Passaggio di paesano

Cesare Pavese: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Un paese ci vuole, certo, ma quale? Chi vive in più luoghi rischia di avere una poligamia affettiva. Chi parte è destinato in parte a sparire o per lo meno a non rientrare nel “paesaggio umano” delle figure che nel teatrino della quotidianità si incrociano e riconoscono. Resta la nostalgica memoria.

A ogni ritorno ( a ogni calata direbbero alcuni amici) gli incontri riaccendono il ricordo di avvenimenti e di turbamenti. Si percepisce in chi è partito una sorta di esilio dal tempo. Incontrare persone che custodiscono memoria del tuo passaggio di paesano, se così non fosse ti ritroveresti a constatare che in quel luogo che sentivi naturalmente tuo sei senza passato e senza futuro. Durante il viaggio, nelle brevi fughe di ritorno al “nido” dell’infanzia e poi della tua giovinezza, ti chiedi ogni volta se ne valga la pena? arrivi, inizi a riabituarti, devi ripartire. Sull’autostrada, ogni volta, guardi le macchine che viaggiano in senso contrario e in una accelerazione temporale o cortocircuito della mente immagini di salutarti dalla parte opposta della strada e poi, come se il tempo fosse realmente solo una convenzione, ti ritrovi al punto di partenza chiedendoti se tu sia poi realmente mai partito. Seppure all’arrivo al paese non incontrassi nessuno di chi ha fatto parte del tuo percorso di vita compenseresti queste assenze con lunghe passeggiate sul lungomare o per le stradine di campagna dove la semplice disarmante bellezza del tutt’intorno riesce ancora a stupirti. Nella silenziosa quiete ti tornerebbero in mente i primi fremiti d’amore, i tanti sogni, le illusorie speranze di una vita diversa in altri luoghi. La memoria è un rifugio, le voci, i suoni, il chiasso, gli odori contribuiscono a cancellare l’idea di un cosmo senz’anima.
Non è solo nostalgia del presente è forse più un senso di smarrimento come di chi subisce gli effetti del fuso orario. Quello che ho scritto ha senso? A domanda nessuna risposta, la nostra esistenza è nei momenti di maggiore intensità tremula come foglia d’autunno.