Il braciere: punto d’incontro della famiglia di una volta.

Fa freddo questa mattina. A Milano si và sempre di fretta e il tempo meditativo è un lusso. Rivedere un braciere oggi, anche se in un museo della civiltà contadina, mi farebbe pregustare il tepore che emanava durante le serate invernali.

Il potere evocativo di un’immagine, il tempo riavvolge la sua matassa, tornano alla mente rimossi ricordi di quando nelle giornate di lontani passati inverni, rientrati a casa, con gesti ripetuti, mai apparentemente diversi, ci si accomodava intorno a quella sorta di attrattivo cerchio magico e io che di fantasia ne avevo tanta mi sentivo come uno dei cavalieri della tavola rotonda. Le parole non erano avare, per consolidata abitudine dei nonni e delle vecchie zie rimaste nubili si recitava il rosario, queste ultime mentre lavoravano a maglia.

Il compito di ravvivare la brace con la paletta di ferro era riservato alle persone capaci che avevano conquistato il diritto di essere “Custode del fuoco”. Intervenivano con delicatezza, accostando a poco a poco la carbonella e quando necessitava si riattizzava il carbone con il ventaglio di cartone (ventarola con immagini di Santi) il movimento ondulatorio del polso lento e continuo era da protocollo fatto con abilità tramandata per evitare di sollevare cenere e scintille. Ci si “accontentava”, in fondo quella era la vita e pochi se ne lamentavano. La televisione se ne vedeva poca, non era ancora il “Nuovo focolare”. Le radio, dalle dimensioni oggi impensabili, avevano come quella di casa mia sulla parte superiore un coperchio in noce che una volta aperto svelava la presenza di un giradischi e qualche vecchio disco in vinile della voce del padrone. La televisione, ancora in bianco e nero, era motivo di orgoglio di vicini più moderni e le loro case si aprivano per vedere insieme Canzonissima o il Musichiere.

La sera la famiglia si riuniva a tavola tutti insieme, tutti insieme, dopo la cena ci si sedeva intorno al braciere per intrattenersi e si parlava. La nonna era sempre ben disposta a tenerci occupati con storie e racconti mutuati da altri racconti, sempre uguali, sempre gli stessi. Quando la nostra attenzione di irrequieti adolescenti ci portava a cercare altri interessi ci allontanavamo, come per incanto lei cadeva nelle braccia di Morfeo da cui si ridestava come se nulla fosse negando, quando glielo facevamo presente, di essersi mai appisolata.

Allora non avevo freddo, dopo aver giocato, me ne stavo in disparte in una stanza meno calda a leggere fumetti o a finire di fare i compiti di scuola, ogni tanto facevo capolino ed era allora che i grandi interrompevano il loro chiacchiericcio perché erano “Discorsi da grandi” che noi ragazzi non avremmo dovuto ascoltare. I passi sul pianerottolo di casa in certe serate annunciavano che qualche parente o vicino di casa veniva a farci visita. Al loro arrivo, quando non era fastidio era festa, i grandi si cimentavano con scopa e scopone e io vedevo strani liquidi colorati in minuscoli bicchierini, era il rosolio al gusto di anice o limone e altri beveraggi fatti in casa e custoditi in bottiglie di bella presenza tenute gelosamente sotto chiave.

Le candele di cera erano sempre a portata di mano, non era raro che all’improvviso saltasse la corrente fermando il tutto intorno, uno strano silenzio una paura ancestrale del buio che solo il ripristino della luce riusciva ad allontanare e a volte era quasi il segnale provvidenziale perché i tiratardi capissero che era ora e che la serata doveva volgere al termine. Non si faceva mai tardi allora. Finita la serata parte della brace veniva messa in un contenitore metallico che fungeva da scaldino, i grandi sollevavano le lenzuola e lo passavano sulla superfice, subito dopo si entrava tra le lenzuola intiepidite predisponendosi a gustare un tepore che facilitava il piacere di “sogni belli” come usava dire mia madre.

Serate di un passato “preistorico”, odore di carbone acceso, e di bucce di limoni o mandarini messi sulla cenere a odorare l’ambiente. Tornare indietro, negli anni della fanciullezza, è un desiderio che oramai hanno in pochi considerando che nessuno rinuncerebbe alle comodità dell’oggi e a chi è riuscito a mantenerlo anche al benessere di oggi, rivivere l’atmosfera della felicità e della spensieratezza di quel periodo è solo un esercizio dell’anima scontenta, in fondo se si escludono le illusioni vendute dai chirurghi plastici si ha la sana consapevolezza che la macchina del tempo non è ancora stata inventata, e se mai esistesse sarebbe un po’ come per le prime televisioni solo in pochi ne avrebbero l’uso.