San Giuliano Milanese: per partire con i test sierologici (c.d. “saponetta”) il sindaco attende la loro validazione da parte della Regione e intanto scrive al Presidente Fontana.

Forti dubbi espressi dal primo cittadino sull’opportunità che le singole amministrazioni si muovano  autonomamente. Ma il problema è davvero politico? 

 

“L’unità di crisi di Regione Lombardia sta lavorando sul tema. Alcune amministrazioni stanno facendo test c.d. saponetta che non hanno alcuna validazione da parte di Regione Lombardia e, quindi, il Comune di San Giuliano M.se – annuncia il Sindaco Marco Segala – attende le mosse di Regione Lombardia per dare il via ai test. Ricordiamo che per avere una utilità, occorre un grandissimo campione statistico, affidabilità, univocità nel metodo e confrontabilità del dato. Per questo, – conclude il primo cittadino – non è opportuno che le singole amministrazioni comunali si muovano autonomamente”. 

Colgo l’occasione della lettera che il Sindaco di San Giuliano Milanese ha inviato al Presidente della Regione Lombardia per chiedere una linea condivisa in merito ai test sieroloigci Covid- 19, il cui testo integrale è leggibile cliccando qui , per esplicitare una mia riflessione.

La verità è che c’è molta confusione su come muoversi per la riapertura dopo il lock down (confinamento) nel quale siamo relegati ormai da tempo.
Come in ogni argomento in discussione, ognuno ha la propria opinione, e questo in un paese democratico è più che normale. Anzi, tanto più è aperto il confronto e il dibattito, nonché la libera espressione del pensiero di ogni singolo individuo, tanto più alto si può declinare l’indice di democraticità della comunità.

C’è però qualcosa che non torna.

Se è vero che il confronto sereno e democratico è indice di civiltà, è anche vero che dei punti fermi esistono, e questi sono i valori sui cui la stessa democrazia di fonda.
Ma c’è un altro punto fermo attorno al quale ruota la vita di moderna: la scienza.
La scienza è una certezza dalla quale nessuno di noi è disposto a prescindere, perché è quella che rappresenta la nostra zona di comfort, quella nella quale ci rifuggiamo, insieme alla fede religiosa, nei momenti di paura indotti da un pericolo al quale personalmente non sappiamo o possiamo far fronte da soli.
E così, ci si affida alla scienza quando non si sa qual è il metodo, il sistema, il comportamento, l’azione, la decisione migliore per risolvere un problema che noi poveri ignoranti (termine che dev’essere inteso nel segno che non siamo in grado, sulla base delle nostre conoscenze personali, di dare una risposta certa ad un determinato quesito), non sappiamo affrontare da soli.
Proprio quello che sta accadendo in questo momento.
La politica per decidere quali sono le azioni più opportune alla salvaguardia del bene supremo della salute pubblica che, giustamente, si deve anteporre anche alle libertà individuali (seppure limitatamente al periodo di crisi, perché se così non fosse non si potrebbe più parlare di democrazia), si rivolge alla scienza, ovvero agli esperti che la rappresentano, per avere soluzioni o quantomeno indicazioni sulle azioni più idonee a fronteggiare questa grave crisi sanitaria.
I tecnici non si tirano indietro, e qualcuno di loro offre la propria competenza annunciando: “Non c’è nessun pericolo di una sua diffusione pandemica”, o anche, “è solo poco più di una influenza”.

Fin qui ci siamo.

Peccato che il seguito sia noto a tutti. Quando la tragedia si manifesta in tutta la sua straziante drammaticità, quegli stessi “professoroni” ammettono che non conoscevano il nemico Covid-19 (e allora, sulla scorta di quale conoscenza scientifica avevano azzardato le affermazioni anzidette?).
L’unico rimedio per contenerlo, a quel punto, è una misura sociale: il distanziamento. Una misura che i politici, pur con i rischi che comporta per la tenuta democratica, approvano.

E anche fino qui, ci siamo.

Poi, in attesa che la scienza abbia il tempo di studiare e conoscere meglio il nemico invisibile e appronti un’arma di difesa efficace, verificato il positivo funzionamento del sistema di distanziamento sociale, si pensa ad una parvenza di ripresa di vita produttiva che, con le sue pur necessarie limitazioni, dovrà evitare il disastro economico che, così continuando, ci porterebbe a morire non più di coronavirus ma di fame.
Siamo adesso alla seconda fase. Urge riaprire. Urge riaprire tutto: produzione, economia, vita sociale, e ancora una volta ci servono i consigli tecnici degli scienziati.
I politici sono costretti ancora a rivolgersi agli esperti ma questa volta, forse con un pò più di senno, si circondano di team di tecnici e scienziati che abitualmente non fanno comparsate in Tv. E questo fa ben sperare.

Però forse una riflessione su quegli scienziati che continuano a dispensare, giorno e notte ininterrottamente, la loro sapienza in televisione bisognerebbe farla. 
Incredibilmente, infatti, il penoso spettacolo già offerto da taluni scienziati in occasione della prima fase, si ripete. Ma questo, ovviamente, avviene solo in Italia, mentre negli altri paesi le apparizioni in TV di scienziati addetti ai lavori sono del tutto sporadiche, e solo se compatibili con il lavoro che stanno svolgendo negli ospedali e nei laboratori di ricerca.
La visibilità mediatica senza precedenti, acquisita e manutenuta durante tutto il tempo della gestione della crisi, ha trasformato taluni virologi, infettivologi, epidemiologi (di cui il grande pubblico ne ignorava l’esistenza) in Vip televisivi, e qualcuno di quegli stessi “professoroni” che già avevano preso clamorosi abbagli nella prima fase, continua a dispensare “autorevoli pareri”.
Pareri che, nonostante l’esattezza della scienza, non ne vede due d’accordo sullo stesso argomento. In attesa del vaccino, cosa facciamo per riprendere quella parvenza di vita normale, che tale non sarà, tamponi di massa e/o test sierologici? Rilasciamo patenti di immunità o lasciamo i più anziani ancora confinati (protetti) nelle loro abitazioni? Imponiamo o solamente “consigliamo” di scaricare un’app sul telefonino per la tracciatura dei contatti? Indossiamo solo la mascherina o (visto che hanno appena scoperto tracce di coronavirus nelle lacrime) sono necessari anche gli occhiali?  Non si sa. Non lo sanno nemmeno loro. Però ne discutono, ne parlano (tanto, forse troppo?), e a volte addirittura, con il dovuto garbo imposto dal loro rango, litigano pure tra loro.  E dove lo fanno? Nei talk show televisivi!

E’ qui che c’è quel qualcosa che non torna, e che rimette in discussione una delle mie più consolidate certezze: vuoi vedere che a detenere il triste primato di avere la faccia di bronzo, più bronzea di tutti gli altri, non siano più i politici?