
Riflessioni sul rischio dell’assuefazione e della normalizzazione degli orrori della guerra
Ciò su cui desidero riflettere in questo articolo riguarda uno dei temi più pervasivi della nostra quotidianità: la guerra.
Se ne parla in continuazione. Ogni telegiornale, talk show, programma di informazione o intrattenimento è costellato di notizie, dibattiti e opinioni spesso contraddittorie sui conflitti in corso. Così, quasi senza accorgercene, ci stiamo abituando. La guerra sta diventando una presenza normale, una costante. La stiamo normalizzando. Per ora si tratta di guerre lontane da casa, ma questa assuefazione rischia di rendere più accettabile l’eventualità – per quanto impensabile – che un giorno possa toccare anche a noi.
Fiumi di inchiostro e oceani di parole vengono spesi ogni giorno per analizzare le dinamiche belliche: chi sta vincendo, chi perderà, cosa si dovrebbe fare per vincere o per fermare il conflitto, come condurlo. Ma troppe di queste parole sono vuote, inutili, dette da chi vive di parole più che di realtà. Non cambiano nulla. Servono solo a mantenere viva la macchina mediatica.
L’ideologia, spesso cieca, porta a dire cose sconcertanti. Ci si indigna – giustamente – per i crimini contro i civili: stupri di massa, bombardamenti, pulizie etniche. Ma ci si comporta come se fossero una novità. Non lo sono.
Faccio fatica, lo ammetto, a comprendere perché si ritenga “più accettabile” la morte dei militari. Spesso si tratta di giovani coscritti, strappati alle loro famiglie, costretti a indossare un’uniforme e a combattere. Sotto quella divisa restano figli, fratelli, padri, amici, colleghi. Persone. Uccise per una causa che spesso non hanno scelto.
E per quanto riguarda i civili? Sembra che ci si stupisca ogni volta delle atrocità subite. Ma le guerre sono sempre state così. Solo per citare esempi recenti e storicamente documentati: gli stupri di massa durante l’invasione austriaca dopo Caporetto, con migliaia di bambini nati e poi abbandonati; quelli nella guerra dell’ex Jugoslavia; quelli perpetrati dai russi nella Germania del dopoguerra; quelli compiuti da Hamas nella striscia di Gaza.
E i bombardamenti sulle popolazioni civili? Quelli israeliani su Gaza e quelli russi sulle città ucraine non sono diversi da quelli anglo-americani sull’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, né da quelli che rasero al suolo Hiroshima e Nagasaki con le bombe atomiche.
I massacri dei civili israeliani nella striscia di Gaza sono forse diversi da quelli dei civili palestinesi? O da quelli compiuti dai nazifascisti in Europa, dai giapponesi in Asia, dai russi e dai cinesi durante le rivoluzioni comuniste, o ancora dal genocidio armeno, dai massacri in Cambogia e in Vietnam?
Ci sono forse morti di serie A e morti di serie B?
Qualcuno pensa davvero che manifestare per le strade, spesso con rabbia e violenza, a favore di una parte o dell’altra, serva a qualcosa?
Qualcuno crede ancora che per fermare una guerra si possa ricorrere a un duello tra eroi, come nella Disfida di Barletta o tra Orazi e Curiazi? Bei ricordi, certo, ma isolati nella Storia.
La verità, vista da chi tenta disperatamente di restare fuori da ogni schieramento, è semplice: la guerra è un massacro. Sempre. In guerra non muoiono solo le persone, ma anche le idee, la verità, la giustizia. La storia, poi, viene riscritta dai vincitori. L’umanità stessa soccombe.
Non esistono convenzioni internazionali capaci di contenerne gli orrori. Quando una guerra inizia, bisogna accettare che il massacro diventerà la norma.
Per questo è fondamentale, anzi vitale, impedire con ogni mezzo che le guerre scoppino. Perché dal giorno dopo non ci sarà più modo di evitare che muoiano gli innocenti.
“A guera è guera!” dice un vecchio detto romano. E la storia dell’umanità, purtroppo, non fa che confermarlo.

