Vertice europeo di Bruxelles del 18 febbraio. L’Unione si piega a Londra. Europa “quo vadis”?

I Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea (EU) sono arrivati a questo Consiglio senza alcun accordo preventivo sui temi cruciali in discussione, che spaziavano dalla crisi greca alla paventata uscita della Gran Bretagna dall’Unione (BREXIT), all’immigrazione sulla quale l’Europa si sta spaccando. Tutto questo almeno in apparenza e secondo fonti diplomatiche citate da varia stampa internazionale. Ma quando tutto il resto in agenda è passato in secondo piano e l’attenzione dei premier è stata posta fin dall’inizio dei lavori sulla BREXIT, che preoccupa evidentemente più degli altri dossier in discussione, qualcuno ha pensato ad una combine. “A parlar male spesso ci si azzecca”, però era chiaro, e tutti lo sapevano, che l’importante “semi-partner” inglese Cameron era alla ricerca di concessioni che gli consentissero di spendersi in favore del “we stay” al referendum che si terrà nel Regno Unito il 23 di giugno, quando i britannici saranno chiamati alle urne e voteranno per decidere se rimanere “comunitari”.

Una bozza di accordo con concessioni parziali a Londra per evitare la BREXIT, a dir il vero, era stata diligentemente predisposta dai burocrati di Bruxelles, ma poi essa è stata messa da parte e sostituita direttamente con le richieste britanniche, nonostante che sulle stesse, come era logico che fosse, ci fossero state schermaglie diplomatiche con alcuni partner. Solo schermaglie, appunto, perché era noto che la maggior parte dei membri, se non la totalità, condivideva se non tutto, almeno l’opportunità di aiutare il premier inglese a portare a casa un accordo utile per fare campagna per il” SI ” in sede referendaria.
Ma quali erano i punti in agenda, oggetto del contendere in questo Vertice?
Erano quelli che Cameron aveva preannunciato a fine dello scorso anno in una lettera a Juncker Presidente della Commissione europea. Già da allora, sostanzialmente Londra chiedeva un generale riconoscimento della “sovranità britannica” (europei si, ma padroni a casa nostra, liberi di applicare o meno nel Paese i diktat di Bruxelles), una diversa gestione dell’Unione che tenesse conto delle esigenze inglesi anche in campo finanziario ed economico (come sappiamo è un partner europeo ad “adesione limitata”) ma soprattutto limitazioni per l’accesso ai diritti sociali per i cittadini europei non britannici che vivono nel Regno Unito per lavoro.
Nella sua lettera, in tema di “sovranità”, Cameron chiedeva di modificare i trattati comunitari per consentire anche ad un solo Paese, se in disaccordo con le determinazioni del Consiglio europeo, di chiedere ed ottenere unilateralmente modifiche all’agenda dei lavori per rimettere in discussione quanto approvato, senza ricorrere alla maggioranza qualificata oggi necessaria per una tale richiesta.
Un vero carico da novanta sulle regole europee e sulla burocrazia di Bruxelles, sempre restia ad accettare estemporanee modifiche alle proprie norme e procedure! Gli Inglesi devono aver pensato che per vincere la loro battaglia un po’ di arroganza non guastasse, dovendo combattere con partner indeboliti sui temi europei dai tanti movimenti contra-EU che proliferano in tutti i Paesi dell’unione.
In definitiva, la linea dell’attacco britannico in Consiglio mirava a far passare modifiche sostanziali agli accordi comunitari, per esentare Londra dal condividere l’obiettivo comunitario di mirare gradualmente ad un’UE politicamente “sempre più stretta”, con tanti saluti alle sovranità nazionali. Questo ovviamente a Londra non va giù, ma non da ora, da sempre.
Sul welfare per i cittadini comunitari residenti per lavoro in Gran Bretagna, il primo ministro britannico aveva proposto prima quattro, poi sette anni di sospensione per i nuovi arrivati (fonti diplomatiche affermerebbero che la richiesta fosse stata addirittura di tredici anni). Sulla base delle prime indiscrezioni su questo erano intervenuti, pesantemente ma con scarsa determinazione, i paesi di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) che da tali misure sarebbero fortemente penalizzati perché molti dei loro cittadini sono occupati in Gran Bretagna.
Ed allora prendiamo atto che dando più importanza alla BREXIT che a tutto il resto si è voluto, da un lato riconoscere il grande peso politico di Londra, dall’altro far vedere al mondo, ma soprattutto all’opinione pubblica inglese ed ai partiti dell’opposizione al governo Cameron, che l’Unione sostiene il premier nella sua lotta per vincere il referendum.
Un grande segnale che secondo alcuni, specie i partner dell’Est, ha però attribuito alle richieste di Londra molta più visibilità di quanta non ne meritassero in un Consiglio Europeo nella cui calda agenda altri temi erano cruciali per il presente e per l’immediato futuro di questa Europa in crisi. Dei migranti e dei flussi migratori che sgretolano la coesione europea, se ne è potuto parlare solo a tavola in una cena di lavoro. Forse la questione meritava maggiore attenzione! Ma questo è.
Veniamo ora ai risultati di questo summit particolare.
Per Cameron vittoria quasi completa. Bruxelles ha dichiarato che “l’Unione Europea ha raggiunto un accordo per rinnovare il patto del Regno Unito con l’Europa”.
Già da questa affermazione si capisce che Londra in Europa gioca da esterno, ma per l’Europa è comunque un fatto positivo perché allontana il rischio della Brexit, consentendo al Premier britannico di essere più credibile nel sostenere in Patria la permanenza in Europa del suo Paese.

Sotto il profilo politico Cameron ha ottenuto la modifica dei trattati europei. Non è poco, anzi molto più di quanto si aspettasse nelle sue migliori previsioni.
Il Regno unito sarà esentato dal condividere la politica di “un’Unione sempre più stretta” che ora riguarderà solo gli altri partner. Londra e la sua Sterlina godranno di condizioni paritarie in materia monetaria e finanziaria (in parole semplici uguale dignità tra Sterlina e Euro), ma anche di trattamento ugualitario negli accordi economici.
D’ora in poi la Gran Bretagna associata all’Europa sarà ancora “meno partner e sempre più controparte” nelle questioni economico-finanziarie, il tutto ovviamente a suo diretto vantaggio.
Questa è veramente una vittoria importante della City londinese! Come si sa il tempio economico della Gran Bretagna è una comunità potentissima, indipendente anche dal governo inglese che la teme per la sua grande influenza. Il suo appoggio sarà determinante per Cameron al referendum.
Ma non è finita. Cameron ha ottenuto anche una preziosa vittoria sulla questione dei vantaggi sociali di cui beneficiano i lavoratori stranieri, la più controversa nell’agenda delle negoziazioni.
Nell’immediato futuro il Regno Unito avrà il diritto di non accordare il suo welfare ai nuovi arrivati per i primi quattro anni di permanenza, con possibilità di proroga fino a sette. Non sono i tredici anni di sospensione che aveva inizialmente chiesto ma è comunque un grande risultato.
Tornato a casa trionfante Cameron ha subito intensificato la campagna per il SI, forte della vittoria quasi piena ottenuta a Bruxelles.
E da Londra ha cominciato a scoccare le frecce della sua faretra europeista dichiarando:
“Sarebbe una follia per il Regno Unito lasciare l’Unione europea in un momento di profonda incertezza sulla sicurezza globale e sull’economia”.
“Nell’Unione riformata sulla base delle nostre richieste saremo più sicuri, più forti di quanto non lo saremmo separati, intensificheremo con i nostri partner europei la lotta contro la criminalità transfrontaliera e il terrorismo”.
“La Gran Bretagna sarà più forte all’interno in un’Europa riformata, perché potrà svolgere un ruolo di primo piano nelle grandi decisioni sul commercio e sulla sicurezza per il nostro futuro. Le imprese britanniche avranno pieno accesso al mercato unico di libero scambio e creeranno nel Paese posti di lavoro legati a nuovi investimenti”.
Più chiaro di così! Quasi un “Manifesto per l’Europa” in vista del referendum del prossimo 23 giugno!
Commento finale. Questo Consiglio Europeo era per Cameron. L’Europa aveva già deciso l’appoggio a Londra e così è stato.
Una riflessione per chi ama l’Europa. La BREXIT è si un rischio grave, ma non è il pericolo più immanente. Sull’Europa incombono la crisi greca ed il problema dei profughi che non è stato ancora ben affrontato: hanno deciso di riparlarne a marzo, si vedrà. Nel frattempo gli sbarchi e le morti nel mediterraneo continuano, in Siria sono pronti altri profughi che la situazione militare sta spingendo verso la Turchia e poi l’Europa. Gli accordi per risolvere all’origine la questione migratoria non arrivano ne sembrano preoccupare più di tanto i governanti europei. Stiamo tornando gradualmente ai muri, alla chiusura delle frontiere, alle restrizioni sulla libera circolazione delle persone e delle merci, ad un nuovo Schengen con molti esclusi.
Viene allora da domandarsi: a Bruxelles si crede ancora all’Europa solidale e responsabile dei padri fondatori, a questi fondamentali principi sui quali dall’inizio si volle indirizzare il percorso unitario europeo?
Questa volta ha vinto la City di Londra, non i principi, e si è anche dimostrato che quando vengono messi in pericolo “gli affari” che contano, quelli dell’economia e delle finanze, le decisioni arrivano puntuali ed efficaci. C’è di peggio: si è dimostrato che quando a “chiedere” sono Paesi del peso della Gran Bretagna, tutto viene concesso.
Questa è ancora Europa?
O non siamo già all’Europa delle partizioni Nord (Paesi ricchi), Sud (Paesi problematici), Est (neo associati, ancora spaesati, perché convocati nella famiglia troppo in fretta)?
Non piace dover ammettere che la cosiddetta “Europa a diverse velocità” è forse già una realtà e che questo Summit ce l’ha ampiamente dimostrato. E l’integrazione politica? Certo, si continuerà a perseguirla ma su diversi livelli. Chi più chi meno integrato, a seconda delle esigenze nazionali.
Di una cosa sono tutti convinti: questo Vertice ha segnato un punto di non ritorno nella politica comunitaria con conseguenze non ancora ben individuabili sul concetto stesso di Unione. La Gran Bretagna, alla quale si è consentito di giocare da sola quando le converrà, e la sua BREXIT ne rappresentano solo il primo passo. Se i Paesi “nocciolo duro” della volontà comunitaria non si daranno da fare per una Nuova Europa, molto presto saremo ciascuno a casa propria ed il sogno di un Vecchio Continente che conti sulla ribalta internazionale, sarà definitivamente infranto. Europa “quo vadis?”