Il braciere: punto d’incontro della famiglia di una volta.

Fa freddo questa mattina. A Milano si và sempre di fretta e il tempo meditativo è un lusso. Rivedere un braciere oggi anche se in un museo della civiltà contadina mi farebbe pregustare il tepore che regalava durante le serate invernali. Ai primi freddi gli si faceva posto come a un ospite d’onore, con gli anni il legno della base testimoniava il suo ripetuto uso, nelle giornate più fredde, rientrati a casa, si andava a cercare il “punto di incontro della famiglia”,  il compito di ravvivare la brace con la paletta di ferro era riservato alle persone capaci , il “custode del fuoco”  interveniva con delicatezza, accostando a poco a poco la carbonella esterna, ancora spenta, a quella centrale, rossa di fuoco e quando necessitava si riattizzava il carbone con il ventaglio di cartone (ventarola con immagini di Santi) il  movimento ondulatorio del polso lento e continuo era da protocollo fatto con abilità tramandata per evitare di sollevare cenere e scintille.

Le ore passavano così, nei lunghi inverni di quegli anni, quando in casa non c’erano i termosifoni e della Tv si fantasticava l’esistenza perché qualcuno l’aveva vista in qualche film americano o più raramente in casa di qualche vicino più facoltoso o al bar dello Sport. La sera la famiglia si riuniva,  si parlava, nonna facevano solitari o lunghi pisolini con la testa poggiata sulla poltrona. Io non avevo freddo allora, dopo aver giocato, me ne stavo in camera a studiare, una copertina sulle ginocchia e una piccola stufetta elettrica sotto la scrivania. Non era raro che saltasse la luce elettrica allora mio padre ogni volta, a lume di candela, sostituiva i fusibili nelle valvole a tabacchiera di ceramica bianca posta sotto al contatore e come per magia tornava la luce.

Ad una certa ora, non si faceva mai tardi, il suono del campanello annunciava l’arrivo di parenti o vicini di casa, i grandi si cimentavano con scopa e scopone e io vedevo strani liquidi colorati in minuscoli bicchierini era il rosolio al gusto di anice, di Strega e altri beveraggi fatti in casa e custoditi in bottiglie di bella presenza. Finita la serata parte della brace veniva messa in un contenitore metallico che fungeva da scaldino, i grandi sollevavano le lenzuola e lo passavano sulla superfice, subito dopo il beneficiario entrava tra le lenzuola intiepidite ranicchiandosi per gustare quel tepore ben diverso dal freddo della stanza.

Serate di un passato “preistorico”, odore di carbone acceso, e di bucce di limoni o mandarini messi sulla cenere a odorare l’ambiente. Tornare indietro, negli anni della fanciullezza, è un desiderio che oramai hanno in pochi considerando che nessuno rinuncerebbe alle comodità dell’oggi e a chi è riuscito a mantenerlo anche al benessere di oggi, rivivere l’atmosfera della felicità e della spensieratezza di quel periodo è solo un esercizio dell’anima scontenta, in fondo se si escludono le illusioni vendute dai chirurghi plastici  si ha la sana consapevolezza che la macchina del tempo non è ancora stata inventata, e se mai esistesse sarebbe un po’ come per le prime televisioni solo in pochi ne avrebbero l’uso.