L’associazionismo al tempo del coronavirus. Le piattaforme aiutano a ritrovarsi ma non risolvono il desiderio di socialità .

Fare digitalmente quello che si era abituati a svolgere in presenza è stata un’esigenza nell’emergenza. Ma occorre non rischiare di snaturare un sistema consolidato sulla presenza fisica, sacrificandolo sull’altare della modernità ad ogni costo.

A fine febbraio le vicende dell’incipiente pandemia diedero un colpo d’arresto alle attività sociali, culturali e ricreative delle varie associazioni, lasciando tutti attoniti e creando un vuoto tra le manifestazioni e una delusione per il mancato svolgimento di eventi già programmati e per i quali si erano già profuse spese ed impiegate energie. 

Ma non si poteva fare diversamente per motivi di sicurezza, se non accettare una forzata sospensione delle attività ordinarie. Così per qualche settimana ci si fermò per mettersi alla finestra, per capire cosa succedeva, come evolveva la situazione e il relativo lockdown, e cosa si poteva realisticamente fare.

Quando fu evidente che i tempi per la normalità si allungavano e che il distanziamento sociale era l’unica soluzione, si pensò di … adeguarsi, confidando sull’onnipresente e onnipotente tecnologia.

E’ vero che le attività associative, rientrando nel campo del tempo libero, non richiedevano cogente ripresa delle iniziative (come per il lavoro con lo smart working e per lo studio con la didattica a distanza) ma ugualmente non si poteva rischiare di perdere un patrimonio di soci, persone, eventi. Anche se, con ragione, risultava più utile restare a casa per evitare il diffondersi del contagio.

Durante il lockdown i meeting sul web hanno preso il posto delle riunioni in presenza.

Ma, dopo qualche riunione dei consigli direttivi timidamente svolti in Zoom, soprattutto per una utenza non abituata alla tecnologia avanzata, si decise di riprendere a distanza almeno le attività culturali. Un’impresa: per adeguare la tecnologia, per adeguare chi quella tecnologia doveva utilizzarla, per fare digitalmente quello che si era abituati a svolgere in presenza.

Ma non si poteva ignorare l’opportunità offerta dalla rete, per lo più nello svolgere riunioni organizzative e incontri culturali. Così, utilizzando le piattaforme di condivisione, si è consentito agli iscritti di ritrovarsi e di vincere il senso di isolamento. 

In questi incontri da remoto sono stati coinvolti come relatori rappresentanti delle istituzioni e della società civile, protagonisti della scienza, del mondo del volontariato, della cultura e della comunicazione che – dividendosi tra vari collegamenti – sono riusciti ad accettare molti inviti, senza la necessità di spostarsi fisicamente da un luogo all’altro.

Una calorosa stretta di mano. Il simbolo più evidente della socialità.

La novità ha colpito tanti, che si sono accorti che l’associazione mancava, soprattutto in un tempo inedito e carico di incognite, gradendo queste riunioni che richiedevano una maggiore fatica. Ma sia chiaro, ciò non ha risolto il problema. E’ servito a dare una continuità alla programmazione, a tenere i contatti coi soci, a far vedere che si poteva sopperire alla pandemia valorizzando l’apporto tecnologico ma …. C’è un “ma”: la natura delle associazioni è aggregativa, vive di presenza, di strette di mano, di eventi con foto, selfie, dediche sui libri, buffet durante i quali brindare e condividere prelibatezze con gli amici.

Nell’emergenza l’on line va bene ma, in prospettiva futura, occorre non rischiare di snaturare un sistema consolidato sulla presenza fisica, sacrificandolo sull’altare della modernità ad ogni costo.

Come scriveva Massimo Gramelliini sul Corriere: “Le uscite di gruppo sono divertenti solo se ci si può toccare. Un ballo spalla a spalla in discoteca, un abbraccio allo stadio dopo un gol. Ma se distanziamento asociale dev’essere, allora preferisco farlo a casa mia”.

E allora ritroviamoci, appena potremo togliere le mascherine e non usare più il gomito per il saluto.