Felicità e altre facezie.

“La verità è che la cultura è come cipria: la puoi mettere in faccia a una ballerina o a un clown, la sostanza comunque sta sotto e la sostanza per i più è il denaro”

Milano è dove abitualmente vivo e qui che i momenti di illusoria felicità li ho cerati passeggiando a piedi o percorrendo in bicicletta tratti più o meno lunghi del naviglio.
Canticchiavo un motivetto antico e non sapevo perché, non sapevo nemmeno tutte le parole, ma mi piaceva da morire l’aria e il sole in faccia, il senso di leggerezza assoluta.

La consapevolezza di avere un bagaglio leggero, di non avere ricchezze, di non aver conquistato niente di cui far bella mostra, eppure ero felice: anzi, sono felice ogni volta che posso godere di quell’illusorio senso di libertà.
Quante volte ho dovuto convincere me stesso, sfiorando con lo sguardo ville e macchine di lusso che non contano solo i soldi, che nella vita c’è altro, c’è molto di più, che non sempre bisogna attendersi di veder riconosciuto come “martirio” il non aver voluto “allungare le mani”, e poi quella fastidiosa vocina che qualcuno chiama coscienza e altri solo giustificazione del non “aver saputo cogliere l’occasione”.

A volte non mi accorgo di parlare agli altri e continuo senza nemmeno accorgermene a dialogare con me stesso.
Mi dico: si può imboccare la strada della sensibilità o quella del cinismo, quando basta niente per cominciare a pensare che la vita non è poi tanto meravigliosa, dove conta solo chi ha le tasche piene, e tutto il resto sono fesserie. A costo di apparire “non tanto giusto di testa” continuo a coltivare l’idea che bisogna ricercare gli aspetti migliori dell’esistenza anche a costo di ignorare la verità, se la verità è poi diversa da quella che raccontiamo anche a noi stessi.

Mentre litigo con i miei due me stesso rifletto sul fatto che per i non coltivatori di illusioni la verità è che la cultura è come cipria: la puoi mettere in faccia a una ballerina o a un clown, la sostanza comunque sta sotto e la sostanza per i più è il denaro.
Un “amico” mi ha ripetuto: “solo quello che hai conta e se hai idee contano solo se servono a far soldi, e questo caro Giuseppe dovrebbe essere evidente pure ai “puri” come te”.

Allora che si fa? ci adeguiamo? Avrei voglia di non farmi troppe storie e mettermi anch’io a rincorrere sicure concretezze per vincere una corsa tra i tanti che non hanno capito che dopo tante salite e discese, dopo tante curve c’è una stazione ultima di partenza che non prevede “bagaglio”.

Mentre continuo la mia passeggiata mi resta l’impressione di stringere vento, sabbia o niente. In un ultimo tentativo disperato di giustificazione, mi dico che la felicità non è una cosa che si mette in tasca o sul conto in banca è una partecipazione improvvisa al tutto, come se di colpo ci sentissimo nota di un’armonia celestiale, sillaba di un discorso incomprensibile ma vibrante, e dopo tutto qualcosa di amaro resta sempre in bocca mi accorgo allora di continuare a girare il cucchiaino nella tazzina del caffè ignorando che occorre prima aggiungere lo zucchero.