Separiamoci con amore

Aspetti emotivi e legale della separazione con figli.

Cosa ha fatto di un uomo mio padre e di una donna mia madre? La parola, risponderebbe M. Recalcati, psicoanalista, quel loro nominare la mia vita, rendendola degna di vita, vita amata, amore per un nome proprio, il mio. Perché l’amore dona senso quando è amore per l’eteros, per il singolo individuo e la sua singolarità, esperienza incondizionata di accoglienza che fa sentire quella vita insostituibile.
Il mestiere del genitore è difficilissimo, almeno ai miei occhi. Se il gesto materno si realizza simbolicamente nella cura, fino a condurre il figlio sulla soglia dove spiccare il volo, quello paterno si configura nell’offrire l’esperienza delle regole, del limite.   

Siamo comunemente indotti a pensare che il codice civile sia una materia fredda e lontana dalla vita comune, eppure fa riflettere la ricchezza di contenuti dell’articolo 315 bis ove si descrive il mestiere del genitore: “Ogni figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni”, e senza fare differenze sancisce che “entrambi i genitori hanno la responsabilità genitoriale che è esercitata di comune accordo …” (art. 316 c.c.).

Certamente la genitorialità può mettere in crisi i partner, anziché cementarne il legame. Ciò accade perché porta con sé antichi copioni familiari, magari poco in sintonia con quelli del partner, o dinamiche legate al proprio modo di essere stati figli distanti dal vissuto del coniuge. Poi ci si mette pure la vita con i suoi tranelli e i sentimenti con la loro caducità. Se si arriva alla separazione, il terremoto emotivo che viene a crearsi richiede un tempo di elaborazione e tutta la cura di cui si è capaci: quando un sogno si sbriciola e un’appartenenza si sradica, l’anima si sgretola. Rabbia, tristezza, rancore, paura azzannano le carni e perdere di vista i figli non è che il risultato di una traversata con mare grosso, che fa del caos vento che soffia nelle vele.  

Rabbia e rancori spesso portano la coppia a rifiutare un accordo di separazione consensuale e aprono la porta a conseguenze inizialmente sottovalutate che finiscono per influire soprattutto sul futuro dei figli. La separazione giudiziale, cioè la separazione in cui non si raggiunge un accordo, e la forte conflittualità tra coniugi, inducono spesso i Giudici a nominare un CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio), cioè un professionista (generalmente uno psicologo iscritto nel registro dei consulenti tecnici del Tribunale), cui viene affidato l’incarico di valutare le capacità genitoriali dei coniugi e di proporre una soluzione in termini di affidamento e collocamento dei figli, soluzione che viene quasi sempre assorbita pari pari nella decisione del Tribunale.

I bambini sono emotivamente vulnerabili e dipendenti dalle figure adulte, hanno bisogno degli adulti, si nutrono dei loro gesti, delle loro parole, elementi che inevitabilmente lasciano un segno. Hanno ancor più bisogno di loro quando le conseguenze emotive di una separazione rischiano di intrappolarli in un vortice di ansia, tristezza, vergogna, sentimenti di abbandono o colpa, dove non sono insolite difficoltà transitorie quali forme di regressione (comportarsi come se si fosse più piccoli, con perdita di competenze già acquisite). Tali comportamenti denunciano spaesamento, gridano aiuto, chiedono accoglienza senza biasimo.  Il bisogno di qualcuno che trasmetta loro la certezza che il dolore sia passeggero, e quell’abilità persa presto si ripresenterà, si fa pressante.    

Una forte conflittualità tra i separandi induce il Giudice Istruttore ad ordinare l’affidamento dei minori ai Servizi Sociali, se non il collocamento in comunità. Il coinvolgimento dei minori nel conflitto o anche semplicemente il non avere cura che si trovino ad assistere a eventi di violenza fisica o verbale, costringe il magistrato a togliere ai genitori una parte dei loro diritti/doveri sui figli, avendone accertata l’inadeguata capacità genitoriale.

Gli adolescenti sono apparentemente più autonomi, ma anch’essi estremamente bisognosi di adeguate figure di riferimento capaci di star loro accanto in una fase di transizione della vita già di per sé ricca di cambiamenti. La percezione dell’assenza di una famiglia integra può trasformarsi in aggressività e svalutazione dei genitori, irritazione o disgusto per la loro vita sessuale, provocare  imbarazzo verso i pari, fino a dar vita a forme di involuzione che sembrano voler ritardare un’adultità divenuta minacciosa, o consegnare ad un’emancipazione precoce e incompleta, dove la ricerca di un partner anziano, per esempio, è spesso l’espressione di un desiderio di protezione. Nel tentativo di ricomporre la frammentazione interiore, amici ed impegni balzano al primo posto, lo spirito di ribellione ha la meglio, il rifiuto di far visita al genitore distante diviene tentativo sterile per soffocare la rabbia, scongiurare la percezione di abbandono, prendere le parti dell’altro genitore. Droga, promiscuità sessuale, fughe, sette, tutti eventi che denunciano fatica o impotenza. L’autostima rischia di traballare e l’autosvalutazione di spegnere la fiducia in se stessi; l’affettività potrebbe fluttuare tra eccessivo investimento nelle relazioni d’amore o rotture improvvise. L’anima ha bisogno di un po’ di tempo per ricompattarsi.

C’è un modo per affrontare la separazione senza che questa travolga i figli? Ci sono modi potenzialmente più sani di altri per allontanarsi e stare distanti.  

Innanzitutto è fondamentale non dilatare i tempi destinati a comunicare la separazione: inventare storie (“papà è stato trasferito per lavoro”), mettere in atto sotterfugi (es. dormire fuori casa per farvi rientro prima che il bambino si svegli), negare una risposta a domande che mirano a fare chiarezza, sono comportamenti confusivi che minano la credibilità dell’adulto. I bambini hanno le antenne alzate, sentono “nelle ossa” un clima conflittuale, devono conoscere la verità, meglio per bocca di entrambi i genitori, perché ricevere spiegazioni attraverso un linguaggio e una misura adeguati li aiuta a sgombrare il campo da fantasmi fonte di spaesamento. Non serve perdersi in dettagli, quanto piuttosto fare chiarezza senza lungaggini; le notizie forti vanno dosate come pillole: “Mamma e papà non sono più felici insieme, litigano spesso, te ne sei accorto anche tu. Litigare sempre è brutto per tutti noi. Abbiamo deciso di separarci. Noi continuiamo a volerti bene come prima, anzi anche più di prima, se possibile.” 

La questione è che spesso il dolore delle persone che amiamo ci appare insostenibile ed è forse anche per questo che tendiamo a negare che i figli possano risentire della separazione. Tuttavia ogni cambiamento necessita di una fase di adattamento: la separazione ha bisogno di essere narrata, discussa, pianta. Incoraggiare il bambino ad esprimere cosa pensa, cosa prova (espressione che può essere facilitata dal gioco simbolico – con bambole, pupazzi o altri oggetti – o dalla lettura di storie che trattano la tematica) è di grande aiuto. La parola offre supporto, conforto, riparo: “È normale che tu ti senta arrabbiato/triste. Ogni cambiamento porta con sé qualche nuova emozione. Possiamo vincere le tue paure insieme, posso aiutarti a superare le emozioni faticose, se mi racconti cosa provi. Magari non ci riesci subito, ma piano piano ci riuscirai.” “Ho l’impressione che tu ti senta in imbarazzo con i tuoi amici. È così? Capisco che in questo momento tu possa sentirti diverso dai compagni, forse perfino sbagliato. Non c’è un solo tipo di famiglia, ci sono famiglie con due genitori, con un solo genitore, con due papà o due mamme, famiglie senza figli, famiglie in cui c’è un patrigno o una matrigna. Nessuno si deve vergognare per ciò che è o si trova a vivere.” Un bambino necessita dell’adulto per scoprire che niente e nessuno possono essere mai davvero perduti: tutto rimane dentro di sé sotto forma di ricordo prezioso.   

Indubbiamente la separazione consensuale, cioè la separazione che si fonda su un accordo tra i coniugi è premiata anche dal legislatore che, infatti, ha previsto la possibilità di negoziarla senza passare dalle aule di un Tribunale Civile. Naturalmente deve trattarsi di un accordo tutelante per i figli, sia in termini economici (adeguato mantenimento) che di frequentazione equilibrata e continuativa del genitore non collocatario, sia riguardo al mantenimento delle abitudini, degli spazi, del soddisfacimento dei loro bisogni.

Un accorgimento importante per i bambini più piccoli consiste nell’alterare il meno possibile la loro routine (orari dei pasti, del sonno, dei compiti, dei giochi all’aperto, ecc.), poiché le abitudini offrono un contenimento, fungendo da punto di riferimento sicuro. Questo è anche il motivo per cui sarebbe più funzionale che restassero a vivere nella casa in cui hanno trascorso i primi anni di vita, potendovi incontrare con assiduità il genitore non residente, di cui andrebbe alleggerita la lontananza con foto, telefonate, favole raccontate online o registrate.

Per questa ragione, infatti, il genitore collocatario è sempre anche assegnatario della casa familiare, cioè ha il diritto di abitazione sulla casa che è stata luogo di normale e abituale convivenza del nucleo famigliare con tutto il complesso di arredi, suppellettili, attrezzature e pertinenze. Si vuole con ciò conservare ai minori lo stesso ambiente di vita domestica e lo stesso standard e qualità di vita goduti prima della separazione.

La separazione può davvero rappresentare la miglior cosa possibile per un nucleo familiare, tuttavia presentarne i “vantaggi” materiali (“avrai due case…farai due vacanze…avrai diversi amici, quelli nuovi che vedrai quando stai con papà, quelli di sempre quando stai con mamma…”), quale tentativo per alleggerirne il peso, è una strategia da dosare con misura e nei tempi opportuni. Il pericolo potrebbe essere quello di insinuare il dubbio che non sia adeguato essere tristi per il cambiamento in atto (perché i genitori sennò “ci rimangono male”), il che rischia di inchiodare i dolori sotto una coltre di non detti. Con i propri tempi, i figli potranno cogliere da soli le opportunità che la nuova condizione presenta. 

Soprattutto per un pre-adolescente, la lontananza da uno dei due genitori può significare perdere un agente socializzante (genitore del sesso opposto) o un modello di identificazione (genitore dello stesso sesso). Marachelle, guai, bugie e inganni di entità superiori alla norma, peggioramento scolastico, incidenti, espressioni di acting-out (malesseri, mutismo, esplosioni incontrollate di rabbia o dolore, ecc.),  sono alcune reazioni possibili. Non è qualcosa che il figlio “fa apposta”, ma manifestazioni di malessere, che a volte celano il desiderio di creare occasioni di vicinanza tra i genitori nella speranza di una riappacificazione. Fino a che un bambino spera in una riconciliazione non mette energia per adattarsi al cambiamento. “Ho l’impressione che tu voglia che io e papà ci rimettiamo insieme. Ti sento addolorato e lo capisco davvero. Ogni tanto mi vedi triste e, forse, pensi che io abbia bisogno del tuo aiuto. Tu non devi preoccuparti, queste sono questioni che riguardano soltanto noi adulti.” 

Senza un clima relazionale empatico e privo di giudizio, difficilmente un figlio sentirà possibile esprimere i propri vissuti, tra cui paure quali la mancanza di denaro, la sensazione di perdita di entrambi i genitori, la convinzione di essere la causa del divorzio. Rimanere in ascolto, offrire spazi di dialogo, allungare i tempi delle visite al genitore non residente, mantenere contatti telefonici o scritti, frequentare le abitazioni ora dell’uno ora dell’altro genitore: piano piano la frattura interiore può rinsaldarsi.

Vengono condannati (ex art. 709 ter c.p.c.) al risarcimento dei danni i genitori collocatari che, invece di favorire il riavvicinamento tra il figlio e l’altro genitore non collocatario, con la loro condotta, ostacolano il concreto funzionamento del regime di affidamento condiviso, con atteggiamenti sminuenti e denigratori della figura dell’altro genitore.

Un aspetto che merita attenzione concerne il bisogno di avere affianco qualcuno che parteggi per sé: quando ci si sente oltraggiati tale presenza sembra poter alleggerire la sofferenza, legittimandola, risarcendone almeno una parte. Più o meno consciamente, un genitore potrebbe cadere nella tentazione di “utilizzare” i figli quali primi alleati disponibili. Suturare una ferita comporta un lavorio paziente, lento, personale, ma non sempre è facile lasciare fuori dai propri dolori chi ci è vicino: informare i figli dei dettagli della separazione, gettare discredito sull’ex partner, renderli partecipi degli eventi sgradevoli, sfogarsi con loro, raccontare un reale o presunto disamore nei loro confronti da parte dell’altro genitore, sono tutti gesti, a volte scambiati per trasparenza, che rischiano di avvelenare l’anima e minare una crescita sana. I figli non possono e non devono parteggiare: loro amano entrambi i genitori; scegliere è profondamente disarmante. Istigarli contro l’ex, farne dei messaggeri o delle “spie” li rende dei veri artisti della manipolazione, che utilizzeranno ad arte da adulti. Qualora un genitore sia effettivamente latitante, inaffidabile, assente, proteggerli significa non dare loro in pasto questa triste verità. Appartenenze salde sono alla base di una crescita sana.

La giurisprudenza è concorde nel ritenere che comportamenti di un coniuge tesi all’allontanamento morale e materiale del figlio dall’altro genitore, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della patologia della “alienazione parentale”, possono rendere necessaria la modifica delle modalità di affidamento dei minori, riconoscendo al genitore non estraniante un affido esclusivo o addirittura super esclusivo. Significa che il coniuge “estraniante” rischia di diventare lui stesso “estraniato” da un provvedimento del giudice dal rapporto malato con i figli.

Separarsi e farlo con amore suona un ossimoro, ma riorganizzare i rapporti familiari non è solo auspicabile è anche possibile e da una separazione può fiorire una vera rinascita per tutti gli attori coinvolti, occasione per ritrovarsi come individui, continuando ad essere eccellenti genitori. Certamente è indispensabile abbracciare con coraggio i nuclei della conflittualità e spendersi in una rielaborazione dei vissuti dolorosi, dialogando con il senso di perdita, di sconfitta, magari negli appositi spazi di cura, fino a valorizzare il significato di quel tratto di strada fatto insieme.  La possibilità di evincerne l’eredità positiva è il vero punto d’arrivo. Allora, e spesso solo allora, è rinascita.      

Si ringrazia l’avv. Paola Gandini (Busto Arsizio – VA) curatrice degli aspetti legali trattati.