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Il silenzio dietro la porta: gli hikikomori

13 Marzo 2025 by Luisa Ghianda -

Porte che si chiudono senza far rumore, sono quelle degli hikikomori: il mondo fuori, la stanza come rifugio. Per chi rimane al di qua – i genitori – restano domande sospese, tentativi incerti, il timore di sbagliare. 

C’è un silenzio che pesa più di mille parole, un’assenza che si fa presenza opprimente ed ingombrante. Dietro una porta chiusa si cela un universo intero: un giovane che si ritira dal mondo, che si rifugia in una stanza che diventa scudo, prigione, tomba. Il fenomeno degli hikikomori non è solo un ritiro fisico, ma un ritiro soprattutto emotivo, una dissolvenza lenta, un allontanamento dalla vita sociale che può durare mesi, anni. È un abbandono del mondo. Come una nave che si sgancia dal porto senza lasciare scie, il ragazzo si perde in un mare senza orizzonte, dove il tempo si ferma e l’esterno diventa un’eco lontana.

Non è pigrizia, non è ribellione, non è capriccio. È paura, è disagio, è un senso di inadeguatezza, di incapacità che cresce dentro fino a traboccare e spegnere la volontà di affrontare la vita là fuori. Il mondo diventa un luogo minaccioso. Le cause possono essere molteplici e per ogni ragazzo ci saranno sfumature personalissime: aspettative irraggiungibili, bullismo, iper-connessione digitale, assenza di progettualità, delusioni cocenti, depressione, senso di estraneità che si radica nell’anima. E così il rifugio diventa un’esistenza muta, una presenza in silenzio, dietro una porta, dentro una stanza, in apnea, in solitudine, tracciando un confine sempre più netto tra il dentro e il fuori.
Ma ogni porta chiusa cela anche una speranza. Per i genitori, la sfida più grande è trovare la chiave giusta, la breccia attraverso cui far filtrare la luce senza accecare, senza forzare.
Un figlio che si ritira dal mondo, chiudendosi nella propria stanza come in un bozzolo di silenzio, pone un interrogativo lacerante ai genitori: cosa possiamo fare?
Il fenomeno degli hikikomori non è solo un rifiuto della società, ma un grido soffocato, un bisogno inespresso, un dolore che trova rifugio nell’isolamento.
Per un genitore, trovarsi davanti a una porta chiusa è un’esperienza angosciante, fatta di domande senza risposte e di paura di sbagliare.
C’è spazio per l’azione, per il cambiamento, per la speranza, per la cura? 

Prezioso ascolto
Prima di ogni altra cosa, un genitore può esercitare quel prezioso e difficile ascolto. Non quello che indaga, interroga, giudica, ma un ascolto autentico, che lascia spazio alle domande, alle risposte che vengono accolte nel silenzio, senza forzare, senza commentare, senza spegnere. Spesso, la paura di deludere o la vergogna impediscono al figlio di comunicare, e un ambiente troppo direttivo può solo rinforzare il desiderio di chiusura. Evitare di incalzare con le aspettative, ma dimostrare una presenza costante e discreta può essere la prima chiave per riaprire un dialogo.

Rivedere le dinamiche familiari
L’ambiente domestico è il primo ecosistema in cui un ragazzo si forma. Se la casa è percepita come un luogo di fatica, pressione, richieste o conflitti irrisolti, il ritiro può diventare un rifugio. Creare un clima più sereno, magari scegliendo di mettersi in discussione come coppia o come genitori con un professionista della relazione d’aiuto – psicologo e psicoterapeuta – può ridurre la tensione familiare e aprire nel giovane la percezione che dal guscio si può uscire. Delle volte non è facile cogliere in autonomia che si sta sovraccaricando il figlio con modelli di successo irrealistici, oppure che è necessario non tanto abbassare le aspettative, ma modulare il proprio sguardo, perché un giovane che si isola più che un fallimento è una persona chiusa in un tunnel buio che ha bisogno di sentirsi compresa.

Favorire esperienze di valore senza costrizione
Spingere il figlio fuori dalla stanza con la forza è controproducente. Ciò che si può fare, invece, è creare occasioni di coinvolgimento graduale. Proporre attività neutre: cucinare insieme, guardare un film, coinvolgerlo in piccoli compiti domestici senza pressione. Il punto non è riportarlo di colpo nel mondo, ma ricostruire un filo di connessione. 

Limitare l’iper-connessione senza demonizzarla
La rete è spesso il solo spazio in cui un hikikomori si sente al sicuro. Bandirla o demonizzarla non è la soluzione. Invece, un genitore può cercare di comprendere quali contenuti il figlio segue, mostrarsi curioso senza essere invasivo, trovare modi per trasferire alcuni interessi dal digitale alla realtà. Se un giovane ama un determinato videogioco, si può proporre una versione da tavolo o una conversazione sul tema. Se segue artisti o musicisti online, si può provare a portarlo a un evento legato a quell’interesse.

Cercare aiuto senza vergogna
Un figlio che si isola non è una colpa. Creare un percorso di aiuto è necessario. Coinvolgere professionisti, quali psicologi e psicoterapeuti o educatori domiciliari, partecipare a gruppi di supporto per famiglie, confrontarsi con altri genitori può fare la profonda differenza, perché si aprono mondi interni di conoscenza e comprensione. Un percorso psicoterapeutico, sia per il giovane sia per la famiglia, può aprire spiragli e fornire strumenti concreti per affrontare la situazione senza sopraffazione.

Rispettare i tempi, nutrire la speranza
Uscire dall’isolamento non è un processo lineare. Ci saranno passi avanti e ricadute, giorni di apertura e giorni di chiusura totale. L’importante è non arrendersi alla disperazione e non trasmettere l’idea che il tempo stia scadendo. Ogni giovane ha un proprio ritmo e forzarlo a uscire dal guscio troppo presto può solo rinforzare la sua resistenza.

Dietro ogni porta chiusa c’è un mondo interiore che chiede di essere compreso, non abbattuto. I genitori possono diventare la luce che guida il ritorno, anche quando il sentiero è tortuoso e invisibile.

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Archiviato in:Marzo 2025, IN EVIDENZA, Sociologia e Società, SUGGERITI DALLA REDAZIONE Contrassegnato con: abbandono dal mondo, hikikimori, iperconnessione, isolamento, Psicologia

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