Roma: “No Borders” Migration and Integration. Auditorium Parco della Musica, Casa del Jazz, Monk, Alcazar. Gli appuntamenti dal 6 al 13 novembre.

Kokoroko-Monk

Mercoledì 6 novembre (h21, Sala Petrassi) si va “all’incrocio delle correnti, dove il mare è più caldo, i venti scompaginano e qualcosa accade sempre”: il Cross Currents Trio è un “supergruppo” formato da una leggenda del contrabbasso, l’inglese Dave Holland, figura centrale del jazz a partire dalla sua collaborazione con Miles Davis in album seminali come Bitches Brew e poi compositore e leader alla testa di gruppi che hanno scritto la storia della musica afroamericana degli ultimi decenni. Con lui il sassofonista statunitense Chris Potter e il percussionista indiano Zakir Hussein, specialista delle tabla.

Holland – Hussain – Potter (by Paul Joseph)

La loro musica esplora le relazioni tra la musica folk indiana e il jazz a partire dalla rilevanza che l’improvvisazione ha in entrambe, proseguendo, con entusiasmo virtuosistico e sincero abbandono, una ricerca che affascina i jazzisti fin dagli anni ’60. Il suono caldo e avvolgente del sassofono di Potter, la tela tessuta dal sobrio e funambolico Holland e i tamburi parlanti di Hussein sono garanzia assoluta di un live davvero imperdibile. Ma il mare non è solo metafora poetica. Spesso, purtroppo, è il luogo in cui perdono la vita esseri umani in viaggio verso la speranza. Ed è da questa condizione che nasce la produzione originale, presentata in prima assoluta sabato 9 novembre alle ore 21 alla Casa del Jazz, Journey Suite della Big Fat Orchestra diretta da Massimo Pirone, ospite speciale Ismaele Mbaye (voce e percussioni).

Ismaele Mbaye

Basata su composizioni e arrangiamenti originali, Journey Suite intende ricreare ed interpretare quelle atmosfere di malinconia, sofferenza e grandi speranze che si manifestano in quelle persone in balia del mare che affrontano un viaggio verso una nuova vita, costretti a superare sacrifici spesso estremi pur di scappare da una situazione difficile. La musica jazz è stata ed è la sintesi di questa diaspora globale dove il poliritmo africano incontra le melodie arabe e la scala cromatica orientale.

Lunedì 11 novembre nella Sala Sinopoli dell’Auditorium PdM, il Roma Jazz Festival 2019 tocca una delle sue vette più alte ospitando uno dei veri giganti del jazz di tutti i tempi, Mister Archie Shepp, accompagnato dal suo Quartet. Carismatico, intensissimo, capace di battaglie artistiche e sociali che hanno davvero cambiato il corso degli eventi nel ventesimo secolo, ancora oggi Archie Shepp, dopo ben 60 anni di carriera, è un autentico fuoriclasse.

Archie Shepp

La reale incarnazione dell’incontro fra l’avanguardia del free jazz e l’impegno politico. D’altro canto, aver condiviso palchi, idee e suggestioni con molti dei più grandi jazzisti di sempre (a partire da John Coltrane e Cecil Taylor) ed essersi ritrovato leader di varie formazioni fin dagli anni ’60 gli ha donato un’aura e uno spessore che pochi musicisti viventi possono vantare. Più di altri e prima di altri, Shepp ha riannodato i fili tra la tradizione africana e i nuovi impulsi del be bop, con la capacità di saper parlare anche al grande pubblico come pochissimi altri musicisti del Novecento. Archie Shepp è il sax jazz che ha accompagnato le politiche di Malcom X. “Il mio sax al servizio della causa dei neri” è la sua frase che sintetizza una vita artistica dedicata alla difesa e alla emancipazione delle minoranze etniche in America. Parlare di Archie Shepp significa evocare una stagione eccezionale ed irripetibile nella quale il jazz era impegnato nervi e sangue dentro una più ampia mobilitazione generale. Tutta la società americana era in ebollizione. Le marce per i diritti civili, le manifestazioni pacifiste, le rivolte dei ghetti. Il tappo del soffocante conformismo era saltato e nuove consapevolezze avevano preso la scena e reclamavano cambiamenti. 

Tigran

Mercoledì 13 novembre, alle ore 21 nella Sala Borgna dell’Auditorium PdM, è la volta di Tigran Hamasyan, pronto ad esibirsi in piano solo. Nato in Armenia (dove attualmente risiede dopo alcuni anni trascorsi a Los Angeles), classe 1987, Hamasyan ha iniziato a suonare all’età di 3 anni, ottenendo prestissimo prestigiosi riconoscimenti: a 16 anni vince il Montreux Jazz Festival’s Piano Competition, a 18 anni pubblica il suo album d’esordio e vince il Thelonious Monk International Jazz Piano Cometition. Nel 2016 ha conquistato l’ambito premio ECHO Jazz Awards come Migliore Pianista Internazionale. Tigran Hamasyan è la prova più convincente di quella ricerca jazzistica sviluppatasi negli anni ’80 che tendeva a far incontrare la tradizione jazz con le musiche popolari e accademiche ma anche con il rock e il pop. Echi della sua identità armena emergono all’interno di uno stile rigoglioso e virtuosistico che guarda spesso alla spiritualità incantatoria delle melodie della musica sacra e profana della sua terra. E da giovanissimo ha iniziato a collezionare premi anche Dayramir Gonzalez, pianista cubano che ha esordito dal vivo all’età di 16 anni nell’orchestra afrocubana di Oscar Valdes Diàkara. Il 14 novembre sul palco della Sala Borgna dell’Auditorium PdM presenta The Grand Concourse, il disco che lo ha consacrato come uno dei più autorevoli esponenti della tradizione afrocubana a New York.

Fonte: GDGF Press