La difficile gestione delle comunità psichiatriche in tempo di Covid-19.

Foto di Engin Akyurt da Pixabay

 

Riabilitazione territoriale: bussiamo alla porta dei nostri utenti psichiatrici.
Cos’è cambiato con l’arrivo del Covid-19.

 

La cooperativa in cui noi (un infermiere, un tecnico della riabilitazione psichiatrica e una psicologa) lavoriamo, si occupa oltre che alla gestione di due comunità psichiatriche, di un centro clinico per la cura della salute mentale e di un servizio di urgenza psicologia, anche di riabilitazione territoriale. Quest’ultimo è un progetto pensato per quelle persone che necessitano di supporto e di aiuto nella gestione della loro quotidianità, avendo come obiettivo l’impostazione di un futuro caratterizzato da una maggiore autonomia e di un reinserimento nella società. Gli interventi proposti sono svolti a domicilio e, nella maggior parte dei casi, destinati a coloro che provengono da un periodo trascorso in comunità.

Qualsiasi intervento riabilitativo parte dalla persona che si ha davanti, dalle sue risorse, dai suoi limiti, dai suoi desideri, considerando perciò le sue caratteristiche, l’entità del suo disagio psichico, la sua precedente storia di vita e la rete familiare che la circonda.
Tali interventi sono dedicati alla cura di vari aspetti: si considerano infatti sia quelli più pratici legati alla vita di tutti i giorni, quindi interventi educativi mirati ad aspetti essenziali come la gestione delle spese o dell’igiene, sia ad aspetti psicologici, sanitari e di socializzazione.

La relazione che si instaura tra l’operatore sanitario che si occupa dell’intervento di riabilitazione e l’individuo che ne usufruisce è un aspetto fondamentale e di assoluta importanza. Il rapporto che si stabilisce è infatti la base della realizzazione di un buon percorso che può essere svolto insieme e vi sono alcuni punti cardine su cui riflettere. L’operatore “invade” lo spazio più intimo e personale del paziente, il suo domicilio, immergendosi nella sua quotidianità e conoscendo le sue abitudini. E’ quindi opportuno entrare in “punta dei piedi”, con delicatezza e senza la pretesa e la volontà di sconvolgere il contesto di vita di quella persona, ma piuttosto di conoscerlo e di comprenderlo. Inutile e dannoso è giudicare e mettersi su un piano di superiorità rispetto a chi si ha di fronte. L’aspetto probabilmente più complesso e su cui è necessario porre maggiore attenzione è la “giusta distanza” da mantenere, la linea sottile che nella maggior parte dei casi si tende a sottovalutare tra un rapporto di fiducia, di rispetto e di stima e una relazione amichevole che implicitamente nel tempo rischia di far perdere il senso primario dell’intervento che si sta mettendo in atto.

In questo particolare momento in cui tutti noi stiamo combattendo una dura e lunga battaglia contro la diffusione del virus COVID-19, gli utenti che abitualmente ricevevano supporto e aiuto tramite l’assistenza domiciliare stanno sicuramente affrontando un periodo di forte difficoltà. La continuità degli incontri domiciliari, che solitamente è garantita, in questo momento è compromessa al fine di preservare la salute sia degli utenti che degli operatori. Con l’obiettivo di mantenere, per quanto possibile, un rapporto funzionale e quindi di garantire comunque un aiuto costante, sono state attivate altre modalità di contatto, quelle telematiche. A cadenza fissa si organizzano chiamate o videochiamate, anche con alta frequenza se necessario, per non lasciare questi individui nella più totale solitudine, in balia dei loro pensieri e delle loro fragilità. Tale modalità è stata più o meno accettata dagli utenti: alcuni, pur riconoscendo tutte le limitazioni connesse, ne sono stati soddisfatti, altri invece, purtroppo, hanno incontrato maggiore difficoltà nel mantenere un rapporto di questo tipo, sabotandolo o facendone un uso improprio e poco adeguato.

Il primo ospite a beneficiare di questo è progetto è stato Luca (nome di fantasia per tutelarne la privacy). A Maggio 2019 Luca è rientrato al suo domicilio dopo aver trascorso un periodo in comunità. Nel suo caso sono stati organizzati due accessi settimanali dalla durata di due ore ciascuno, che hanno inizialmente permesso di conoscerci a vicenda. Quindi, da una parte abbiamo potuto analizzare le sue difficoltà, le sue debolezze e i punti di forza al fine di comprendere che strada poter intraprendere con lui. Dall’altra parte, Luca ha potuto conoscere noi, instaurando così un rapporto di fiducia e “un’alleanza terapeutica”.

Siamo riusciti a “farci accettare” nel suo mondo per iniziare a svolgere, passo dopo passo, azioni semplici ma indispensabili, come fare una lavatrice o tenere in ordine la casa. Abbiamo cercato di invogliarlo ad uscire e a scoprire la zona in cui vive, aiutandolo a svolgere delle piccole commissioni esterne che possono sembrare banali, ma che per Luca sono stati dei grandi traguardi, considerando la sua sedentarietà e difficoltà nella gestione delle cose più comuni. Dopo qualche mese siamo riusciti insieme a impostare una nuova routine composta da piccoli gesti che Luca svolgeva in autonomia. Con l’arrivo del 2020 e purtroppo dell’inaspettata Pandemia COVID-19, ci siamo trovati a gestire una situazione mai affrontata prima. Purtroppo Luca non riusciva a seguire le regole imposte dallo stato, non garantendo così una tutela per la sua salute e per la nostra. Abbiamo quindi cercato un modo alternativo per continuare il suo percorso sospendendo temporaneamente gli accessi domiciliari. Abbiamo deciso di utilizzare quindi le vie telematiche, quali videochiamate e telefonate, garantendo così colloqui e supporto quotidiano. Purtroppo questa modalità non è stata ben compresa e accettata dal nostro utente, che non è riuscito a mantenere una costanza in questi nuovi appuntamenti e ha mostrato segni di distacco e difficoltà. Questo ci insegna quanto la continuità del progetto sia essenziale e quanto sia complesso per i nostri utenti, caratterizzati da estreme fragilità ma anche tante risorse, mantenere un equilibrio.

Un’altra utente di cui ci occupiamo da qualche mese è Sara (nome di fantasia per tutelare la privacy). Sara è una giovane ragazza che proviene da un difficile percorso in comunità. Inizialmente veniva seguita qualche ora al giorno, ma, in seguito a questa emergenza, sono emerse nuove esigenze da parte sua che ci hanno condotto, accogliendo le sue richieste, all’intensificazione degli interventi. Purtroppo in questo periodo ci siamo imbattuti in alcuni ostacoli concreti che hanno impedito di lavorare su alcuni obiettivi e condurre alcune attività che prima di questo momento avevamo impostato. La riabilitazione territoriale infatti è per sua definizione un intervento che avviene sul territorio e che usufruisce dei servizi di cui dispone la città, per permettere all’utente di reintegrarsi nel contesto in cui abita e di riacquisire a pieno il proprio ruolo di cittadino. A seguito delle disposizioni applicate per il contrasto del Covid -19 ci è stato ovviamente impedito di vivere il territorio e di conseguenza di intervenire per implementare la socializzazione dell’utente, aspetto carente nella maggior parte delle persone con patologie psichiatriche. Inoltre, durante questo periodo, non abbbiamo potuto venire incontro a alcune sue richieste: dallo svolgere attività fisica al parco per un maggior benessere psicofisico, al fare la spesa per imparare a gestire il denaro, dal prendere un semplice caffè al bar per avere un colloquio in un ambiente diverso da quello domestico, al vedersi con alcuni suoi amici per mediare all’interno di relazioni conflittuali.

Essendo stati costretti a svolgere la quasi totalità del nostro intervento a domicilio, ci siamo focalizzati sul recupero delle abilità riguardo alla gestione della casa, alla cura del sé e sul migliorare la qualità del tempo libero.
Ci è stato così più facile anche osservare le dinamiche familiari che risultano essere spesso disfunzionali e quindi intervenire, quando possibile, per lavorare non solo sull’utente ma anche sul contesto che lo circonda.

La riabilitazione territoriale è un progetto che ci permette di toccare con mano la quotidianità dei nostri utenti e di conoscere ancora di più chi sono loro come persone andando ben oltre l’etichetta della diagnosi. Tutti noi stiamo vivendo emozioni negative che non ci fanno star bene, proviamo a immaginare come queste emozioni siano amplificate in chi si ritrova oltre ad essere chiuso in casa, ad essere chiuso anche in una mente che a tratti sembra incomprensibile.

Noi operatori continuiamo a lavorare avendo come obiettivo una miglior qualità di vita dei nostri utenti anche durante questo periodo storico problematico e ci metteremo ancora in discussione quando dovremo ripartire alla fine dell’emergenza.

Claudia Cannizzo TerP
Caterina Maggi Psicologa
Roberto Scorza Infermiere