La cultura dell’autoscatto

Soddisfare i bisogni della mente e del corpo è prioritario. Dovremmo poi soddisfare anche i bisogni dello spirito. … di cosa stiamo parlando? “Lo spirito evapora” usava dire un mio commilitone ai tempi della ferma militare ed era praticamente inutile provare a dargli elementi di ulteriore riflessione, alla parola spirito rispondeva: “si tutto a posto sono un uomo di spirito (alcolico)”.
Il malcontento e un certo senso di vuoto sono i nostri veri compagni di viaggio, conseguenza del non essere in contatto con la nostra parte spirituale e il percepire senza sapercelo spiegare un senso d’intensa solitudine. La cura è peggio del male ci convinciamo che dobbiamo procurarci più affettività, più potere, più soldi e con questi più beni materiali. Non è la soluzione, evidentemente tutto questo non si appariglia con il senso di soddisfazione interiore.
A fine giornata c’è una maledettissima voce dal di dentro che ci ricorda i torti che abbiamo dovuto subire durante il giorno, allora la medicina è l’addormentamento del rancore e l’immersione in ciò che ci appassiona e interessa veramente, lasciarsi invadere da un vero pensiero positivo che trascenda i bisogni materiali dell’IO. Il rischio è essere interessati da quella patologia camaleontica che nella perdita di identità e di senso di se stessi porta certuni ad assimilarsi nell’ambiente e ai personaggi che incontra e che dice di frequentare per dare un senso e un valore alla propria esistenza. Cosa voglio significare? Una persona senza mondo interiore che si convince di essere privo di qualsiasi senso proprio dell’identità può essere preda del desiderio inconfessato di trovare un’identità posticcia confondendosi con chi lo circonda, indossando una maschera sociale e di appartenenza adottiva per esaltare il suo desiderio di conformarsi a modelli di successo replicati all’infinito. Il fenomeno o atteggiamento colmativo è un eccesso di adattamento a una realtà più percepita che vissuta vocazionalmente. Quanti cloni alla disperata ricerca di figure ideali che gli consentano di indossare un abito di taglia larga o stretta pur di mostrare un IO più amabile.
Una mania a cui in tanti non sfuggono è rappresentata dai cosidetti “Selfie”, ci si fotografa a fianco a personaggi famosi, in occasioni o eventi di particolare valore storico o di cronaca convinti di vivere una intima esclusività e poi presi da irrefrenabile narcisismo pubblica sui social questi momenti “privati” pur di esibire un IO c’ero. Chi posta e ancor peggio chi guarda spera di fare a breve qualcosa di più grande si convince illusoriamente di far parte della vita dei personaggi con i quali si fa fotografare e di essere tra i protagonisti dell’avvenimento. Lo scatto certifica che esiste almeno in una foto, è qualcosa che potrà rivedere nel tempo fantasticando di improbabili storie, un modo per convincersi di essere usciti dall’ordinarietà nell’inconfessato desiderio di poter suscitare invidia e ammirazione oltre che riconoscibilità. Scatti fotografici banalmente tutti uguali ed è in questo che vediamo emergere un senso di profondo smarrimento.
Il Sefie è una pratica che ha assunto gli aspetti di una epidemia, pochi non ne fanno uso e spesso vanno oltre la “modica dose”, se la vita ha bisogno di più scatti per certificarsi è perché siamo assaliti dal dubbio della nostra esistenza. Esibire la propria vita per superare l’idea dell’idea di non esistere senza l’apparire, l’esatto contrario di quella “capacità di stare soli” che qualcuno definiva la condizione minima della salute mentale.