
Dalla fine delle illusioni geopolitiche alla proposta di una Guardia Nazionale: perché l’Italia deve ripensare il proprio modello di sicurezza
Nel significato storico e giuridico originario, la leva è la chiamata obbligatoria alle armi esercitata dallo Stato su una determinata classe di cittadini: un atto di coscrizione fondato sull’obbligo e, in ultima istanza, sulla coercizione. Il termine deriva dal verbo levare, nel senso di “prelevare” uomini dalla popolazione per destinarli al servizio militare.
L’aggettivo volontaria, al contrario, indica un’adesione libera, non imposta, priva di sanzioni in caso di rifiuto.
Siamo dunque di fronte a un ossimorosemantico: due concetti che, sul piano del significato, si escludono a vicenda. O è leva, e quindi obbligo; oppure è servizio volontario, e allora non è leva. Non esiste una terza via sul piano lessicale e concettuale.
L’espressione leva volontaria, recentemente introdotta dal ministro della Difesa Guido Crosetto, non è una semplice imprecisione terminologica, ma uno stratagemmalinguistico. Serve a rendere politicamente e culturalmente accettabile una necessità ormai evidente: la possibilità concreta di dover affrontare scenari che implicano l’uso della forza militare. Una prospettiva che entra in rotta di collisione con un’impostazione ideologica che si definisce pacifista ma che, nei fatti, è prevalentemente antimilitarista e che si oppone a qualsiasi ipotesi di ritorno a una forma di obbligo collettivo in materia di difesa.

Questo ossimoro non nasce dal nulla. È il sintomo di un lungo periodo durante il quale il concetto stesso di difesanazionale è stato progressivamente rimosso dal dibattito pubblico, fino a essere di fatto delegato ad altri, in primo luogo agli Stati Uniti e alla NATO. Si è dato per scontato che l’assetto geopolitico fosse stabile e immutabile, un’illusione che la storia recente ha clamorosamente smentito.
A rompere definitivamente questa illusione è stata la guerra in Ucraina. Al di là della definizione di “operazione militare speciale” utilizzata da Mosca per giustificare il tentativo di annessione o di subordinazione di uno Stato sovrano attraverso l’installazione di un governo fantoccio, il conflitto ha riportato in primo piano la logica delle sferediinfluenza. A ciò si è aggiunta l’operazione statunitense che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Maduro, un’azione che ha avuto un chiaro significato politico globale: il sistema di equilibri costruito nel secondo dopoguerra non esiste più. Il re è nudo.
Siamo entrati in una fase che può essere definita, senza forzature, una Yalta2.0. La spartizione del mondo sancita nel 1945, fondata sull’esito della Seconda guerra mondiale, è venuta meno con la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica. Il nuovo assetto globale si sta ridefinendo non attraverso conferenze formali, ma attraverso il rapporto di forza tra le potenze oggi in campo: Stati Uniti, Cina e Russia. Gli incontri bilaterali incrociati tra Trump, Putin e Xi Jinping non sono casuali, così come non lo sono i teatri di crisi: Ucraina, Venezuela e, con ogni probabilità, Taiwan.
In questo scenario, l’Europa appare come la cenerentoladel sistema internazionale: una potenza economica priva di una reale capacità militare autonoma, e dunque potenzialmente una preda. Da qui nasce, tardivamente ma inevitabilmente, l’esigenza di una difesa comune europea e di una ricollocazione strategica che non sia solo economica, ma anche militare.

Per l’Italia, questo si traduce nella necessità di riorganizzare le Forze Armate. Il vero punto debole non è Marina o Aeronautica, che per natura e grado di specializzazione sono pienamente allineate agli standard operativi moderni, ma l’Esercito, soprattutto sotto il profilo numerico e della disponibilità di personale. Tentare di conciliare leva e volontariato all’interno della stessa struttura è concettualmente e operativamente problematico.
Da qui una proposta concreta: separare le funzioni. Da un lato una forza armata professionale, altamente specializzata, dedicata alle missioni all’estero e alla proiezione militare. Dall’altro, una Guardia Nazionale con compiti di difesa territoriale, composta prevalentemente da volontari, sul modello statunitense. Un corpo incaricato della vigilanza degli obiettivi strategici, delle operazioni di sicurezza interna come “Strade Sicure”, del supporto in caso di calamità naturali e del soccorso alla popolazione: in sostanza, quei compiti che un tempo erano svolti dall’esercito di leva.
Un simile modello sarebbe anche più semplice da gestire. Recuperando caserme e infrastrutture dismesse, con costi contenuti, si potrebbe creare una struttura stabile ridotta, affiancata da una base ampia di volontari, analogamente a quanto avviene nei Vigili del Fuoco, dove personale professionista e volontario convivono efficacemente. Dal punto di vista giuridico, le difficoltà sarebbero limitate, potendo replicare un modello già esistente e funzionante.
Operativamente, ciò consentirebbe di sgravare l’Esercito da compiti impropri e di permettergli di concentrarsi sulla sua missione fondamentale: essere una forza credibile, pronta, capace di combattere se necessario.
Una Guardia Nazionale, invece, potrebbe attrarre quei giovani che desiderano costruire un percorso civile e professionale, ma che sono disponibili a dedicare parte del proprio tempo alla difesa del Paese.
Perché, al di là di ogni formula lessicale e di ogni ossimoro semantico, resta un dato ineludibile: la difesa della Patria non è un’opzione ideologica. È, come recita la Costituzione, un dovere di tutti.
* Immagini tratte da Pixabay

