Il tempo non ha tempo.

“Da giovane mi ero fatto convinto che tutto il mondo iniziava e finiva da e fin dove arrivava la mia vista. Fantasticavo di partire, ma, in fondo, è li che volevo vivere in quel per sempre che non è per sempre”.

Vengo da una terra che per me è più mare. Un paese il mio che è uno scrigno di emozioni, anche oggi, anche se siamo cambiati e non sempre in meglio. Senza neanche rendermene conto di anni ne sono passati tanti. Cosa ne hai fatto del tuo tempo? Bella domanda, ho vissuto come su un otto volante e lo rifarei ancora. Sono nella mia casa milanese, anche quest’anno da quando la casa di famiglia giù al paese è vuota resto su al nord. Ogni volta che ci ritorno mi illudo di sentire le voci di mia madre e poi di mio padre, rivedo nel salone un grande albero di Natale, un andirivieni di persone, famigliari, ricordi nostalgici di una atmosfera di festa. Tra pochi giorni sarà Natale e poi un altro anno è alle porte, l’albero è fatto, il presepe anche, ma non ho fretta che queste scadenze arrivino e passino velocemente, non più. Ci sono sempre due verità, una vera e l’altra che ti piace di più e ti convinci che l’altra ti aiuta a vivere meglio. I minuti, le ore, i giorni, i mesi bruciati inseguendo scadenze, progetti, realizzazioni e carriere, ora attraverso la stagione del tempo meditativo e riflessivo e a tratti mi vedo in riva al mare nella difficile scelta dei sassi più piatti da lanciare e far scivolare sull’acqua generando cerchi concentrici. Vivo da troppo tempo in una grande metropoli, ora che ci penso da più della metà della mia vita anagrafica. Da giovane mi ero fatto convinto che tutto il mondo iniziava e finiva da e fin dove arrivava la mia vista. Fantasticavo di partire, ma, in fondo, è li che volevo vivere in quel per sempre che non è per sempre.

Sapevo di gente nata nel mio stesso paese e che era andata via, su al nord e anche oltre, provavo per loro una sorta di commiserazione, perché partire? Per tutta la stagione dei bagni gente con strani accenti invadeva strade e stradine del mio paese esibendo una conquistata capacità di spendere denari a dimostrazione che l’essere andati via era stata una buona scelta, io non ne ero convinto, la casa di famiglia a qualsiasi ora del giorno era luminosissima, i raggi del sole la invadevano e tu ti abbronzavi anche senza uscire di casa. Passavano le stagioni e con esse gli anni, i villeggianti, partivano e alla stazione del paese accompagnavi quella che credevi essere la ragazza per sempre, il treno partiva “scrivimi, telefonami” e tu già pensavi a come trovare un’altra ragazza per sempre. La spensieratezza giovanile a volte faceva brutti incontri che si chiamavano preoccupazioni; preoccupazioni per un futuro che non riuscivi ancora a ben definire. Beata gioventù, uscivi di casa cercando di esorcizzare i pensieri, attraversavi la villa comunale e già sentivi il richiamo del mare. Mi infilavo in quel reticolo di strade del borgo antico che scendendo verso il porto mi portava sulle mura e li mi fermavo ad ammirare un paesaggio che tutto contiene. “Vivere altrove” una esperienza unica è una rarefazione di rapporti umani nel presente perché vedi la tua vita che non può, non deve svolgersi in quel luogo, perché vuoi convincerti di non aver del tutto disfatto la valigia. Nei natali ormai trascorsi immaginavo ancor prima di partire l’arrivo a “casa” quella vera in Puglia, respiro, sento il profumo di strade che viaggio dopo viaggio diventano note e accoglienti, ricordo momenti e persone. Abbraccio con lo sguardo la Casa che mi vide giovane e combattivo, una parte di me non è mai partita. Oggi quando mi chiedono perché , mi convinco ripetendomi che “Ho combattuto per ampliare gli spazi di luce, avevo come uniche armi la parola, un palcoscenico vuoto e una sedia, tanta fantasia e poco contante. Allora sogno… sogno il mio lungo viaggio della vita ! E penso …”