Colloqui con il Padre Eterno

“Con Voi Signore non si può ragionare, avete sempre ragione Voi” (G. Guareschi, Don Camillo).

Io non mi sono sempre rivolto a Te se non nei miei anni giovanili, non mi facevo troppe domande credevo e basta. L’educazione di famiglia era condizionata da una religiosità ossequiosa, c’era il timore di Dio e le due mie precettrici sorelle della nonna paterna (una insegnante e l’altra perpetua) vivevano in una irreale armonia con il mondo in un palazzetto al centro del paese dispensando buoni consigli con un vissuto esempio di vita in santità.

Giuseppe Selvaggi

Non ho bisogno di venirti a cercare, sento la tua presenza e assenza a fasi alterne. Da quanto tempo non ci vediamo? A si ricordo dall’ultimo lutto di famiglia, ma io non ti cercavo, contavo i minuti che mi separavano dall’allontanarmi da quel luogo di dolore. Io paura non ne ho troppa, ma è dura caro Padreterno. Passo troppo tempo a riflettere, potrei fare qualcos’altro di più utile e conveniente, a pensar troppo si rischia di finire in solitudine che a volte è una vera compagna di vita premurosa e gelosa. La solitudine cercata mi costringe alla concentrazione, il dolore affina l’intuito, si passa molto tempo a ricordare i bei tempi felici, gli affetti, gli errori commessi, la troppa ambizione.

Durante i lunghi inverni dello spirito dovetti affinare l’arte di resistere ed esercitare la virtù della pazienza e quello stato mi ha messo in condizione di tirare fuori una parte di me che non sapevo nemmeno di possedere. Mi sento come un attore tragico. Sono superbo, ma, fa parte del mio carattere. Non mi basta solo sopravvivere. Come tanti mi sono domandato perché Tu Padreterno abbia affibbiato all’umanità tante forme di tortura che in genere le persone di Chiesa dicono essere dei disegni del cielo. Tu non parli, non mi spieghi e allora è dura. Io vorrei che mi parlassi come facevi con Don Camillo.

Perché non faccio come gli altri che si accontentano semplicemente di vivere e basta, perché non mi avvicino ai “padre eterni terreni” perché mi rivolgo a Te senza la mediazione dei tuoi dipendenti e più stretti collaboratori, forse perché da piccolo, quando ti sentivo vicino non mi ponevo domande, ti sentivo vicino e basta. Di Te me ne hanno parlato bene, poi per un po’ ci siamo solo sfiorati, ora devo continuare a non smettere di augurarmi che un grande Padre ci sia sempre o debba sempre arrivare a togliermi dai pasticci, permettendomi di rimanere sempre figlio, sempre al riparo dalla tempeste dell’esistere.