L’eterna parabola dei Robespierre

Maximilian De Robespierre(Arras, 6 maggio 1758 – Parigi, 28 luglio 1794) è forse il protagonista più noto della Rivoluzione Francese. In questa occasione non ci interessa evocarlo e farne una disamina dal punto di vista storico, peraltro molto controverso, ma riflettere sulla sua figura in quanto simbolo di un certo tipo di rivoluzionari che finiscono per perdere la testa, prima in senso metaforico e successivamente per perderla davvero, molto spesso per mano dello stesso popolo da essi stessi aizzato.

La fase della ribellione è infatti la più semplice da suscitare, non che sia facile in assoluto, ma lo è sicuramente di più rispetto alla fase successiva, quella della responsabilità, delle scelte di governo che necessariamente devono deludere qualcuno e che vanno prese nelle fredde stanze di potere e non sui facili pulpiti e palchi dei capi popolo.

I personaggi protagonisti della prima fase, raramente possiedono l’equilibrio, lo spirito di sacrificio e l’altruismo necessari per essere le persone adatte a governare anche la fase successiva. Questo in parte perché parliamo di “tipi umani” profondamente diversi, ma anche perché spesso gli arruffapopolo nascondono dietro ai proclamati alti ideali che ispirano le loro rivoluzioni un unico scopo, alimentare la propria personale sete di potere per realizzare la propria arrampicata sociale.

In genere questi personaggi hanno un forte magnetismo umano, un carisma in grado di trascinare gli altri e un’intelligenza molto pratica, più furba che sostanziale. Grazie a queste loro caratteristiche sono in grado di compiere quella che si può definire la fase ascendete della loro parabola: l’intercettazione del malcontento, l’inquadramento di quello che dovrà essere il nemico comune da abbattere (in genere chi detiene il potere al momento) e la sua demonizzazione, la compilazione di liste di proscrizione dividendo il mondo in chi è con loro (i “buoni”) e chi è contro di loro (i “nemici da abbattere”, legati al potere del momento), la promessa a ognuno dei potenziali seguaci di un ruolo vantaggioso nel mondo che verrà dopo la loro vittoria. Tutto rigorosamente giustificato da alti ideali.

All’apice della parabola, una volta preso il potere, i novelli Robespierre istituiscono una parodia più o meno farsesca, ma sempre opprimente, del Regime del Terrore.
In questa fase gettano la maschera, abbandonano ogni empatia e indulgenza e cominciano a eliminare i loro sostenitori che hanno osato mantenere uno spirito critico e indipendente, che non si comportano come servi nei loro confronti. 
Degli alti ideali non c’è più traccia, la capacità di governare, intesa come creazione di giustizia e benessere, è qualcosa di cui non sono capaci o, ancor meglio, alla quale non sono in realtà minimamente interessati.

Accade quindi che venga instaurato un Regime molto peggiore, perché più ingiusto ed inetto, di quello che vi era precedentemente al loro arrivo. In questo emerge tutta la loro ipocrisia e spregiudicatezza ma per fortuna, ad un punto più o meno lontano nel tempo da questo apice, inizia la terza fase della parabola, quella discendente.
In questa fase il loro potere comincia ad erodersi a causa della scomparsa – perché abbattuti da loro stessi o perché allontanatisi spontaneamente – di molti dei loro seguaci iniziali più validi. Inoltre, tipico di questa fase, è il loro estraniarsi dalla realtà, chiudendosi in una torre di avorio psicologica inespugnabile.
L’atto finale è la loro rimozione del potere con disonore, per mano di quelli che erano i loro stessi seguaci, anche quelli più servili che hanno cominciato a sentirsi a loro volta penalizzati dalla spirale di onnipotenza ed oppressione creata dal novello Robespierre che, come quello originale, finisce per – metaforicamente o meno – vedere la sua testa rotolare a causa della ghigliottina che tanto contribuì alla sua ascesa al potere.

Tutto ciò non vuole significare che ogni Rivoluzione e ogni rivoluzionario siano cosa negativa e seguano la stessa parabola. Anzi, uno degli scopi di questo articolo è proprio creare una netta linea di demarcazione tra i grandi personaggi rivoluzionari che hanno regalato e regalano, con il loro sacrificio, libertà e benessere al contesto in cui operano (può essere una nazione, un continente ma anche un’azienda o qualsiasi tipo di organizzazione) e gli arruffapopolo descritti sopra, che si nascondono dietro le gesta dei primi.

Ma come distinguere i novelli Robespierre dai veri rivoluzionari? Questi ultimi hanno in genere idee originali, apertura al confronto e al contributo di tutti, autocritica ed autoironia. Soprattutto, non puntano ad avere cariche di potere ma ci sono spinti dagli altri per la stima e la fiducia che hanno conquistato. 
Se queste caratteristiche non sono presenti, fin dalla fase ascendente della parabola, molto probabilmente ci troviamo di fronte all’ennesimo tiranno in pectore, travestito da uomo giusto.

Non ho volutamente fatto esempi concreti di personaggi ma spero e penso che ad ognuno ne siano venuti in mente di più o meno noti o di vicini a loro in ogni contesto. 
Impariamo a riconoscerli a non cadere vittime delle loro facili promesse.

Simone Guzzardi
Nato a Milano nel 1982, ha compiuto studi nell’ambito della comunicazione e non ha più smesso di occuparsene.
In oltre dieci anni di esperienza presso alcune delle principali agenzie presenti in Italia, ha avuto modo di operare per importanti aziende italiane e internazionali attive in particolare nei settori finanziario, bancario, assicurativo, ITC, food&beverage e manifatturiero.
A febbraio 2017 ha fondato, insieme a The Van, l’agenzia di comunicazione istituzionale L45, della quale è anche Amministratore Delegato.
Docente in Master Post Universitari e redattore per magazine online.
È appassionato di musica e vespista irriducibile in ogni stagione.