Coronavirus – I consigli dello psicologo: La convivenza forzata al tempo del coronavirus

Ci si può volere anche tanto bene, ma restare nella stessa casa per tanto tempo senza possibilità di uscita è una condizione che nessuno prevedeva e che mette alla prova le relazioni. Stare sempre vicini e magari non avere sempre abbastanza cose da dirsi o da fare insieme, avere discussioni improduttive in momenti così, tutto questo può diventare un guaio anche per le relazioni più serene.

Penso alle coppie e penso ai figli, e penso a come sia complicato in questo regolare la distanza per trovare quella più giusta.
“Trovare la giusta distanza” non vuol dire allontanarsi. Certe cose si godono meglio da vicino, altre da un po’ più in là. Non sempre alla stessa distanza in tutti i momenti della giornata e nemmeno per tutte le relazioni. Ho conosciuto tante coppie, ma non ne ho mai trovate due che avessero trovato quella “giusta distanza” nello stesso punto.

Alcune di quelle coppie amavano condividere il 90% del tempo — di quello libero dal lavoro evidentemente — e tenere il restante per stare sanamente distanti e curare il proprio spazio personale, i propri interessi, i propri amici. Altre, al contrario, avevano bisogno di spazi individuali prevalenti per poi ritrovarsi con piacere e pienezza nel tempo restante, magari con molte cose da raccontarsi.

E anche per i figli, la questione della distanza è ancora più fondamentale. Da una certa età cominciare a tracciare confini e a mettere distanze è necessario: non per tutti nello stesso momento e non per tutti nello stesso modo, ma la questione è sempre rilevante.

Ora, invece, tutti a casa: dove stare vicini non è una scelta ma una condizione forzata. E non c’entra quanto ci si voglia bene: poter avvicinarsi e allontanarsi a seconda dei momenti è importante per tutti i rapporti. Senza contare che tanti ragazzi sono stati colti da questo disastro nel ben mezzo di un progetto di svincolo dalla famiglia. Tutto da rifare?

Può non essere una tragedia, ma — proprio per stare meglio che si può — vale la pena di prendersi cura di questo aspetto. Si può stare vicini senza intossicare di noia il rapporto. L’importante è che ciascuno sappia che se l’altro cerca uno spazio per sé non è necessariamente per disamore. Si può continuare a badare alle proprie passioni e ai propri interessi come a quelli condivisi: magari, dove i confini fisici non ci sono più, un tempo più strutturato e ritualizzato può aiutare. Quel giorno a quell’ora è il momento in cui ci guardiamo un film. Le due ore prima di cena — dico per dire — possono essere il momento in cui ciascuno è libero di dedicarsi a quello che ama. Sono solo degli esempi: come dicevo il modo di gestire tempo e distanza non è uguale per tutti. Ma un tempo disordinato e destrutturato, alla lunga, fa soffrire le persone e le relazioni.

Una cosa che può succedere — perché fa parte della normalità ma anche perché può diventare più probabile per via del grado di stress — è il conflitto. Si può litigare a volte anche per sciocchezze, e di lì tirare in ballo cose antiche e qualche volta irrisolte. Ecco: chi ci riesce fa bene a dire: “ci pensiamo dopo”. Accantonare un problema non è sempre una fuga: a volte è anche il comportamento saggio di chi capisce che se una cosa non può essere risolta ora, è meglio occuparsene quando può essere produttivo farlo. E il momento in cui tutti si è chiusi in casa non è il momento migliore per litigare costruttivamente, attività che invece richiede — ancora una volta — lo spazio per poter ritirarsi, allentare la tensione, uscire e rientrare nel conflitto. Quando queste condizioni non sono garantite, se si riesce a guardarsi in faccia e dirsi “no, aspetta; teniamola lì ma è meglio occuparcene un’altra volta” è molto meglio. Anche questo è mettere un confine. Se si tratta di cause passeggere o occasionali, tutt’e due ci si dimenticherà di quella discussione; se si tratta di cose che fanno male davvero, potersi alleare per discutere in modo reciprocamente protettivo, è già una cura che due persone si danno a vicenda, e farà bene anche a quella discussione.

E poi, non dimentichiamocene mai, ci sono le convivenze forzate di relazioni in cui il grado di sofferenza è tale da portare a comportamenti persino violenti di uno dei due. Quando si è chiusi in casa a tempo pieno è anche più difficile trovare uno spazio per chiedere aiuto all’esterno. Ma è importante sapere che questo strano congelamento che stiamo vivendo non può essere in nessun modo una ragione per rimandare a più avanti una decisione su un rapporto pericoloso o una richiesta d’aiuto, che sia un aiuto psicologico o anche uno più concreto. Credo che in questo momento, in cui è più sicuro state dentro casa, le persone a cui dovremmo pensare, oltre a quelle ammalate e ai loro parenti, sono quelle per le quali la casa è in realtà il posto più pericoloso. Se ne conosciamo qualcuna, non dimentichiamocene.

E per il resto, mentre c’è chi si prende cura di liberarci dalla malattia o dalla sua minaccia, quello che possiamo fare tutti è avere un atteggiamento di cura per chi ci sta vicino e per noi stessi. Anche facendo attenzione a salvaguardare quei confini necessari.

Massimo Giuliani
Psicologo e psicoterapeuta della famiglia