Che stress il work, anche se smart.

Smart working e fatiche annesse: come cavarsela?

Atteso toccasana o evento nefasto? Gli animi si dividono quando trattasi di smart working, nuovo assetto lavorativo a cui l’emergenza sanitaria Covid-19 ci ha obbligati, il cui dress code permette di abbinare le pantofole alle canoniche camicia, giacca e cravatta.  

Da una parte gli “happy workers”, che, felici delle nuove modalità di telelavoro, ne vogliono fare un mondo senza ritorno, valorizzandone vantaggi quali un maggior tempo passato con i figli, maggiore concentrazione, maggiore libertà. Dall’altra i “sad workers”, gli scontenti, che, imprecando contro i muri di casa vissuti come angoscianti, lamentano stress e solitudine, rischiando il crollo.    

La questione è che il “lavoro agile” costituisce qualcosa di nuovo per i più (secondo Randstad Research, solo il 3,6% dei lavoratori italiani lavorava abitualmente da casa prima del lockdown), non necessariamente di facile gestione, tanto che smart può far rima con stress. Se le statistiche dicono, a onor del vero, che sia migliorato il work-life balance (migliore conciliazione tra lavoro e vita privata), è altrettanto vero che per molti questa nuova modalità rappresenta uno stravolgimento sgradito della propria vita, dove restrizioni, convivenza serrata, iper-connessione, isolamento, diminuzione della possibilità di crescita professionale dettata dal confronto interpersonale, hanno trasformato lo smart working in “argh!” working, rendendolo fattore di rischio per la sindrome da burnout. 

Assenti le dinamiche aziendali, i momenti di pausa, lo svago insieme ai colleghi, una latente sensazione di solitudine finisce per mescolarsi con una certa apatia, mentre la melanconia per i tempi che furono, quando le relazioni sociali prevedevano la frequentazione di un ambiente diverso da quello del solo nucleo familiare, prende forza.  

Riorganizzare l’ambiente casalingo, affinché possa accogliere una zona work, possibilmente smart (bella), non è così immediato, come non lo è organizzare il tempo al suo interno. L’assenza di un confine netto tra l’ambiente professionale e quello privato rischia, infatti, di generare un sovraccarico lavorativo, fatto di un monte ore lavorato da record, dove è soprattutto l’effetto “just in time” (tempestività) ciò che genera stress, come pure l’incapacità di soprassedere e voltare pagina. Per eludere sentimenti di ansia o colpa si finisce per ottemperare nell’immediato ad ogni nuovo compito sbucato improvvisamente da una email, un sms, una telefonata, a svantaggio dei nervi, che tendono a logorarsi. Risultato: la relazione professionale si fa più accanita, un paradosso se si pensa che vige, al tempo stesso, l’isolamento. Da un lato un perenne contatto online, dall’altro una relazione svuotata delle componenti affettive tipiche del contatto de visu, dove l’assenza di scambio di energie tra corpi lascia un senso di vuoto.   

Sempre sul versante relazionale, qualcuno ha sottolineato le conseguenze nefaste di una convivenza stretta, in spazi stretti: contatti ad “alto impatto”, incomprensioni di varia natura,  gelosie (“Ma scusa, tu ti rivolgi in modo così seduttivo al tuo collega?”), malumori (“Da quando lavoriamo entrambi da casa, hai smesso di dedicarmi vere attenzioni”), litigate (“Cavoli, vuoi abbassare la voce?! Sono anche io in call con New York!”). La rete familiare rischia di perdere il suo ruolo di supporto, diventando un problema da risolvere: la fame di relazioni altre si fa famelica.

Il “burnout” è alle soglie? Calma e sangue freddo. Focalizziamo, innanzitutto, i sintomi di una sindrome da burnout, affinché ci si possa monitorare: insonnia, nervosismo, rabbia, apatia, mal di testa, perdita di entusiasmo, autosvalutazione, senso di incapacità, senso di colpa, auto-isolamento. Come proteggersi? Se le ricette preconfezionate sono sempre una banalizzazione, avere a disposizione un pacchetto di strategie rende possibile orientarsi e trovare cosa sia bene per sé:  

  1. In casa, se possibile, dedicare un luogo specifico al lavoro, lasciando intatti altri spazi.  
  2. “Chi più lavora meno mangia”. E’ importante fissare obiettivi “smart”: specifici, misurabili, accessibili, raggiungibili, traccianti. No agli obiettivi grandiosi e improbabili! Sì ad una sana tempificazione del lavoro, fatta di priorità e urgenze, due categorie distinte che non vanno confuse, dove definire in maniera chiara e netta anche gli orari di lavoro è indispensabile.   
  3. Fare pause ristoratrici e monitorare con grande attenzione la propria in-capacità di disconnettersi, vero grande pericolo.
  4. Rendere il tempo libero più ricco possibile, affinché sia possibile ricaricarsi.  
  5. Negoziare con i figli il tempo da trascorrere insieme e quello in cui non vi si può disturbare. Trovandovi più spesso in casa, hanno bisogno di non sentirsi trascurati, ma voi avete bisogno di concentrarvi. È la confusione e la mancanza di regole chiare ciò che genera frustrazione. Un dialogo franco fa la differenza.  Certamente, quando sono molto piccoli è necessaria una soluzione differente.  
  6. Condividere l’organizzazione del nuovo assetto di casa, affinché tutti si sentano coinvolti e possano esprimere un’opinione, anche l’eventuale malessere che questa   arreca. Esprimere le proprie emozioni di fronte ad attenti testimoni empatici, e ricevere comprensione, è un toccasana che apre anche alla negoziazione senza perdenti, dove l’obiettivo diviene raggiungere il massimo vantaggio per tutti gli attori coinvolti.   
  7. Approfondire tecniche di mindfulness per gestire la spossatezza da gestione multitasking.

In particolare, il multitasking è quel sistema interiore che permette l’esecuzione di più programmi/compiti contemporaneamente. Il rischio, tuttavia, è quello di uno stressante sovraccarico di informazioni, dove la memoria finisce sotto sforzo, da cui possono nascere  auto-accuse di inefficienza, sensazione di prestazioni deficitarie, a svantaggio dell’autostima. Il problema è solo quello di aver alzato le aspettative verso se stessi. 

Tecniche di mindfulness (consiglio i testi, facilmente fruibili, di Jon Kabat-Zinn – “Vivere momento per momento”, “Riprendere i sensi”, “Dovunque tu vada ci sei già”; Ronald D. Siegel – “The Mindfulness Solution: Everyday Practices for Everyday Problems”, “Qui e ora”;  Saki Santorelli – “Guarisci te stesso”) non solo agiscono nell’ottica di un potenziamento delle funzioni attentive e mnestiche, ma soprattutto, cosa anche più interessante, agiscono sul rimuginio e sui pensieri negativi, risultando efficaci per la prevenzione delle ricadute depressive. La pratica di mindfulness, favorendo il passaggio dal “fare” all’“essere”, allena a rimanere presenti allo stato delle cose, senza giudizi, portando un cambiamento radicale del modo di vedere e vivere le cose. Se lo smart working genera una forte pressione rispetto al “fare”, sarebbe altamente preferibile allenare la modalità dell’”essere”, che tiene conto di un amorevole rispetto di sé. Acquisire una maggiore accettazione di se stessi e delle proprie possibilità è un modo per rispettarsi, anzi “il” modo. Tornare a se stessi è fonte di benessere. 

Secondo una statistica ad opera di Adapt, il 28% degli intervistati si augura di proseguire la propria attività professionale in smart working nei prossimi mesi, mentre il 58%  preferirebbe modalità ibride di 2/3 giorni alla settimana. Certamente, la sfida aperta rimane quella di un lavoro agile integrato con un uso capace ed intelligente delle tecnologie, della mobilità, di misure di inclusione e diversity. Il diritto alla disconnessione, in particolare, necessita una regolamentazione puntuale. Più bon ton dello smart working per tutti, insomma, con riunioni in video call attivabili solo fino ad una precisa deadline, pause di 10 minuti fra una e l’altra, assenza di obbligo a dare feedback alle comunicazioni aziendali fuori dall’orario normale di lavoro.

Ogni cambiamento vuole messa in gioco di se stessi, capacità di stare almeno un po’ nell’incertezza, profondo ascolto interiore, che rimane la vera risorsa per facilitare la lettura e la decodifica dei vissuti in corso: le emozioni sono fari che guidano la rotta durante il caos. 

“La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato.” (A. Einstein)