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Torino: “Delocazione”, “Delocazione2” e “Auritratto”, alla mostra della GAM dedicata a Claudio Parmiggiani.

27 Settembre 2021 by Redazione Farecultura -

La GAM di Torino presenta la mostra dedicata a Claudio Parmiggiani (Luzzara, 1943), quarto appuntamento del ciclo espositivo nato dalla collaborazione tra l’Archivio Storico della Biennale di Venezia e la VideotecaGAM, volto a testimoniare la stagione iniziale del video d’artista italiano.

L’esposizione presenta Delocazione, unica opera video realizzata da Parmiggiani, prodotta da Art/Tapes/22 di Firenze nel 1974, insieme a due opere capitali nello sviluppo del suo lavoro, provenienti dalla Collezione Maramotti di Reggio Emilia: la stampa fotografica su tavola Delocazione 2 del 1970, e Autoritratto del 1979, una silhouette d’ombra riportata su tela, anch’esso opera unica nel percorso dell’artista. 

La triangolazione di queste tre opere racchiude l’intero arco degli opposti visivi che attraversa il lavoro di Parmiggiani. L’assenza dell’opera, che emerge in riserva sulla parete, nel bianco contornato dal grigio della polvere e della fuliggine, si riflette nel suo contrario visivo: la proiezione di un’ombra grigia che si disegna sulla tela bianca, presenza negata dello sguardo dell’artista sull’immagine svanita.

Claudio Parmiggiani
Autoritratto, 1979
riporto fotografico su tela emulsionata
Courtesy Collezione Maramotti. 
Photo Carlo Vannini

La relazione tra queste tre opere si completa in una selezione di libri realizzati da Parmiggiani tra il 1968 e il 1977, provenienti dalla Collezione Maramotti e dalla Collezione CRT. Libri pensati da un artista per il quale la pagina bianca non è fatta per la riproduzione o la documentazione del lavoro, ma è innanzitutto spazio di manifestazione dell’opera e, insieme, primo luogo dell’assenza.

Parmiggiani realizza il video Delocazione nel 1974. Più di dieci anni dopo, nel 1985, in un’intervista con Arturo Schwarz, avrebbe dichiarato: Ho fatto un unico video che tra l’altro non ho mai visto, nel 1972 o forse nel 1973, a Firenze, con Maria Gloria Bicocchi, era un’immagine fissa per quindici minuti, tra l’altro un’immagine assente, l’ombra di un’immagine. Anche qui ancora un nosia all’immagine sia alla funzione fotografica e dinamica dello strumento, era probabilmente una reazione a un azionismo e contorsionismo esasperato in quel periodo, per me era l’equivalente del “silenzio” di Duchamp.

 La reazione a ciò che chiama “azionismo” si rivela esplicita sin dai primi istanti dell’opera: la sagoma scura di una sedia è il primo elemento dell’immagine fissa a emergere, come da una fitta nebbia, dal bianco iniziale dello schermo. Basta quella presenza a negare la possibilità di un’azione, e non soltanto perché la sedia è vuota e resterà tale, ma perché è girata verso la parete retrostante, disposta di fronte a una Delocazione, alla traccia di polvere e fuliggine di un dipinto svanito. Innumerevoli sedie apparivano davanti all’obbiettivo nei video di quegli anni, ma immancabilmente qualcuno, sovente l’artista stesso, entrava nell’inquadratura dopo pochi secondi per accomodarvisi e rivolgersi allo spettatore in un simulato scambio di sguardi. Anche la sedia di Parmiggiani allude a uno sguardo, ma è uno sguardo di contemplazione che non si cura del pubblico, che non possiamo che immaginare come un tempo lungo di attenzione, forse di rapimento davanti al fantasma di un dipinto, conclusosi prima che la telecamera, col suo carico di prosaico presente, entrasse nella stanza a turbare la sacralità del luogo. A essere svanito non è dunque soltanto il quadro, ma anche l’osservatore della sua scomparsa è assente. È una doppia distanza nel tempo dunque quella che ci mostra l’inquadratura, un allontanamento alla seconda, quasi un’allegoria di quella formula che più volte emerge nel lavoro dell’artista √-2 e che sembra esprimere un’incommensurabilità negativa, un’assenza nascosta nella profondità di un’assenza. 

Claudio Parmiggiani
Delocazione 2, 1970
stampa fotografica ai sali d’argento su carta interamente incollata su tavola
Courtesy Collezione Maramotti. 
Photo Carlo Vannini

Tuttavia Parmiggiani descrive il video come un “equivalente del ‘silenzio’”, lo riconosce dunque come espressione della possibilità di riaccostarsi al mistero, di ripercorrere a ritroso la strada di avvicinamento all’infinito bianco chiuso all’interno del bordo di fuliggine e polvere, un’emanazione di luce da raggiungere oltre il filtro troppo crudo della telecamera, oltre la tenda-sipario ormai completamente aperta, oltre la sedia, al di là del centro vuoto dell’impronta.

Parmiggiani tralascia un unico elemento rilevante nella descrizione del suo video a Schwarz. Omette di raccontare che nell’opera il ‘silenzio’ si dà, paradossalmente, attraverso il suono delle note di Bach. L’allegro del Concerto n.1 per clavicembalo in Do minore accompagna l’intero tempo di visione.  E se è vero che tutto nella composizione dell’inquadratura parla di stasi e silenzio, è anche vero che l’aria della stanza appare increspata dal suono vivace, a tratti tagliente, delle corde pizzicate di un clavicembalo, e che nulla può dirsi davvero immobile se immerso in quella musica, assoluta certo, ma piena di colori, di emozioni, di accenti. Più volte Bach emerge nelle parole dell’artista come compositore di una musica perfetta dove “non c’è niente di meno e niente di più di quello che deve esserci”, ma soprattutto in lui riconosce un maestro: Il miglior insegnamento in pittura l’ho avuto dalla musica di Bach e da ragazzo durante le notti lungo i canali stellati della valle del Po, dove l’acqua lenta alimentava il fuoco assoluto. Bach e il ricordo dell’acqua dei canali stellati sembrano idealmente sovrapporsi nell’opera. Alla musica Parmiggiani lascia l’espressione del fluire del tempo, lo scorrere del video, lo svolgersi di una durata, come tra gli stretti argini di un canale. Se non fosse per quei suoni il filmato apparirebbe come null’altro che una fotografia proiettata, ma il Concerto per clavicembalo ci ricorda il flusso del tempo, così sospeso nell’eternità dell’immagine da sembrare fermo. Su quel fluire, come nei canali di notte, si specchia la luce di una stella sola: il lume auratico di un’opera che non è più, un vuoto denso del sentimento della pittura che Parmiggiani lascia galleggiare per qualche minuto sull’impercettibile moto di un nastro magnetico.

Fonte: Ufficio stampa Galleria d’Arte Moderna Torino

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Archiviato in:Settembre 2021, Esposizioni & Mostre, Piemonte Contrassegnato con: Claudio Parmiggiani, Delocazione, GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea

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