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La banalità della sofferenza. Cronaca di una terribile esperienza in pronto soccorso.

23 Aprile 2025 by Giuseppe Torregrossa -

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Da Nord a Sud, nel nostro Paese, l’insensibilità di qualcuno alla sofferenza delle persone è ormai una routine accettata come normalità.
E qualche volta il dolore altrui può diventare addirittura un fastidio.

Sono le prime ore pomeridiane di un sabato, quando ricevo la telefonata. Stanno portando mio padre in Pronto Soccorso. Un malore l’ha colto all’improvviso ed è svenuto. Butto giù qualcosa in una borsa e prendo il primo volo per raggiungerlo.

Arrivo in aeroporto nel tardo pomeriggio e mi reco direttamente in ospedale. Lì, i miei familiari si sono alternati a vigilare su di lui, così come previsto dalle direttive dell’ospedale che prevede la presenza di un familiare per occuparsi del malato, visto che il personale “non è sufficiente”. Prassi consolidata da sempre nei nosocomi del meridione d’Italia. 
Prendo posto accanto al mio anziano padre, quasi novantenne, affetto da demenza senile e non autosufficiente che, ovviamente, neanche mi riconosce.
È adagiato su una barella in un corridoio del Pronto Soccorso, ma da poco, perché per ore è rimasto sulla lettiga dell’ambulanza bloccandola e impedendole di ripartire per soccorrere altre persone che ne avrebbero avuto bisogno.
Trascorro l’intera notte tenendogli la mano per cercare di rassicurarlo, e intercetto la dottoressa responsabile del PS che mi conferma la diagnosi di polmonite e mi rassicura sul fatto che, con il cambio turno, la collega che prenderà il suo posto gli darà una terapia e probabilmente lo dimetterà. In una situazione di alta tensione emotiva, quelle poche parole pronunciate con calore umano hanno un effetto rigenerativo.
Forse non è così grave. Magari ce la farà anche stavolta. La speranza si riaccende. Domani probabilmente lo dimetteranno, mi dico. Bene, sono sollevato.

Ma non sarà così.

La responsabile del PS del turno montante esordisce nella prima mattinata con una piazzata in corridoio, quasi urlando, nella quale annuncia che lei non avrebbe parlato con i parenti dei pazienti, e che un eventuale colloquio avrebbe potuto aver luogo solo dopo le 18, previa prenotazione.
Le 18? Mi chiedo. Ma mio padre non mangia e non beve ormai dal primo pomeriggio del giorno precedente! Non posso pensare che stia in quelle condizioni per così tanto tempo.
Poco dopo le 10 del mattino la incontro in corridoio e le chiedo cortesemente di dedicarmi appena qualche minuto. Mi passa davanti senza neanche degnarmi di uno sguardo, ostentando estraniamento, e non rispondendo neanche a qualche altro parente che tenta un approccio con lei. 
Si ode qualcuno di questi ultimi definirla “belva”.

Aspetto ancora qualche ora, poi mi rivolgo ad una infermiera chiedendole di avvisare la dottoressa che intendo portare via il paziente, perché in quelle condizioni le chance di sopravvivenza sarebbero state, a mio giudizio, piuttosto limitate.
Dopo un controllo, l’infermiera mi comunica che il paziente non è tra quelli che ha in carico e quindi non riporterà il messaggio alla dottoressa. Comincio ad agitarmi. Chiedo se all’interno di questo ospedale ci sia un posto di Polizia. Non c’è! Allora avviso che chiamerò i Carabinieri, e metto mano al cellulare.
Chissà perché, adesso la dottoressa è disposta a ricevermi.
Mi accomodo davanti a lei e mi conferma la diagnosi, comunicandomi la necessità del ricovero in Pronto Soccorso. 
Le chiedo se, essendo un paziente non in grado di esprimersi e non autosufficiente, dovrà rimanere a lungo in quella lettiga in corridoio, digiuno e disidratato. 
Mi dice che non ci sono posti letto in Pronto Soccorso e che, comunque, mio padre è già fortunato ad avere un familiare che sia occupa di lui. Altri pazienti nelle stesse condizioni non ce l’hanno. 
Questo non mi consola.
Lei, imperterrita, continua a snocciolare una serie di giustificazioni del tipo: non ci sono posti letto, le cose stanno così e non possiamo farci niente, facciamo quello che possiamo, non è colpa nostra, ecc.
Frasi fatte che conosco bene, avendo trattato l’argomento sanità più volte nella mia professione giornalistica. 
Ho un rispetto incondizionato per i sanitari che ogni giorno danno il massimo di se stessi per supplire ad un sistema sanitario allo sfacelo, ma c’è qualcosa in questa difesa d’ufficio che mi lascia perplesso. La prospettiva è tutta rivolta alla sua posizione. Nessuna attenzione a quella dei pazienti e ai loro familiari.

Capisco perfettamente la necessità di estraniamento che, in una situazione di stress come quella alla quale è sottoposto il personale sanitario, soprattutto in Pronto Soccorso, è quella che probabilmente gli consente di mantenere un certo equilibrio e la lucidità per svolgere il delicato compito loro affidato. Ma qui c’è un arroccamento egoistico sulle proprie esigenze, una totale assenza di empatia e, anzi, una malcelata insofferenza verso i familiari in attesa e la loro apprensione.
Ma ciò che veramente mi sconvolge sono quelle parole, buttate lì con estrema superficialità, che a suo modo avrebbero dovuto giustificare quello stato di cose. 
“Si guardi intorno. Vede tutti questi anziani? – mi dice indicandomi una serie di pazienti – sono candeline che ormai si stanno spegnendo”.

L’affermazione, buttata lì con noncuranza, asetticamente e senza alcuna delicatezza, mi colpisce come una frustata. 
E quindi? Mi chiedo. Visto che si stanno spegnendo si possono anche lasciare nei corridoi in condizioni precarie perché ormai sono solo un fastidio che si risolverà autonomamente man mano che vengono meno? Un turbinio di pensieri mi avviluppa la mente togliendomi lucidità. Mi si materializza davanti gli occhi uno spettacolo orrendo; quello delle persone anziane che sono intorno a me e che se ne stando andando da questo mondo in assoluta solitudine.
Vedo di fronte a me una persona che porta avanti quella tetra contabilità dei morti prossimi a venire col distacco di chi, travalicando ogni senso di umanità, si è adagiata sulla confort zone della banalizzazione del dolore altrui. 

Quel turbinio di pensieri mi porta in maniera quasi inconscia a considerare questa situazione al pari di quella descritta da Hannah Arendt nella sua “La banalità del male”. Anche qui vi è una banalizzazione, quella della sofferenza. La sofferenza dei pazienti e quella dei loro cari. Il messaggio trasmesso con le parole e gli atteggiamenti della dottoressa è chiaro: la situazione è quella che è, e quindi bisogna farsene una ragione. Pertanto, questi vecchi, essendo destinati a morte certa, che lo facessero e basta. Non importa in quali condizioni, perché così è ! É come dire che non sono più persone. Sono solo numeri da gestire in una routine che li vede come tali. Nessuna umanità!
Accostamento improprio? Forse. Ma è quello che l’atteggiamento della professionista ha suscitato in me.
Istintivamente mi vengono alle labbra due parole: “Mauthausen, Dachau”. Pensieri che corrono nella mia mente espressi sommessamente, senza ulteriori commenti. 
Benché pronunciate sottovoce, di fatto ripetute a me stesso, lei deve averle udite, perché si blocca, sbianca e si irrigidisce.
Rimaniamo qualche istante in silenzio.

Mi riprendo e racquisto un pò della mia lucidità, mentre le ultime parole della dottoressa ancora mi ronzano nelle orecchie. 
“Me lo porterò via” – annuncio. 
“Ma lei lo sa la responsabilità che si assume?”- è la risposta.
“Si, lo so. E so anche che mio padre si sta spegnendo come una candelina, ma mi corre l’obbligo di assumermi la responsabilità di non fare spegnere questa candelina buttata su una lettiga in un corridoio – affaremo convinto – mi dica dove devo firmare per portarmelo a casa”.

Adesso mio padre è a casa, curato da professionisti che costano un occhio della testa, tra i suoi cari che neppure riconosce ma il cui amore, sono sicuro, sente.
Il mio pensiero però corre a quelle candeline che non hanno parenti che si possono prendere cura di loro o che non hanno la possibilità di farsi assistere da personale sanitario privato. Sono anziani che, con la loro storia, hanno comunque contribuito a fare di questo Paese il grande Paese che è!.
Sono persone che, con i loro affetti, i loro sentimenti, i loro meriti e a volte i loro demeriti, sono comunque persone! Membri della grande comunità, quella umana, che si distingue dalle altre specie per il sentimento di pietà, di solidarietà e di rispetto per gli altri esseri umani.

Ma qui sembra siano considerate sono delle candeline destinate a spegnersi in solitaria, senza che neppure la persona preposta alla loro cura li consideri ancora degli esseri umani ai quali offrire, seppure non amore, almeno anche solo un atteggiamento empatico e/o di umana pietà.

Discorso ovviamente privo di ogni valenza per chi amministra la cosa pubblica che, completamente ed esclusivamente immerso nelle pieghe dei bilanci e di scelte politiche basate sulla convenienza di parte, non si preoccupa minimamente della sofferenza che situazioni di questo tipo generano. Impegnati nel “far quadrare i bilanci”, impostano la loro azione tenendo conto esclusivamente di una serie di variabili economiche che non contemplano in alcun modo quella variabile indeterminabile con strumenti di calcolo analitico qual è la sofferenza umana.

Per tornare a quell’ospedale, l’immagine che mi è rimasta stampata in mente, e che accompagna il mio ricordo di quanto vissuto in quelle ore, è quella di un’infermiera che, tablet in mano, rivolgendosi ad una collega, comunica un numero. Si, un numero, quello degli interventi effettuatti durante la notte: 84. 
Quel numero che ormai, lontano d qualsiasi forma di umanità, siamo diventati tutti noi.

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Archiviato in:Aprile 2025, Attualità & Riflessioni d'Autore, IN EVIDENZA, Medicina Salute Benessere, SUGGERITI DALLA REDAZIONE Contrassegnato con: hannah arendt, la banalità del male, la banalità della sofferenza, malasanità

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