Avere o essere? L’utopia realizzabile di Erich Fromm ai tempi del coronavirus.

Le riflessioni di Alessandro Fuso sui cambiamenti che la pandemia di Coronavirus ci ha imposto e la necessità di approcciare l’esistenza con più consapevolezza dei nostri limiti.

La pandemia, un trauma storico che ha cambiato per sempre le nostre vite, ha un risvolto positivo: ci ha fatto capire quanto possiamo cambiare, se vogliamo, il nostro modo di vivere. Abbiamo imparato una lezione esistenziale, basata principalmente sulla riscoperta dei nostri limiti, che può aiutarci nel prossimo futuro a (ri)costruire una società migliore, iniziando da un cambiamento degli stili di vita e dei comportamenti che devono essere, in futuro, più responsabili ed ecosostenibili. 

Nella situazione che stiamo vivendo è illuminante riscoprire il libro di Erich Fromm “Avere o essere?”, pubblicato per la prima volta nel 1976. I temi trattati in questo celebre saggio sono ancora attuali e Fromm può essere selezionato come una delle nostre guide filosofiche per farci comprendere da dove cominciare per gettare le basi di una nuova società: più umana, più equa, più in armonia con la natura e basata su dei valori etici. 

La tesi di Erich Fromm, psicoanalista e filosofo tedesco, è che l’uomo, per evitare la propria estinzione, deve cambiare il suo agire – e di conseguenza deve cambiare la società – passando da un modo di vivere basato sull’ “avere” a una modalità esistenziale contraddistinta dall’ “essere”. I problemi che individua Fromm nel 1976 sono gli stessi, forse peggiorati, che stiamo vivendo oggi: crisi ambientali, inquinamento, guerre, depressione e infelicità. Secondo Fromm tutto questo sarebbe la conseguenza di un sistema socio-economico e politico, iniziato con l’età industriale, basato sulla modalità dell’“avere”, di cui il consumismo sarebbe la massima espressione (“Io sono = ciò che ho e ciò che consumo”).

Un’esistenza caratterizzata da “egotismo” (egoismo e avidità), brama di possesso, competizione, edonismo estremo e da una profonda infelicità, perché se da un lato è impossibile soddisfare l’elenco infinito dei nostri desideri (creati spesso dalla pubblicità e dal mercato), dall’altro ci sarà sempre qualcuno che avrà più noi. In quest’ottica, spiega Fromm, “la propria felicità risiede nella superiorità sugli altri, nel proprio potere e, in ultima analisi, nella capacità di conquistare, depredare, uccidere”. Con questa “bussola” esistenziale è impossibile sia rispettare il prossimo che la natura, oltre che raggiungere un equilibrio pacifico tra le nazioni per scongiurare le guerre.

La tesi di Erich Fromm, psicoanalista e filosofo tedesco, è che l’uomo, per evitare la propria estinzione, deve cambiare il suo agire – e di conseguenza deve cambiare la società – passando da un modo di vivere basato sull’ “avere” a una modalità esistenziale contraddistinta dall’ “essere”. I problemi che individua Fromm nel 1976 sono gli stessi, forse peggiorati, che stiamo vivendo oggi: crisi ambientali, inquinamento, guerre, depressione e infelicità. Secondo Fromm tutto questo sarebbe la conseguenza di un sistema socio-economico e politico, iniziato con l’età industriale, basato sulla modalità dell’“avere”, di cui il consumismo sarebbe la massima espressione (“Io sono = ciò che ho e ciò che consumo”).

Completamente ribaltata è invece la situazione nella modalità dell’“essere”, i cui valori caratterizzanti sono: donare, condividere, amare, fare esperienza, percorrere un cammino di crescita interiore, essere solidali con gli altri esseri umani e rispettosi della natura. Fromm descrive questa opzione esistenziale attraverso numerosi esempi empirici, per far capire come la modalità dell’“essere”, i cui principi sono propri anche del cristianesimo, sia superiore a quella dell’ “avere”. Per esempio “avere conoscenza” è diverso da “conoscere”: nel primo caso si tende ad accumulare più nozioni possibili (e spesso il sistema scolastico occidentale si basa su questo sistema), senza andare in profondità, mentre nel secondo caso si tratta di un percorso di apprendimento, forse lungo come tutta una vita, che deve portare a elevare l’uomo.

Un altro esempio lampante è quello che riguarda l’amore: non lo si può possedere perché non è una cosa, ma è un processo attivo che “implica l’occuparsi dell’altro, conoscere, rispondere, accettare, godere, si tratti di una persona, di un albero, di un dipinto, di un’idea. Significa portare alla vita, significa aumentare la vitalità dell’altro, persona o oggetto che sia”. L’amore tra due persone che si basi sul possesso dell’altro è destinato miseramente a fallire. 

Fromm crede che debba nascere un “uomo nuovo”, che sappia “essere” e amare tutti gli essere viventi e che trovi la felicità “nel processo di una continua, vivente crescita, quale che sia il punto massimo che il destino permette a ciascuno di raggiungere”. Solo da questo cambiamento del cuore umano potrebbe nascere una nuova società più equa, basata su uno sviluppo economico sostenibile che produca quanto è necessario all’uomo, senza sprechi, guerre e violenze contro la natura o altri essere umani.  

La lezione di Erich Fromm è più attuale che mai e non è una mera utopia. Abbiamo sperimentato in questi mesi di pandemia che, se vogliamo, possiamo cambiare, soprattutto se comprendiamo quanto è vulnerabile la società che abbiamo costruito, nella menzogna dell’assenza di ogni limite, sia fisico che morale.  Per salvarci dall’autodistruzione dobbiamo cambiare, “hic et nunc”, diventare responsabili come singoli individui, avere ben presente il senso del limite e essere in armonia con ogni essere vivente che abita il nostro pianeta. Dobbiamo essere, non avere.