Coronavirus: a scuola di lockdown.

Rubrica curata dal servizio di URGENZA PSICOLOGICA.

Il rientro a scuola, a settembre, è avvenuto in un clima non particolarmente disteso: tanti i cambiamenti imposti. 

La salute psicologica è un diritto; si è, dunque, pensato di garantire spazi di ascolto gestiti da psicologi per supportare gli alunni che accusavano difficoltà emotive, insicurezza, stress, timore di contagio, problemi di concentrazione. 

Agli insegnanti il compito di non trascurare campanelli d’allarme, dando parola alle inquietudini, concentrando l’attenzione sul gruppo classe, che andava necessariamente ricomposto, proprio a partire dalla tutela di possibili nuove fragilità e con l’obiettivo lungimirante di implementare aspetti di resilienza. Per i più piccoli, focus sulla creazione di nuove routine, a vantaggio di un senso di maggiore tranquillità, facendo affidamento sulla loro capacità di adattamento e su quella degli adulti di essere affidabili Caronte in grado di traghettarli verso il nuovo setting scolastico. Per gli adolescenti, un solo diktat: responsabilità. Tutti per uno, uno per tutti: uniti e vigili per non mettere a rischio la salute di nessuno.

Ora il lockdown, atteso forse, ma non per questo meno feroce. E i clinici lanciano l’allarme: in classe al più presto o gli alunni avranno problemi psicofisici! 

Perché la DAD (didattica a distanza), ribattezzata DDI (didattica digitale integrata), restyling che ha gli stessi effetti del botulino su un viso sfiorito (aiuta ma non risolve), presenta degli indubbi limiti. 

La scuola è un luogo dalle problematiche sociali delicate, abitato da esseri umani bisognosi di uno sguardo attento, capace di coglierne le fatiche della crescita e l’apprendimento è una di queste. Un apprendimento che vuole il corpo e riesce meglio in interazione con un altro corpo, anzi tanti corpi, perché ognuno impara meglio nella relazione con gli altri.    

Come può, una scuola senza corpi, essere quel presidio sociale di solidarietà, che costituisce il senso stesso della vita scolastica? 

Può, una scuola senza corpi, dare forma generativa alla vita,  tutelando quella disabilità che vede nella presenza dei corpi una possibilità di inclusione (ma i corpi preziosi sono quelli dei pari prima ancora di quelli degli insegnanti di sostegno)?  

Come fare, a distanza, per rispettare le differenze senza cadere nell’errore di conformare ciò che per sua natura è difforme? Arginare la povertà, soprattutto culturale, di certi contesti familiari, per esempio, è un nodo gordiano: li si può dotare di un pc ma il gap rimane e fa barriera.

E’ un momento storico difficile, indubbiamente, ed i miracoli vanno  lasciati ai Santi. Se la necessità di distanziamento fisico è palese, le conseguenze di una minata partecipazione alla vita scolastica vanno indagate oggi, perché non colgano impreparati domani.

La scuola è luogo di crescita e la crescita avviene sul campo. La realtà virtuale non soppianta il bisogno di contatto fisico. A volte protegge i giovani dalle fatiche ad esso legate ed allora i giovani vi si tuffano cercando ricovero, ma gli odori, i rumori, le luci della scuola in presenza, le corse per raggiungerla in orario, le parole dette e taciute sono palestra irrinunciabile, dove sguardi d’intesa tra pari alimentano quel sentimento di accoglienza che farà di loro cittadini capaci di fare dell’apertura relazionale un valore, ed uno  sguardo di sfida verso l’insegnante li obbligherà a regolare le emozioni, controllando gli impulsi.

La didattica a distanza è solitudine, non sottrae nozioni magari, ma forse competenze, quelle che si concretizzano nel fare e soprattutto nel fare insieme.

Penso, come orizzonte di riferimento, al quadro delle 8 competenze-chiave per l’apprendimento permanente definite dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea (Raccomandazione del 18 dicembre 2006 – 2006/962/CE – aggiornamento nel 2018), che si concretizzano nel fare e soprattutto nel fare insieme. 

Che ne sarà, per esempio, dello sviluppo di competenze sociali e civiche, quelle che alimentano la possibilità di una cittadinanza responsabile? Sono quelle competenze personali, interpersonali e interculturali che consentono agli esseri umani di partecipare in modo costruttivo, attivo e possibilmente democratico alla vita sociale e lavorativa, risolvendo conflitti quando necessario. A distanza forse la cosa più facile da preservare è la cooperazione tra alunni: nella difficoltà, fare squadra non è così insolito e lavorare in rete diviene risorsa. Agli insegnanti il compito di accettare risultati non prevedibili in anticipo, soluzioni differenti da quelle ipotizzate, modalità di raggiungimento degli obiettivi decise in corso d’opera dagli studenti stessi.

Le abilità relative alla comunicazione nella madrelingua non godranno della loro massima espressione, forse. Non solo capacità di esprimere e interpretare concetti e pensieri, ma anche sentimenti, nonché interagire in modo creativo in un’intera gamma di contesti culturali e sociali. 

Lo stesso dicasi per la comunicazione nelle lingue straniere, che non è solo studio mnemonico di parole, strutture e funzioni, ma abilità di mediazione e comprensione interculturale. 

Non credo nemmeno nella buona sorte delle competenze matematico-scientifiche, che si arricchiscono quando incontrano la necessità di risolvere problemi in situazioni quotidiane e trarre conclusioni basate su fatti comprovati, fino a dare risposta a desideri o bisogni. 

Quella competenza chiamata consapevolezza ed espressione culturale non so bene che fine farà. Riguarda l’importanza dell’espressione creativa di idee, esperienze ed emozioni in un’ampia varietà di mezzi di comunicazione, compresi la musica, le arti dello spettacolo, la letteratura e le arti visive.

Sperando di non peccare in leggerezza, mi sembra possibile affermare che la competenza digitale trarrà, invece, vantaggio da tutto questo: avremo una schiera di esseri umani in grado di utilizzare con dimestichezza e (forse) spirito critico le tecnologie della società dell’informazione per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione. 

Forse perfino la competenza dell’imparare a imparare ne uscirà, se  non vittoriosa, senza le ossa rotte: abilità di perseverare, organizzare il proprio apprendimento anche mediante una gestione efficace dei mezzi, del tempo e delle informazioni, gli alunni si troveranno ad alimentare consapevolezza circa il proprio processo di apprendimento, ragionando sulle difficoltà incontrate, focalizzando meglio i propri bisogni, ingegnandosi per sormontare gli ostacoli e continuare ad apprendere nel modo più efficace possibile. 

Il senso di iniziativa sarà il cavallo di battaglia di chi lo saprà sfoderare: capacità di tradurre le idee in azione, i giovani potranno pianificare, si spera in modo creativo, i passaggi per gestire la DDI, fino a raggiungere gli obiettivi richiesti.  

La scuola di vita vissuta avrà la peggio, insomma. Meno conflitti,  risse, scherzi, quel contatto che fa male a volte, quando non malissimo, ma che obbliga ad un confronto continuo con l’adulto che vuoi diventare e con i valori che vuoi abbracciare. Meno giochi, bigliettini volanti, sfide e pacche, quel contatto che alimenta il bagaglio del vivere e del convivere, accompagnando passo dopo passo nella quotidianità delle esperienze. 

Oggi la scuola vede minato il suo potenziale di comunità educante che diffonde una convivialità relazionale intessuta di linguaggi affettivi ed emotivi. Ebbene, in un Paese dove siamo in tanti quelli con il vizio di comportarsi da commentatori, limitandosi a segnalare i problemi, quale la mia proposta concreta e possibilmente sensata? Non ne ho una, rimango un commentatore. Da insegnante credo, però, mi addormenterò ogni sera con una domanda: “Lasciare un segno significativo, perché l’atto dell’insegnamento si produce unicamente quando l’allievo riconosce il segno. Come posso, dunque, insegnare a essere, nonostante tutto?”. 

Luisa Ghianda, insegnante di sostegno, psicologa e counselor, Urgenza Psicologica, sede di Monza.