Palermo: Il Teatro Libero riparte da Villa Filippina. In scena quattro spettacoli a cielo aperto

Aspettando Manon

Il Teatro Libero alza nuovamente il sipario. E lo fa con quattro spettacoli all’aperto, tutte proprie produzioni, nel Parco di Villa Filippina, col suo Piccolo Teatro di Monsù. Un modo per riprendere il dialogo con il pubblico e la città, in attesa di poter strutturare una programmazione all’aperto più articolata. 

 

«Riprendiamo – dichiara Luca Mazzone – le fila di un discorso brutalmente interrotto da una pandemia inaspettata e lo facciamo ricominciando dalle produzioni che erano in preparazione nei giorni dell’inizio dell’emergenza sanitaria. In questi mesi abbiamo provato a riflettere e stimolare un dibattito pubblico, affinché questo periodo non venisse sprecato e fosse, invece, l’occasione per un ripensamento del rapporto tra teatro e città, tra i teatri, tra le istituzioni culturali e le proprie comunità di riferimento. Abbiamo in serbo una ricca programmazione estiva e un progetto di sostegno della creatività, soprattutto di quella che è stata più penalizzata dalla pandemia. Ma siamo ancora in attesa che si concretizzino spazi pubblici all’aperto da condividere con altri operatori, per ridare bellezza ai nostri cittadini e coinvolgerli nel rito del teatro, nella consapevolezza della funzione pubblica del nostro lavoro».

 

Si parte già domenica 28 giugno, alle 21.30, con il primo studio di Aspettando Manon: spettacolo, adattamento teatrale e drammaturgia di Alberto Milazzo e Luca Mazzone che è tratto dal romanzo La morale del centrino di Milazzo, la cui lavorazione nel corso delle settimane di fine febbraio è stata improvvisamente interrotta dall’emergenza pandemica. Sul palcoscenico Giuseppe Lanino; il progetto e la regia sono di  Luca Mazzone. Una storia che parla di relazioni, d’amore, del rapporto filiale e di un’attesa.

Il primo studio di uno spettacolo la cui gestazione è stata brutalmente interrotta dalla pandemia, Aspettando Manon racconta di un’attesa: in viale Ortigia 72 si consuma il rito di una felicità desiderata, anelata, soprattutto mancata. Manon è felice? Una domanda che fa da scintilla alla narrazione, scandendo a più riprese l’attesa dell’incontro, della felicità stessa. Chi è Manon? Al civico 72 di viale Ortigia, a Palermo, dove vive, la signora nota come Manon difende da sola principi che il resto del mondo dilapida come fossero un’immeritata eredità, o almeno così crede. Nessuno sa che al 72 di viale Ortigia esiste questo baluardo di moralità, cosa che Manon avverte come un’ulteriore conferma di quanto lei sia nel giusto e il mondo prossimo all’Armageddon. Il rapporto di un figlio e di sua madre, della vita di un figlio, della sua felicità e dell’affermazione del proprio sé che si scontra con l’ancestrale giogo esercitato dalle madri. «Per volersi bene basta annuire in silenzio. Uno accenna al proprio profondo malessere, l’altro annuisce. Il silenzio è parte fondamentale di questa storia».

 

Giovedì 16 luglio, alle 21.30, andrà in scena Una pietra sopra, una produzione del Teatro Libero, spettacolo di Manlio Marinelli che vede protagonista Domenico Bravo, con la regia di Lia Chiappara. Una sorta di Spoon River palermitana. Una serie di voci e di personaggi si inseguono sulla scena fino a comporre, davanti allo spettatore, l’inquietante affresco del disfacimento colpevole di una città.

Davanti a questa decadenza inarrestabile il racconto dei morti di fronte ad un becchino si rivela come un concreto atto di ribellione che però sfugge alla realtà di tutti i giorni per evocare la metafisica. Ma si tratta di un intreccio ambiguo in cui il soprannaturale appare legato al quotidiano, la metafisica allo scorrere delle banali esistenze di ciascuno, in cui personaggi palesemente surreali appaiono del tutto autentici, il comico si tuffa costantemente nel tragico, la lingua artificiale del teatro si nutre della sporcizia terrosa del dialetto. Si tratta di un polilogo, di un concerto in cui l’ultimo indissolubile amplesso è quello tra il suono e il senso.

 

Mercoledì 22 luglio, sempre alle 21.30, sarà la volta di Medea Kali di Laurent Gaudé con traduzione e regia di Beno Mazzone e con Viviana Lombardo: riscrittura che ridà a Medea una nuova origine, l’India, un nuovo popolo, la casta degli intoccabili e dei nuovi poteri. Diventa la dea della morte, della danza e dell’amore.

Laurent Gaudé si impossessa del mito di Medea e la riscrive nel 2003. Racconta la storia di una donna in tutta la sua forza poetica, alle radici del tempo, fra Occidente e Oriente. Ridà a Medea una nuova origine, l’India, un nuovo popolo, la casta degli intoccabili e dei nuovi poteri. Diventa la dea della morte, della danza e dell’amore. Ribattezzata Medea Kali, ritorna a Corinto parecchi anni dopo la sua fuga, più ubriaca di vendetta e d’amore che mai, per il suo ultimo viaggio. Medea Kali è una ferita aperta nell’amore, che lascia credere alla sua propria follia, e alla sua fuga nell’inspiegabile, l’inviolabile, l’insostenibile, l’innominabile per una ricerca di pace. Diviene un’ombra luminosa creata dalla potenza suggestiva delle parole. Ci permette di entrare nell’intimità di una figura antica ma risolutamente attuale. È un grido di donna che attraversa i secoli per farci riflettere e dar luce al nostro vivere attuale, con tutti i possibili riferimenti alle storie di cui sono piene le cronache.

 

Chiude la rassegna estiva venerdì 31 luglio, alle 21.30, Delirio a due, un progetto prodotto dal Teatro Libero di e con Vincenzo Costanzo e Giuseppe Vignieri, una riscrittura e rivisitazione del teatro dell’assurdo di Ionesco che vede coinvolti due attori stabili del Libero

Quante volte, durante la quarantena forzata abbiamo visto vacillare il nostro equilibrio psico-fisico? Quante volte futili liti domestiche ci hanno fatto dimenticare la guerra che si stava combattendo per sconfiggere il virus invisibile? Così le Théâtre de l’absurde di Ionesco, in uno dei classici più famosi, non ci sembra poi tanto assurdo. Una coppia moderna, in questa rivisitazione dell’opera, litiga sull’identità della chiocciola e della tartaruga. Un doppio fronte bellico si apre, dunque, di fronte alla coppia: uno esterno, apparentemente più pericoloso perché li coglie impotenti e impreparati, e uno interno, domestico, che li vede combattere in prima linea l’uno contro l’altro, in una guerra per la salvaguardia della salute mentale individuale e di un utopico benessere di coppia. I due, troppo intenti a lanciarsi contro colpe e frustrazioni, sono indifferenti alle insurrezioni che contemporaneamente avvengono fuori da quelle quattro mura. Questa, infatti, si rivelerà essere, tra le due, la battaglia più dura da vincere… 

Fonte: Ufficio stampa Teatro Libero – Palermo