Lo straordinario nell’ordinario quotidiano

Abitare in una dimensione che non capiamo da subito. Non è facile abituarsi a una illusoria libertà che ti dona attimi di apparente vuoto. Nei continui vagabondaggi nella metropoli dove qualcuno ha scelto con il tuo consenso che tu debba consumare il tuo tempo, ti guardi tutto intorno. Volti sconosciuti, volti che esprimono emozioni, volti imperturbabili, volti nascosti, volti di non più giovani, volti che non hanno ancora sembianze umane. L’intorno percepito come molto più grande di noi. Banalizzare il tutto tramite un gesto, che non facevi da tempo, far scoppiare con le dita le bolle di plastica. Andare a dormire e capacitarsi del fatto, di non dover più puntare la sveglia, non hai più obblighi. Scoprirti a scoprire che hai ancora delle emozioni che le coltivate avarità delle parole non ti portano a condividere subito.

Ti corichi e cerchi il lato più fresco del cuscino mentre ti rigiri in lenzuola che profumano di bucato. Svegliarsi al solito orario di quando eri produttivo, l’aroma del caffè che si espande per tutta la casa, apri la finestra non c’è nulla di meglio dell’odore della pioggia, ha piovuto tutta notte, l’odore della terra bagnata si alza dal giardino della proprietà confinante. Accendi la radio, stanno trasmettendo una delle tue canzoni preferite, è solo la colonna sonora di momenti che vivi come se fossi in una scena di un film ripetuta una infinità di volte… una ripetitività a tratti banalmente noiosa.

Ti eri addormentato leggendo, un libro che hai ancora li sul comodino, tra le pagine come senalibro una lettera scritta a mano reperto di più vite vissute tra il vecchio e nuovo secolo. I soliti riti, barba e vestizione, indossi un paio di pantaloni che non mettevi da più tempo, infili le mani e in una tasca trovi una banconota che non ricordavi di avere. Mi dico devo andare, devo arrivare in tempo anche se esco in ritardo, ritardo? Non ho nulla da fare che non possa essere fatto in un altro giorno anche perché devo andare in un posto che ho sulla punta della lingua ma che non ricordo.

Finalmente leggi un’appunto sulla scrivania, avevi promesso a un tuo conoscente che presentava il suo ultimo libro di essere presente. Arrivi come sempre in anticipo, sfiori le pagine, leggi qualche passo e ti convinci che la cosa che ti attira di più di quello che stai toccando è il piacere di annusare l’odore dell’inchiostro fresco di stampa. Iniziano ad arrivare persone, le più diverse, ti presentano esagerando sui tuoi titoli e meriti, come accade in certi contesti sono le tue presunte “medaglie” ad interessare chi hai di fronte, finisci con il meravigliarti del fatto che qualcuno trovi divertente le tue pessime battute, poi ti ricordi di quel tuo direttore generale che quando incontravi in ascensore aveva la battutina pronta che suscitava, senza che nessuno l’apprezzasse realmente, entusiasmo nei vari yes man che lo circondavano e che una volta gelasti ricordandogli che se avesse incontrato un bambino sarebbe successo la stessa cosa che accadde a quel tale monarca all’esclamazione “Il re è nudo”.

In fondo più che vivere non fa nessuno. Tempo perso? No, dimensioni dell’esistere nella non tanto convinta convinzione di essere protagonista di qualcosa che non hai ancora ben capito. A volte ti chiedi: che cosa sai fare veramente? Sapere a memoria una poesia, saper accennare a un motivetto antico e altro ugualmente importante di cui è superfluo farsene vanto, vi pare da poco conto? Allontanarsi dai luoghi delle convenzioni, uscire e sorridere a una persona per strada che non conosci e che ti sorride a sua volta. Entrare nella gelateria preferita anche perché li ti chiamano per nome. Poca gente, non è stagione, mangiare il tuo gelato preferito cercando in quei gusti colorati il caldo conforto di un dolce freddo, socchiudere gli occhi e percepire l’emozione di affondare i piedi nella sabbia calda. Passare da quel locale sui navigli dove fermarsi a dottamente conversare con datati rivoluzionari anti sistema ben inseriti nel sistema e giovani aspiranti cambiatori ben pronti a essere assediatori del sistema per poi, espugnata la fortezza, diventarne dall’interno i più convinti difensori. Cose già viste.

Un cane che abbaia da fuori al locale, guardi l’orologio è ora. Ripercorri la strada, un viaggio breve, passi davanti a botteghe di rigattieri e artisti, ti fermi, la tua attenzione va a un’ape che dall’interno dello studio di un pittore sbatte contro la finestra. Entri e baratti parole e libertà aprendo la finestra: L’artista ti guarda stupito e ti chiede a quale scuola di pensiero si ispiri la tua azione, lo guardi e gli rispondi: “Mi piacerebbe avere una terrazza, ho solo un piccolo balconcino da cui non si vede tutto il mondo”.

Salutare come se nulla fosse, allontanarsi e sorridere, non è da tutti.