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Melegnano: “I grandi melegnanesi”. Al Castello Visconteo Vitaliano Marchini e Angelo Turin.

22 Maggio 2021 by Redazione Farecultura -

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La cultura ritorna nel Castello Visconteo Mediceo di Melegnano. Saranno le cromie del pittore Angelo Turin e le forme dello scultore Vitaliano Marchini.

La cultura ritorna nel Castello Visconteo Mediceo di Melegnano. Saranno le cromie del pittore Angelo Turin e le forme dello scultore Vitaliano Marchini, rispettivamente nel ventesimo e nel cinquantesimo dalla scomparsa, ad animare in modo speculare le colonne del cortile d’onore con una art gallery a cielo aperto, curata da Rosanna Galli, che sarà inaugurata il prossimo 5 giugno alle 17.30 ed onorerà la memoria e il ricordo di questi artisti. Un omaggio a due “Grandi Melegnanesi”, promosso dall’Assessorato alla Cultura della Città di Melegnano, con il patrocinio del Comune di Mergozzo (VB) dove Marchini soggiornò per tanti anni, e la media partnership del periodico Il Melegnenese, di cui Turin fu tenace collaboratore per molto tempo.

«La mostra a cielo aperto “Grandi Melegnanesi” segna la ripartenza della nostra stagione culturale e siamo onorati che il primo appuntamento, dopo mesi di chiusure e di proposte culturali attraverso gli schermi, renda omaggio a due grandi artisti che hanno portato lustro alla nostra città con le loro opere come Vitaliano Marchini e Angelo Turin. Le opere di Marchini in particolare vivono due volte nel Castello Mediceo di Melegnano: negli spazi all’aperto del Cortile d’Onore, che ci permettono così di fruire della loro bellezza anche all’aria aperta, e nella Sala degli Stemmi dove trova spazio la sua collezione permanente. Una ripartenza contrassegnata anche da importanti tappe: nel 2021 celebriamo il ventesimo anniversario della scomparsa di Angelo Turin e del cinquantesimo di Vitaliano Marchini. L’Amministrazione comunale di Melegnano ringrazia il Comune di Mergozzo per il patrocinio e Il Melegnanese per la media partnership» dichiara l’Assessore alla Cultura Roberta Salvaderi.

Spazio e fulcro di cultura il Castello Visconteo Mediceo, patrimonio, gioiello e simbolo della città, immerge nelle radici della sua storia e rivive con questa esposizione visibile sino a fine anno, dando modo e occasione a cittadini ed ospiti di passeggiare tutti i giorni, in piena libertà, tra le opere di due indimenticabili maestri.

ANGELO TURIN (1929-2001)
Dignità, cordialità, discrezione, bontà, semplicità e modestia, erano le caratteristiche di un uomo che sembravano in contrasto con l’estro e l’immaginazione dell’artista sfogata nel tratto deciso dei suoi disegni e nell’esuberanza dei colori delle sue tele.

Angelo Turin (foto Adriano Carafoli)

Angelo nasce a Dresano, si trasferisce successivamente con la famiglia a Melegnano, lavora in città come operaio in un laboratorio e poi a Milano, come tagliatore di pelli, dove il proprietario, intuendo le sue capacità, gli affida l’incarico di disegnatore di modelli per articoli regalo. Frequenta lo studio melegnanese di Agnolo Martinenghi ed inizia a dipingere e disegnare come autodidatta. In quasi mezzo secolo di produzione artistica, che spazia in diversi stili, Turin onora la nostra città in Italia e all’estero: Svizzera, Germania, in Francia a Parigi ed in Inghilterra a Londra. Il poeta Guido Oldani lo ha definito: “Un piccolo miracolo per questa cittadina” e lui le ha regalato la bellezza e la vitalità dei suoi cavalli, le ballerine, i pagliacci, i paesaggi, i Crocifissi, il volto di Cristo, le Madonne e la moltitudine di disegni distribuiti tra i collezionisti del vecchio continente. Opere che oggi sono anche in molte case dei “meregnanini”, così l’artista e l’uomo rivivono nella stima, nell’affetto e nell’ammirazione di quanti lo hanno amato. Proprio di recente sono stati ritrovati circa 250 bozzetti che permetteranno ad ammiratori e collezionisti di rivedere e rivalutare ciò che è stato per la pittura non solo cittadina ma sovranazionale. Ad Angelo Turin è dedicata la Corte Turin, una piazzetta in centro cittadino.

CASTELLO VISCONTEO MEDICEO
Il Castello è uno dei monumenti più significativi del tardo medioevo melegnanese e lombardo. La massiccia costruzione rimane il ricordo e il simbolo dell’epoca viscontea. Ha una pianta quadrilatera a forma di U.

Vitaliano Marchini

In origine sembra presentasse pianta quadrilatera con quattro torri con all’interno un ampio cortile. Il “receptum” edificato nel 1243 è stato ampliato da Matteo I Visconti e con Bernabò assunse la tipica struttura a quadrilatero con alte torri angolari. Nel 1512 il castello passò al marchese Brivio e nel 1532 a Gian Giacomo Medici della famiglia di Nosigia di Milano, trasformando il borgo di Melegnano in marchesato. Nei lunghi anni di oblio il castello troverà modo di vivere con la città ospitando il Comune e la Civica biblioteca. Nel 1981 i Medici vendettero il castello alla Provincia di Milano, che due anni più tardi, con una permuta, lasciò alcune sale all’Amministrazione comunale di Melegnano. Nel 1998 iniziò il restauro dapprima delle aree circostanti e poi delle sale, con gli affreschi realizzati nella metà del XVI secolo. La riapertura dell’edificio avvenne nell’ottobre del 2001 e in occasione della Fiera del Perdono successiva fu inaugurata la civica raccolta intitolata a Don Cesare Amelli (1924-2002). Nel corso degli ultimi anni ha ospitato eventi, concerti e mostre di particolare significato quali: L’Arte del Kimono; Art Gallery Leonardo Forever; Esposizione dei Graffiti di Oreste Nannetti; Gran Galà del Belcanto; Milano Photofestival 2020; E lucevan le Stelle; Musica per le feste dei poveri e dei re della Rossignol; Le Signore in Castello; Conferenza Il Teatro Araldico; Alicia, una mujer un sueno; Giornate FAI di primavera 2019; Giornate FAI di autunno 2020; Luogo del Cuore FAI 2003, 2010, 2012, 2014, 2016, 2018. Sono possibili visite guidate tramite organizzazione Pro Loco Melegnano.

VITALIANO MARCHINI (1888-1971)
Marchini nasce a Melegnano, orfano della madre Maria Stella Maestri, morta dopo poco dal parto, viene portato a 12 anni dal padre Angelo a Milano, dalla nonna materna, per trovare lavoro. Garzone di fornaio e di muratore divenne lavorante in alcune botteghe dove apprese la tecnica della lavorazione del marmo, sviluppò così la sua passione per la scultura, che coltivò da autodidatta, incantato, come ebbe a dichiarare, dal monumento delle Cinque Giornate di Milano, opera dello scultore Giuseppe Grandi. A soli diciotto anni espose alla mostra della Permanente di Milano nel 1906; frequentò poi anche lo studio dello scultore milanese Luigi Panzeri. In quegli anni suo riferimento era la scultura del tardo impressionismo e della Scapigliatura milanese. Nel 1910, con l’opera Prime fatiche, una figura di ragazzo in gesso, partecipò all’Esposizione nazionale di Belle Arti di Brera e vinse il premio Tantardini. Nel 1912, sempre all’Esposizione di Brera, vinse il premio Fumagalli con il bronzo Piccola madre e nel 1914 espose alla XI Biennale di Venezia il bronzo Ritratto d’artista. La prima guerra mondiale, dove prestò servizio prima come fante e poi come ufficiale degli alpini, limitò ma non precluse la sua attività artistica, è infatti del 1917 il gruppo bronzeo La cieca. Alla XII Biennale di Venezia del 1920, è presente con il marmo Bimbo malato.

Castello Mediceo di Melegnano

Nel 1921 sposò a Melegnano Piera Zucchelli e nello stesso anno divenne insegnante di figura modellata presso il liceo artistico dell’Accademia di Brera. Del 1922 è la sua prima mostra personale alla galleria Pesaro di Milano, dove espose trentasei opere in marmo, presentato da Adolfo Wildt, del quale si comincia ad intravedere le influenze. Alla morte di quest’ultimo gli fu affidata la supplenza di Scultura decorativa, alla Scuola di Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Brera, supplenza che tenne fino al 1934, quando divenne titolare della cattedra. Di nuovo nel 1925 partecipò all’Esposizione nazionale di Belle Arti di Brera, con due opere in gesso. Di quegli anni i giudizi favorevoli di Carlo Carrà e le frequenti riproduzioni su riviste come Emporium, Domus e l’Illustrazione italiana. Nel 1926 partecipò alla I Mostra del Novecento italiano a Milano accanto a scultori come A. Maraini, D. Rambelli, R. Romanelli, L. Andreotti, con tre opere in marmo. Dal 1927 fu insegnante di scultura all’Accademia di Brera, dove rimase fino al 1959. Dal 1929 fu anche direttore della Scuola superiore degli Artefici, annessa a Brera. Nel 1928 e nel 1930 partecipò alla Biennale di Venezia e nel 1931 partecipò alla I Quadriennale romana. Una intensa produttività e di relativa affermazione che culminarono con la sala individuale consacrata alla XVIII Biennale di Venezia del 1932, con ben sedici sue opere. Dal 1932 al 1934 fece parte della commissione edilizia e della commissione artistica del cimitero del Comune di Milano. Venezia lo vede di nuovo presente nel 1934 e nel 1938 e la Quadriennale di Roma nel 1935. In quegli anni partecipò alla decorazione di grandi opere pubbliche milanesi come il palazzo di Giustizia di M. Piacentini, nel quale furono coinvolti numerosi artisti e per il quale eseguì il bassorilievo La condanna di Caino (1936-39). Nel 1938-39 eseguì inoltre, per il duomo di Milano, le statue in marmo di S. Michele per una guglia e di S. Bernardo all’interno. Trasferitosi a Milano in via Solferino nel 1939 si spostò successivamente a Mergozzo, allora provincia di Novara, oggi di Verbania, nel 1943, poiché l’abitazione e lo studio furono colpiti dai bombardamenti. Nel dopoguerra si dedicò sempre di più a opere di arte sacra e si interessò alla scultura in legno. Nel 1954-55, per il centenario della morte di A. Rosmini, eseguì dodici formelle in bronzo per il portale della collegiata di Domodossola, con episodi ispirati al magistero rosminiano, e le statue in travertino dei ss. Gervasio e Protasio per la rinnovata facciata dello stesso edificio. Dopo 32 anni ininterrotti, nel 1959 lasciò l’insegnamento all’Accademia di Brera e si ritirò a Mergozzo. Inaugurò e diresse per quattro anni la Scuola dei Marmisti del Duomo di Milano, alla cava di marmo di Candoglia. Del 1960 è l’altorilievo in cotto con il Battesimo di Cristo posto sopra il portale d’ingresso della chiesa di S. Giovanni Battista a Melegnano. Costruì in marmo rosa e in granito una Cappella, dedicata alla Madonna del viandante, sulla strada Mergozzo-Fondo Toce, e nel 1966 scolpì la grande statua di San Gaudenzio, in granito bianco del Montorfano (una frazione del Comune di Mergozzo), che fu collocata su una parete di quella cava. Dal 1967 al 1969 insegnò educazione artistica all’istituto Bellini di Candoglia. Nel 1969 ammalatosi, si trasferì a Melegnano, dove morì il 29 luglio 1971. La città lo ricorda dedicandogli i Giardini del Castello, mentre nella sala degli stemmi è presente un museo con sue opere lasciate alla Città di Melegnano dagli eredi.

Fonte: Comunicazione – Comune di Melegnano

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