
Dietro le bande giovanili che occupano le cronache non c’è soltanto un problema di ordine pubblico. C’è una città che fatica a riconoscere alcune delle proprie fratture e una politica che continua a scegliere tra sicurezza e integrazione come se fossero alternative.
Milano ama raccontarsi attraverso i suoi successi. Le torri di Porta Nuova, i nuovi quartieri direzionali, la finanza, l’innovazione, gli investimenti internazionali. È un racconto in larga parte vero. Negli ultimi vent’anni la città è cambiata profondamente e, per molti aspetti, è diventata uno dei principali laboratori urbani europei. Esiste però un’altra Milano che compare molto meno frequentemente nelle campagne di promozione territoriale e nei rendering dei grandi progetti immobiliari. È la Milano delle stazioni ferroviarie considerate problematiche, delle periferie che percepiscono una crescente distanza dalle istituzioni e dei cittadini che modificano abitudini e percorsi per evitare luoghi ritenuti insicuri.
Ogni volta che un episodio di cronaca riporta il fenomeno dei cosiddetti maranza al centro dell’attenzione pubblica, il dibattito sembra seguire un copione ormai consolidato. Da una parte si invoca più sicurezza. Dall’altra si richiama la necessità dell’inclusione sociale. Nel giro di poche ore le due posizioni finiscono per contrapporsi come se fossero incompatibili. È proprio questo il punto che continua a sembrarmi sbagliato. La sicurezza e l’inclusione non sono alternative e non lo sono mai state. Eppure continuiamo a discuterne come se fosse necessario scegliere tra l’una e l’altra, come se la tutela dei cittadini e la costruzione di percorsi di integrazione appartenessero a universi separati.

Quando si parla di maranza si tende quasi sempre a discutere delle persone, delle loro origini, dei loro comportamenti e dei loro linguaggi. Molto meno frequentemente ci si interroga sulla città che produce il fenomeno. Perché Milano non è soltanto il luogo in cui questi gruppi diventano visibili. È anche il contesto sociale dentro il quale prendono forma. Chi osserva da tempo le trasformazioni urbane sa che le grandi città producono opportunità straordinarie, ma producono anche margini. Quartieri che crescono a velocità differenti, territori che si sentono esclusi dai processi di sviluppo, comunità che faticano a riconoscersi nel racconto ufficiale della città.
Chi ha qualche anno di memoria cittadina ricorderà che discussioni non troppo diverse accompagnavano già la Milano degli anni Novanta. Allora si parlava di microcriminalità urbana, di disagio giovanile e delle difficoltà di alcune periferie alle prese con trasformazioni profonde. I protagonisti erano diversi. Le preoccupazioni dei cittadini, molto meno. La storia delle città insegna infatti che determinati fenomeni cambiano forma, ma raramente scompaiono del tutto. Tendono piuttosto a riemergere adattandosi ai nuovi contesti sociali e culturali.
Molti dei ragazzi che oggi vengono associati al fenomeno dei maranza sono nati in Italia oppure vi sono arrivati da bambini. Parlano italiano, frequentano scuole italiane e condividono gran parte dei riferimenti culturali dei loro coetanei. Tuttavia una parte di loro continua a vivere una relazione problematica con il senso di appartenenza. Naturalmente sarebbe un errore trasformare questa osservazione in una generalizzazione. La grande maggioranza dei giovani provenienti da contesti migratori costruisce percorsi di integrazione pienamente riusciti. Ignorare però le difficoltà che una parte di questi ragazzi incontra nel trovare un proprio spazio all’interno della comunità significherebbe rinunciare a comprendere una componente del problema.
Ogni grande città produce opportunità, ma produce anche margini relazionali e simbolici. Non sempre la distanza più profonda riguarda il reddito. Talvolta riguarda la percezione di essere ai confini della comunità, la difficoltà di trovare riconoscimento e la sensazione che le istituzioni appartengano a un mondo lontano. Quando questi fattori si accumulano nel tempo, il gruppo dei pari diventa spesso il principale luogo di identificazione. La banda offre appartenenza, identità e protezione. Non è una giustificazione morale dei comportamenti devianti. È semplicemente una constatazione sociologica.

C’è però un altro errore che considero altrettanto pericoloso: pensare che tutto possa essere spiegato esclusivamente attraverso categorie sociali. Negli ultimi anni ho raccolto numerose testimonianze di pendolari, commercianti e residenti. Persone molto diverse tra loro che raccontano situazioni sorprendentemente simili. Spesso non si tratta nemmeno di aggressioni o episodi particolarmente gravi. È sufficiente che una percezione costante di intimidazione si radichi nella vita quotidiana perché le persone inizino a modificare le proprie abitudini: si cambia percorso, si evita una stazione ferroviaria, si rinuncia a frequentare un parco in determinati orari, si rientra a casa prima. Piccole rinunce che, sommate nel tempo, finiscono per modificare il modo in cui una città viene vissuta dai suoi abitanti.
Per questo motivo considero profondamente sbagliata ogni forma di minimizzazione. La sicurezza non è una percezione da ridimensionare. È un diritto dei cittadini. Chi utilizza una linea ferroviaria suburbana per andare al lavoro, chi attraversa una piazza per accompagnare un figlio a scuola o chi rientra a casa dopo una giornata di lavoro ha il diritto di sentirsi tutelato. Quando questo diritto viene compromesso, lo Stato ha il dovere di intervenire. La risposta repressiva, dunque, non soltanto è legittima. È necessaria. Le forze dell’ordine devono poter presidiare il territorio, contrastare la criminalità e restituire sicurezza ai cittadini. Pensare il contrario significherebbe negare una delle funzioni fondamentali delle istituzioni democratiche.
Il problema nasce quando si immagina che questo sia sufficiente. La storia urbana insegna che i fenomeni sociali raramente scompaiono attraverso la sola repressione. Possono essere contenuti, ridimensionati e contrastati sul piano operativo. Le condizioni che li alimentano, però, continuano a esistere se nessuno interviene sulle cause. Ed è qui che il dibattito pubblico torna a commettere il suo errore più frequente. Si continua a ragionare per contrapposizioni: sicurezza oppure inclusione, controllo oppure educazione, legalità oppure integrazione. Come se una società fosse realmente obbligata a scegliere tra queste dimensioni.
In realtà le città più solide sono quelle che riescono a tenerle insieme. Senza sicurezza qualsiasi politica sociale perde credibilità agli occhi dei cittadini che vivono quotidianamente il problema. Senza interventi educativi, culturali e territoriali, la repressione rischia di trasformarsi in una rincorsa infinita agli effetti senza riuscire a incidere sulle cause. Forse è proprio questa la lezione che Milano dovrebbe imparare.
Il fenomeno dei maranza non racconta soltanto qualcosa sui giovani che ne fanno parte. Racconta qualcosa anche sulla città che li osserva. Racconta le sue paure, le sue difficoltà, le sue contraddizioni e, soprattutto, la sua tendenza a semplificare problemi che semplici non sono. Continuare a scegliere tra sicurezza e inclusione significa affrontare soltanto metà della questione. E quando si affronta soltanto metà di un problema, difficilmente si riesce a risolverlo.
Nella foto in evidenza, un esempio di “disvalore” a cui fasce giovanili deviate fanno riferimento.
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