vecchie care abitudini di quando non si sfuggiva al rito dello struscio. Ha visto in giro tanti giovani, tanta gente, tanti “estranei”, sconsolato mi ha riferito di aver incrociato lo sguardo in una vetrina di qualcuno che gli ricordava qualcuno … era la sua immagine riflessa senza contorni ….. allora si è chiesto: la nostra generazione dove si è rifugiata? Caro amico, se ti fermi un po’ di più ti accorgi che in fondo non è cambiato nulla, siamo cambiati noi, siamo noi che siamo andati via, la piazza è rimasta li. Nel mio solito stile diretto gli ho suggerito di dimenticare pro tempore chi è e di ricordarsi chi era e che la prossima volta: “ fai qualche telefonata e vedrai che amici panzuti e incanutiti non perderanno l’occasione per un “come eravamo””.