STUDI SULLA PREGHIERA DI INTERCESSIONE – Parte IV

La scorsa volta si è discusso degli studi sulla preghiera di intercessione, prendendo coscienza della loro inconcludenza. Ciò nondimeno la preghiera non è rivolta solo ad ottenere grazie materiali. Quali possono essere le spiegazioni di questi risultati? Andiamo ad analizzarle criticamente.


Analisi critica dei risultati

Tentativi di valutare l’efficacia della preghiera sono, per la corrente morale giudaico-cristiana, espressione tracotante e forse blasfema di sfiducia; numerosi sono infatti i moniti nella Bibbia che scoraggiano la messa alla prova di Dio. Gesù ai dotti Farisei e Sadducei dice: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione» (Matteo 16:1-4). Per l’Islam poi il solo concetto di agnosticismo, di dubbio, risulta di difficile comprensione.
Perché si debba credere vincolati da rigidi insegnamenti io questo non lo so proprio. Probabilmente per lo stesso motivo per cui un capo tiranno, ma anche un amorevole ed autoritario genitore, non ammettono appelli alle loro direttive.
Le controversie dei trial citati sono anche considerabili scientificamente. Come già detto non è possibile, per lo meno allo stato attuale delle conoscenze, quantificare un’eventuale grazia immateriale, ad esempio la concessione di indulgenza – per crede ai contrappassi post mortem – alle anime. Prospettiva che sarebbe decisamente più adeguata in termini escatologici di una guarigione. Essa avrebbe al massimo la valenza, come ritengo per tutte quelle riportate nei Testi Sacri non solo giudaico-cristiani, di dimostrazione – forse figurata – di eternità e remissione delle colpe. Oppure anche di dannazione, nel caso del miracolo che Cristo compie guarendo la suocera del povero Pietro (Matteo 8:14-17). per cui lui, comprensibilmente, vacillerà nella sua fede rinnegandolo tre volte prima di rimettersi (Marco 14:66-72). Non sono forse morti di nuovo Lazzaro e tutti i miracolati del Vangelo? E che scopo avrebbe alleviare il dolore se poi ci si ammala e si perisce a distanza di tempo? Quel ‘tempo’ forse fa la differenza nell’eternità? Forse concede l’occasione di redimersi, ma ne aveva davvero bisogno un buonuomo qual era Lazzaro, amico di Gesù? Perché allora la guarigione è considerata premio?
La necessarietà del dolore colpirebbe tutti senza distinzione, malvagi ed innocenti, secondo una logica imperscrutabile. Però dobbiamo essere più indulgenti e considerare il diritto, di fronte alla sofferenza e alla morte, di essere deboli e magari incoerenti. Perfino Cristo, attendendo sul Monte degli Ulivi il frutto del tradimento di Giuda Iscariota, ‘in preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue …’. Egli proferì le parole «Padre, se vuoi allontana da me questo calice!» e soggiunse «Tuttavia non sia fatta la mia ma la tua volontà» (Luca 22:39-46).
Nonostante la difficile standardizzazione del sistema di conduzione degli esperimenti, sorgono spontanee alcune obiezioni: chi ha pregato? (le descrizioni dei gruppi di preghiera sono infatti, forse per questioni politiche, vaghe e lacunose). Quante persone? Quali soprattutto? Erano ‘sante’? E come si fa a valutare oggettivamente la loro santità? Come pregavano? Quale Dio? La preghiera era intima o liturgica? Offrivano dei sacrifici al fine dell’esaudimento delle loro richieste? Erano davvero credenti? Erano davvero interessati alla causa o magari durante la preghiera pensavano ai fatti propri? La fede incondizionata è venuta meno nei ricercatori, e dunque anche il potenziale effetto dell’orazione lo sarebbe (materiale o non). I Farisei e i Sadducei non meritano il segno che chiedono, ricordate? E perché sia Tommaso sia di fatto tutti gli altri apostoli ottengono i loro segni, impedendo la procrastinazione del loro – per me doveroso – scetticismo? Infatti anche Simon Pietro, Maria Maddalena e gli altri ‘non avevano ancora compreso la Scrittura, secondo la quale Egli doveva risuscitare dai morti’ (Giovanni 20:8-10), spauriti ed attoniti al sepolcro rimasto vuoto di Cristo nonostante gli innumerevoli miracoli cui avevano assistito e gli altrettanti moniti ricevuti. Nessuno credette senza vedere, o senza che chi aveva visto raccontasse. Non è dato sapere quale differenza vi sia tra i Farisei, che rimangono nell’ignoranza, e gli apostoli, ma pare evidente che se gli uni malignamente provocavano, gli altri, afflitti dalla pur annunciata più e più volte ‘sconfitta’ di Cristo, mostravano tutta la debolezza umana.
Ebbene che il dubbio sia legittimo lo dimostra lo stesso Figlio dell’Uomo con le parole «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»( Matteo 27:46). Il povero Tommaso invece, colpevole d’intelligenza a quanto si narra dunque né più né meno degli altri, rinunziò mortificato a toccare la ferita del costato quando vide Cristo risorto, subendosi perfino una bella ramanzina. Gli disse Gesù: «Perché mi hai veduto, Tommaso, hai creduto; beati coloro che non hanno visto e hanno creduto» (Giovanni 20:29) anche se non si sa proprio chi questi stolti siano poiché tutti avevano visto cogli occhi propri o dei propri fratelli.


Malattia

Che molti si ammalino di cancro in età avanzata, quando si suppone si possa essere spiritualmente preparati, sarebbe anche coerente; ma chi direbbe che un bambino affetto da Distrofia di Duchenne, il quale inizia a perdere l’uso degli arti inferiori quando i suoi amichetti danno i primi calci al pallone, sta pagando per i peccati altrui? Il Libro dei Numeri (14,18) riporta che ‘Il Signore è lento all’ira e grande nella misericordia; sopporta la colpa e la trasgressione, benché non lasci nulla di impunito, Lui che colpisce nei figli l’iniquità dei padri, fino alla terza e alla quarta generazione’.
La Parola tuttavia conserva il carattere di predicazione, e risponde più spesso alle esigenze dell’uomo che a quelle divine, nello specifico si propone di trovare i perché e i perché proprio a me o a mio figlio dei credenti. Mi chiedo di nuovo il motivo per cui coloro che credono la sofferenza necessaria offendano il loro dio alleviandola od addirittura annientandola. Forse non si curano i fanatici che mortificano il loro corpo, o che ritengono le tragedie castigo divino, quando si ammalano di cancro? Qualcuno risponderà che la medicina magari viene sì dall’uomo ma su concessione di Dio, perciò se si può curare Dio stesso vuole così. E perché non sottoporsi come Cristo al supplizio? Se ci si cura si salvano meno anime dal fuoco eterno della Geenna? Oppure addirittura si bestemmia, si insulta Dio?
Che esista una sofferenza artificiosa non ci sono dubbi. Pure la malattia in molti casi lo è, si pensi ad esempio al fumo o all’inquinamento. Anche le catastrofi sismiche sono colpa dell’uomo poiché sono gli edifici crollati ad uccidere, a differenza di quanto sostenuto da Roberto De Mattei, ex-subcommissario del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ovvero del maggiore ente scientifico pubblico italiano [11]. Ma a chi possono dare la colpa il bambino distrofico e la sua famiglia? Possono forse pensare che quel dolore serva a redimere i peccati di tutto il mondo? Credere ad un Dio tanto liberale da permettere la tortura, anche del proprio Figlio, è lecito, ma non lo è immaginarlo creatore del dolore (che se non fosse male non combatteremmo, nemmeno per debolezza). Dopotutto la medicina-igiene è parte del progresso, che sarebbe meno propulsivo con una durata media della vita di 20-25 anni, come fu quella dell’Impero Romano. Sono convinto che cercare di dare la risposta a quel bambino e a quella mamma sia la sfida più ardua di tutto il Pensiero.
A voi, cari lettori, la risposta.

Fabio Villa
Nato a Monza nel 1986 e si è laureato in medicina col massimo dei voti presso l’Università Vita-Salute San Raffaele.
Durante gli studi si dedica ad attività di volontariato in Italia ed all’estero (India, Nepal, Mali, Rwanda, Brasile, Cambogia).
Dopo tre anni di formazione chirurgica nel dominio cardiovascolare, ed un master in economia che l’ha portato in università quali Harvard e Fletcher, si è trasferito a Ginevra, ove si dedica all’esercizio della Psichiatria e Psicoterapia ed in parallelo a svariati progetti.
Vanta prestigiose pubblicazioni sulle più autorevoli riviste scientifiche, tra cui The New England Journal of Medicine.
Si dedica inoltre alla filosofia delle scienze ed alla storia delle religioni. Nell’aprile 2014 pubblica il libro Il Placebo. Viaggio nell’Idea di Dio (Aracne) nella collana Atene e Gerusalemme diretta da Giuseppe Girgenti, professore di Filosofia Antica ed allievo di Giovanni Reale.