Decolonizzazione in Africa: il Sahara occidentale.

Uno splendido panorama del Deserto del Sahara sul territorio del Marocco

L’analisi geopolitica del Gen. CA Roberto Bernardini su uno dei tanti conflitti “dimenticati” dalle istituzioni sovranazionali, e soprattutto dalle Nazioni Unite, che dimostra la sempre meno incidenza di questo organismo creato proprio per salvaguardare il diritto internazionale.

Sembrava che tutto fosse “in sonno” e che il torpore del cessate il fuoco risalente al 1991 dovesse anno dopo anno portare alla cancellazione del conflitto tra il Fronte Polisario ed il Marocco nel Sahara Occidentale ex spagnolo. Evidentemente non era così. Lo scorso 13 novembre la contesa si è riaccesa su iniziativa dei Saharaoui dell’autoproclamata Repubblica Araba Saharaoui Democratica (RASD) che contestano la presenza marocchina al valico strategico di Guerguerat tra Sahara Occidentale e Algeria. Le Nazioni Unite, al solito inconcludenti, assistono inermi così come hanno fatto per più di 50 anni da quando il Marocco si prese l’ex colonia spagnola.
Ma facciamo un passo indietro per capire in poche righe di cosa stiamo parlando. 

Gli uffici delle Nazioni Unite a Vienna, una delle quattro città in cui trovano sede gli organismi del più importante ente mondiale al quale aderiscono 193 Stati nazionali.

Nel 1960 l’ ONU riconobbe il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Nel 1963 anche il Sahara Spagnolo fu incluso nella lista dei territori ai quali tale principio poteva essere applicato.
Nel 1975, quando la Spagna diede avvio alla decolonizzazione con il ritiro dal Sahara Occidentale, il Marocco, in contrasto con le delibere delle Nazioni Unite, invase quel territorio con la famosa mobilitazione popolare denominata “Marcia Verde” che portò nell’area circa 350.00 marocchini.
Nel novembre dello stesso anno furono poi firmati a Madrid gli accordi tra Spagna, Marocco e Mauritania con i quali si regolava la consegna dei territori ai due Stati confinanti.

Da quel momento prese forma ed acquistò valenza politica e militare il Fronte Polisario (Fronte Popolare di Liberazione del Saggia el Hamra e Rio de Oro) movimento armato che dal 1973, nelle more dell’avvio della decolonizzazione spagnola, aveva iniziato una lotta sempre più organizzata per l’indipendenza del Sahara occidentale.
Nel febbraio del 1976, sfruttando il vuoto politico determinato dal ritiro della Spagna, il movimento proclamò la nascita della già citata RASD costituendo un governo in esilio nell’ospitale Algeria con l’appoggio della Libia fortemente preoccupate dell’espansione raggiunta dal regno marocchino.
Iniziarono quindi varie manovre politiche e prese piede un difficile conflitto militare che impegnò Polisario da un lato e Marocco e Mauritania dall’altro in una guerra sempre più cruenta.
Nel 1979 la Mauritania rinunciò unilateralmente alle proprie ambizioni territoriali nell’area e si ritirò dal conflitto, lasciando il campo aperto al Marocco che si impossessò anche dei territori ex mauritani.
L’abbandono della lotta da parte della Mauritania consentì al Polisario di concentrare gli sforzi militari contro il Marocco che nel frattempo aveva consolidato la propria presenza militare sul terreno costruendo una lunga e ripetuta serie di muri di sabbia (berm) a protezione del territorio da lui occupato, grazie ai quali il conflitto assunse una caratterizzazione di estrema staticità ancora oggi esistente.

Uno dei mezzi militari delle NU impiegati nei teatri di guerra internazionali e spesso del tutto inutilizzati.

Nel 1991 le Nazioni Unite lanciarono la missione MINURSO, con il mandato, rinnovato di anno in anno fino ai giorni nostri, di organizzare un referendum di autodeterminazione. Questo referendum non è stato ancora indetto.
Il contenzioso trae origine da due posizioni concettuali opposte sostenute dai due contendenti.
Quella del Marocco ancorato al suo diritto alle terre maturato in epoca pre – coloniale e quella del Polisario – quindi della RASD – arroccato al riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei popoli come già ricordato.
Alla radicalizzazione delle posizioni che ha alimentato per tanto tempo il conflitto ha contribuito soprattutto l’atteggiamento intransigente sulla questione territoriale tenuto fino alla sua morte, il 23 luglio del 1999, dal re Hassan II.
Grazie ad un’efficace e spregiudicata politica egli riuscì a procrastinare all’infinito la data del referendum ONU dal quale non era poi così sicuro di uscire vincitore.
Le difficoltà opposte dal Governo Marocchino hanno di fatto impedito l’adozione di misure più flessibili sia nella questione dell’individuazione degli aventi diritto al voto nel referendum sia nell’accettazione di una più diversificata caratterizzazione giuridica dello status della regione contesa – non solo annessione al Marocco – in alternativa al referendum nel quale si cominciava a non credere più. Nel triennio 1998-2001 dall’Ambasciata a Rabat dove ero Addetto per la Difesa mi occupavo direttamente della questione ed ho potuto verificare tutto di persona.

Con queste schermaglie diplomatiche di accettazione e di diniego, che hanno messo a dura prova la pazienza delle comunque inermi Nazioni Unite, si è stancamente giunti ai giorni nostri ed oggi dobbiamo verificare che nulla è cambiato anche con il nuovo Re Mohammed VI.
Ed ora, alla luce dei nuovi fatti cosa dobbiamo attenderci?
L’Algeria, tutor storico del Polisario è in gravi difficoltà interne e sembra non avere spazio per la questione.
Il Marocco forte della posizione che ha saputo guadagnarsi sulla scena internazionale gode di ampie possibilità di manovrare a proprio piacimento. La causa Saharaoui sembra non interessare più molto la comunità internazionale. Nel 1990 erano 79 gli Stati che avevano riconosciuto la RASD, oggi ne sono rimasti meno di un terzo.
Gli Stati Uniti che seguivano le vicende hanno negli ultimi anni relegato il dossier Sahara nel cassetto delle “pratiche banana”, cioè di quelle che se maturano, maturano da sole oppure non importa.
L’Europa dal canto suo pensa solo alla pandemia del Covid-19.
In questo nuovo contesto, molto pragmaticamente, il re Mohamed VI si rivolge ai Paesi del Golfo che lo sostengono e lo legittimano da sempre nel contenzioso.

Riguardo poi a un’eventuale ripresa del conflitto, il Marocco, possiede un arsenale moderno che lo colloca tra le maggiori potenze in Africa. Le minacce lanciate ora dal Fronte Polisario non lo impensieriscono di certo. Dal 1975 nessuno si è mai permesso di impedire le campagne di guerra che ha lanciato per sancire il suo diritto-sopruso sui territori contestati. Il referendum non si farà mai perché le NU non sono in grado di imporlo e la missione MINURSO, costosa ed inutile, potrà serenamente invecchiare fino a quando qualcuno deciderà che è giunto il momento di sotterrarla.

Il diritto internazionale, anche laddove sancito dalle Nazioni Unite, rimane come sempre schiacciato dalla prepotenza dei più forti.